Oltre che già Rinaldo e Orlando ucciso molti in più volte avean de' lor malvagi, ben che l'ingiurie fur con saggio aviso dal re acchetate, e li comun disagi,
e che in quei giorni avea lor tolto il riso l'ucciso Pinabello e Bertolagi; nova invidia e nov'odio anco successe, che Franza e Carlo in gran periglio messe.
Ma prima che di questo altro vi dica, siate, signor, contento ch'io vi mene (che ben vi menerò senza fatica) là dove il Gange ha le dorate arene;
e veder faccia una montagna aprica che quasi il ciel sopra le spalle tiene, col gran tempio nel quale ogni quint'anno l'immortal Fate a far consiglio vanno.
Sorge tra il duro Scita e l'Indo molle un monte che col ciel quasi confina, e tanto sopra gli altri il giogo estolle, ch'alla sua nulla altezza s'avicina:
quivi, sul più solingo e fiero colle, cinto d'orrende balze e di ruina, siede un tempio, il più bello e meglio adorno che vegga il Sol, fra quanto gira intorno.
Cento braccia è d'altezza, da la prima cornice misurando insin in terra; altre cento di là verso la cima de la cupula d'or ch'in alto il serra:
di giro è dieci tanto, se l'estima di chi a grand'agio il misurò, non erra: e un bel cristallo intiero, chiaro e puro, tutto lo cinge, e gli fa sponda e muro.
Ha cento facce, ha cento canti, e quelli hanno tra l'uno e l'altro uguale ampiezza; due colonne ogni spigolo, puntelli de l'alta fronte, e tutte una grossezza;
di cui sono le basi e i capitelli di quel ricco metal che più s'apprezza; et esse di smeraldo e di zafiro, di diamante e rubin splendono in giro.
Gli altri ornamenti, chi m'ascolta o legge può imaginar senza ch'io 'l canti o scriva. Quivi Demogorgon, che frena e regge le Fate, e dà lor forza e le ne priva,
per osservata usanza e antica legge, sempre ch'al lustro ogni quint'anno arriva, tutte chiama a consiglio, e da l'estreme parti del mondo le raguna insieme.
Quivi s'intende, si ragiona e tratta di ciò che ben o mal sia loro occorso: a cui sia danno od altra ingiuria fatta, non vien consiglio manco né soccorso:
se contesa è tra lor, tosto s'adatta, e tornar fassi adietro ogni trascorso; sì che si trovan sempre tutte unite contra ogn'altro di fuor, con ch'abbian lite.
Venuto l'anno e 'l giorno che raccorre si denno insieme al quinquennal consiglio, chi da l'Ibero e chi da l'Indo corre, chi da l'Ircano e chi dal Mar Vermiglio;
senza frenar cavallo e senza porre giovenchi al giogo, e senza oprar naviglio, dispregiando venian per l'aria oscura ogni uso umano, ogni opra di natura.
Portate alcune in gran navi di vetro, dai fier demoni cento volte e cento con mantici soffiar si facean dietro, che mai non fu per l'aria il maggior vento.
Altre, come al contrasto di san Pietro tentò in suo danno il Mago, onde fu spento, veniano in collo alli angeli infernali: alcune, come Dedalo, avean l'ali.
Chi d'oro, e chi d'argento, e chi si fece di varie gemme una lettica adorna; portàvane alcuna otto, alcuna diece de lo stuol che sparir suol quando aggiorna,
ch'erano tutti più neri che pece, con piedi strani, e lunghe code, e corna; pegasi, griffi et altri uccei bizarri molte traean sopra volanti carri.
Queste, ch'or Fate, e da li antichi fòro già dette Ninfe e Dee con più bel nome, di preciose gemme e di molto oro ornate per le vesti e per le chiome,
s'appresentar all'alto Concistoro, con bella compagnia, con ricche some, studiando ognuna ch'altra non l'avanzi di più ornamenti o d'esser giunta innanzi.
Sola Morgana, come l'altre volte, né ben ornata v'arrivò né in fretta; ma quando tutte l'altre eran raccolte, e già più d'una cosa aveano detta,
mesta, con chiome rabuffate e sciolte, alfin comparve squalida e negletta, nel medesmo vestir ch'ella avea quando le diè la caccia, e poi la prese, Orlando
Con atti mesti il gran Collegio inchina, e si ripon nel luogo più di sotto; e, come fissa in pensier alto, china la fronte e gli occhi a terra, e non fa motto.
Tacendo l'altre di stupor, fu Alcina prima a parlar, ma non così di botto; ch'una o due volte gli occhi intorno volse, e poi la lingua a tai parole sciolse:
— Poi che da forza temeraria astretta, non può senza pergiur costei dolerse, né dimandar né procacciar vendetta de l'onta ria che già più dì sofferse;
quel ch'ella non può far, far a noi spetta, ché le occorrenze prospere e l'avverse convien ch'abbiam communi; e si proveggia di vendicarla, ancor ch'ella nol chieggia.
Non accade ch'io narri e come e quando (perché la cosa a tutto il mondo è piana) e quante volte e in quanti modi Orlando, con commune onta, offeso abbia Morgana;
da la prima fiata incominciando che 'l drago e i tori uccise alla fontana, fin che le tolse poi Gigliante il biondo, ch'amava più di ciò ch'ella avea al mondo.
Dico di quel che non sapete forse; e s'alcuna lo sa, tutte nol sanno: più che l'altre soll'io, perché m'occorse gire al suo lago quel medesimo anno:
alcune sue (ma ben non se n'accorse Morgana) raccontato il tutto m'hanno. A me ch'a punto il so, sta ben ch'io 'l dica, tanto più che le son sorella e amica.
A me convien meglio chiarirvi quella parte, che dianzi io vi dicea confusa. Poi che Orlando ebbe preso mia sorella, rubbata, afflitta e in ogni via delusa,
di tormentarla non cessò, fin ch'ella non gli fe' il giuramento il qual non s'usa tra noi mai violar; né ci soccorre il dir che forza altrui cel faccia tòrre.
Non è particolare e non è sola di lei l'ingiuria, anzi appartien a tutte; e quando fosse ancora di lei sola, debbiamo unirsi a vendicarla tutte,
e non lasciarla ingiuriata sola; ché siam compagne e siam sorelle tutte; e quando anco ella il nieghi con la bocca, quel che 'l cor vuol considerar ci tocca.
Se toleriam l'ingiuria, oltra che segno mostriam di debolezza o di viltade, et oltra che si tronca al nostro regno il nervo principal, la maiestade,
facciam ch'osin di nuovo, e che disegno di farci peggio in altri animo cade: ma chi fa sua vendetta, oltra che offende chi offeso l'ha, da molti si difende. —
E seguitò parlando, e disponendo le Fate a vendicar il commun scorno: che s'io volessi il tutto ir raccogliendo, non avrei da far altro tutto un giorno.
Che non facesse questo, non contendo, per Morgana e per l'altre ch'avea intorno; ma ben dirò che più il proprio interesse, che di Morgana o d'altre, la movesse.
Levarsi Alcina non potea dal core che le fosse Ruggier così fuggito: né so se da più sdegno o da più amore le fosse il cor la notte e 'l dì assalito;
e tanto era più grave il suo dolore, quanto men lo potea dir espedito, perché del danno che patito avea era la fata Logistilla rea.
Né potuto ella avria, senza accusarla, del ricevuto oltraggio far doglianza; ma perch'ivi di liti non si parla che sia tra lor, né se n'ha ricordanza,
parlò de l'onta di Morgana, e farla vendicar procacciò con ogn'instanza; che senza dir di sé, ben vede ch'ella fa per sé ancor, se fa per la sorella.
Ella dicea che, come universale biasmo di lor son di Morgana l'onte, far se ne debbe ancor vendetta tale che sol non abbia da patirne il Conte,
ma che n'abbassi ognun che sotto l'ale de l'aquila superba alzi la fronte: propone ella così, così disegna, perché Ruggier di nuovo in sua man vegna.
Sapeva ben che fatto era cristiano, fatto baron e paladin di Carlo; ché se fosse, qual dianzi era, pagano, miglior speranza avria di ricovrarlo;
ma poi che armato era di fede, in vano senza l'aiuto altrui potria tentarlo; ché se sola da sé vuol farli offesa, gli vede appresso troppo gran difesa.
Per questo avea fier odio, acerbo isdegno, inimicizia dura e rabbia ardente contra re Carlo e ogni baron del regno, contra i populi tutti di Ponente;
parendo lei che troppo al suo disegno lor bontà fosse avversa e renitente; né sperar può che mai Ruggier s'opprima, se non distrugge Carlo o insieme o prima.
Odia l'imperator, odia il nipote, ch'era l'altra colonna a tener ritto, sì che tra lor Ruggier cader non puote, né da forza d'incanto esser afflitto.
Parlato ch'ebbe Alcina, né ancor vòte restar d'udir l'orecchie altro delitto: ché Fallerina pianse il drago morto e la distruzion del suo bell'orto.
Poi ch'ebbe acconciamente Fallerina detto il suo danno e chiestone vendetta, entrò l'aringo e tenel Dragontina, fin che tutt'ebbe la sua causa detta;
e quivi raccontò l'alta rapina ch'Astolfo et alcun altro di sua setta fatto le avea dentro alle proprie case de' suoi prigion, sì ch'un non vi rimase.
Poi l'Aquilina e poi la Silvanella, poi la Montana e poi quella dal Corso; la fata Bianca, e la Bruna sorella, et una a cui tese le reti Borso;
poi Griffonetta, e poi questa e poi quella (ché far di tutte io non potrei discorso) dolendosi venian, chi d'Oliviero, chi del figlio d'Amon e chi d'Uggiero;
chi di Dudone e chi di Brandimarte, quand'era vivo, e chi di Carlo istesso. Tutti chi in una e chi in un'altra parte avean lor fatto danno e oltraggio espresso,
rotti gli incanti e disprezzata l'arte a cui natura e il ciel talora ha cesso: a pena d'ogni cento trovavi una che non avesse avuto ingiuria alcuna.
Quelle che da dolersi per se stesse non hanno, sì de l'altre il mal lor pesa, che non men che sia suo proprio interesse si duol ciascuna e se ne chiama offesa:
non eran per patir che si dicesse che l'arte lor non possa far difesa contra le forze e gli animi arroganti de' paladini e cavallieri erranti.
Tutte per questo (eccettuando solo Morgana, ch'avea fatto il giuramento che mai né a viso aperto né con dolo procacceria ad Orlando nocumento),
quante ne son fra l'uno e l'altro polo, fra quanto il sol riscalda e affredda il vento, tutte approvar quel ch'avea Alcina detto, e tutte instar che se gli desse effetto.
Poi che Demogorgon, principe saggio, del gran Consiglio udì tutto il lamento, disse: — Se dunque è general l'oltraggio, alla vendetta general consento;
che sia Orlando, sia Carlo, sia il lignaggio di Francia, sia tutto l'Imperio spento; e non rimanga segno né vestigi, né pur si sappia dir: «Qui fu Parigi». —
Come nei casi perigliosi spesso Roma e l'altre republiche fatt'hanno, c'hanno il poter di molti a un solo cesso, che faccia sì che non patiscan danno;
così quivi ad Alcina fu commesso che pensasse qual forza o qual inganno si avesse a usar; ch'ognuna d'esse presta avria in aiuto ad ogni sua richiesta.
Come chi tardi i suo' denar dispensa, né d'ogni compra tosto si compiace; cerca tre volte e più tutta la Sensa, e va mirando in ogni lato, e tace;
si ferma alfin dove ritrova immensa copia di quel ch'al suo bisogno face, e quivi or questa or quella cosa volve, cento ne piglia, e ancor non si risolve:
questa mette da parte e quella lassa, e quella che lasciò di nuovo piglia; poi la rifiuta et ad un'altra passa; muta e rimuta, e ad una alfin s'appiglia:
così d'alti pensieri una gran massa rivolge Alcina, e lenta si consiglia; per cento strade col pensier discorre, né sa veder ancor dove si porre.
Dopo molto girar, si ferma alfine, e le par che l'Invidia esser dea quella che l'alto Impero occidental ruine; faccia ch'a punto sia come s'appella;
ma di chi dar più tosto l'intestine a roder debba a questa peste fella, non sa veder, ne che piaccia più al gusto creda di lei, che 'l cor di Gano ingiusto.
Stato era grande appresso a Carlo Gano un tempo sì, che alcun non gli iva al paro; poi con Astolfo quel di Mont'Albano, Orlando e gli altri che virtù mostraro
contra Marsiglio e contra il re africano, fér sì che tanta altezza gli levaro; onde il meschin, che di fumo e di vento tutto era gonfio, vivea mal contento.
Gano superbo, livido e maligno tutti i grandi appo Carlo odiava a morte; non potea alcun veder, che senza ordigno, senza opra sua si fosse acconcio in corte:
sì ben con umil voce e falso ghigno sapea finger bontade, et ogni sorte usar d'ippocrisia, che chi i costumi suoi non sapea, gli porria a' piedi i lumi.
Poi, quando si trovava appresso a Carlo (ché tempo fu ch'era ogni giorno seco), rodea nascosamente come tarlo, dava mazzate a questo e a quel da cieco:
sì raro dicea il vero, e sì offuscarlo sapea, che da lui vinto era ogni Greco. Giudicò Alcina, com'io dissi, degno cibo all'Invidia il cor di vizi pregno.
Fra i monti inaccessibili d'Imavo, che 'l ciel sembran tener sopra le spalle, fra le perpetue nevi e 'l ghiaccio ignavo discende una profonda e oscura valle
donde da un antro orribilmente cavo all'Inferno si va per dritto calle: e questa è l'una de le sette porte che conducono al regno de la Morte.
Le vie, l'entrate principal son sette, per cui l'anime van dritto all'Inferno; altre ne son, ma tòrte, lunghe e strette, come quella di Tenaro e d'Averno:
questa de le più usate una si mette, di che la infame Invidia have il governo: a questo fondo orribile si cala sùbito Alcina, e non vi adopra scala.
S'accosta alla spelunca spaventosa, e percuote a gran colpo con un'asta quella ferrata porta, mezzo rósa da' tarli e da la rugine più guasta.
L'Invidia, che di carne venenosa allora si pascea d'una cerasta, levò la bocca alla percossa grande da le amare e pestifere vivande.
E di cento ministri ch'avea intorno, mandò senza tardar uno alla porta; che, conosciuta Alcina, fa ritorno e di lei nuova indietro le rapporta.
Quella pigra si leva, e contra il giorno le vien incontra, e lascia l'aria morta; ché 'l nome de le Fate sin al fondo si fa temer del tenebroso mondo.
Tosto che vide Alcina così ornata d'oro e di seta e di ricami gai (ché riccamente era vestir usata, né si lasciò non culta veder mai),
con guardatura oscura e avenenata gli lividi occhi alzò, piena di guai; e féro il cor dolente manifesto i sospiri ch'uscian dal petto mesto.
Pallido più che bosso, e magro e afflitto, arido e secco ha il dispiacevol viso; l'occhio, che mirar mai non può diritto; la bocca, dove mai non entra riso,
se non quando alcun sente esser proscritto, del stato espulso, tormentato e ucciso (altrimenti non par ch'unqua s'allegri); ha lunghi i denti, rugginosi e negri.
— O delli imperatori imperatrice, — cominciò Alcina — o de li re regina, o de' principi invitti domitrice, o de' Persi e Macedoni ruina,
o del romano e greco orgoglio ultrice, o gloria a cui null'altra s'avicina, né serà mai per appressarsi s'anco il fasto levi all'alto Impero franco;
una vil gente che fuggì da Troia sin all'alte paludi de la Tana, dove ai vicini così venne a noia che la spinser da sé tosto lontana;
e quindi ancora in ripa alla Danoia cacciata fu da l'aquila romana; et indi al Reno, ove in discorso d'anni entrò con arte in Francia e con inganni:
dove aiutando or questo or quel vicino incontra agli altri, e poi, con altro aiuto, questi ch'ora gli avea dato il domino scacciando, a parte a parte ha il tutto avuto,
finché il nome regal levò Pipino al suo signor, poco all'incontro astuto. Or Carlo suo figliuol l'Imperio regge, e dà all'Europa e a tutto il mondo legge.
Puoi tu patir che la già tante volte di terra in terra discacciata gente, a cui le sedie or questi or quelli han tolte, né lasciato in riposo lungamente;
puoi tu patir ch'or signoreggi molte provincie, e freni omai tutto 'l Ponente, e che da l'Indo all'onde maure estreme la terra e il mar al suo gran nome treme?
Alle mortal grandezze un certo fine ha Dio prescritto, a cui si può salire; che, passandol, serian come divine, il che natura o il ciel non può patire;
ma vuol che giunto a quel, poi si decline. A quello è giunto Carlo, se tu mire. Or questa ogni tua gloria antiqua passa, se tanta altezza per tua man s'abbassa. —
E seguitò mostrando altra cagione ch'avea di farlo, e mostrò insieme il modo; però ch'avria un gran mezo, Ganelone, d'ogni inganno capace e d'ogni frodo:
poi le soggiunse che d'obligazione, facendol, le porrebbe al cor un nodo in suoi servigi sì tenace e forte, che non lo potria sciòrre altro che morte.
Al detto de la fata, brevemente diè l'Invidia risposta, che farebbe. Gli suoi ministri ha separatamente, che ciascun sa per sé quel che far debbe:
tutti hanno impresa di tentar la gente; ognun guadagnar anime vorrebbe: stimula altri i signori, altri i plebei; chi fa gli vecchi e chi i fanciulli rei.
E chi gli cortigiani e chi gli amanti, e chi gli monachetti e i loro abbati: quei che le donne tentano son tanti, che seriano a fatica noverati.
Ella venir se li fe' tutti innanti, e poi che ad un ad un gli ebbe mirati, stimò sé sola a sì importante effetto sufficiente, e ciascun altro inetto.
E de' suoi brutti serpi venenosi fatto una scelta, in Francia corre in fretta, e giunger mira in tempo ch'ai focosi destrieri il fren la bionda Aurora metta,
allor ch'i sogni men son fabulosi, e nascer veritade se n'aspetta: con nuovo abito quivi e nuove larve al conte di Maganza in sogno apparve.
Le fantastiche forme seco tolto l'Invidia avendo, apparve in sogno a Gano; e gli fece veder tutto raccolto in larga piazza il gran popul cristiano,
che gli occhi lieti avea fissi nel volto d'Orlando e del signor di Mont'Albano, ch'in veste trionfal, cinti d'alloro, sopra un carro venian di gemme e d'oro.
Tutta la nobiltà di Chiaramonte sopra bianchi destrier lor venìa intorno: ognun di lauro coronar la fronte, ognun vedea di spoglie ostili adorno;
e la turba con voci a lodar pronte gli parea udir, che benediva il giorno che, per far Carlo a null'altro secondo, la valorosa stirpe venne al mondo.
Poi di veder il populo gli è aviso, che si rivolga a lui con grand'oltraggio, e dir si senta molta ingiuria in viso, e codardo nomar, senza coraggio;
e con batter di man, sibilo e riso, s'oda beffar con tutto il suo lignaggio; né quei di Chiaramonte aver più loda, che gli suoi biasmo, par che vegga et oda.
In questa vision l'Invidia il core con man gli tocca più fredda che neve; e tanto spira in lui del suo furore, che 'l petto più capir non può, né deve.
Al cor pon delle serpi la piggiore, un'altra onde l'udita si riceve, la terza agli occhi; onde di ciò che pensa, di ciò che vede et ode ha doglia immensa.
De l'aureo albergo essendo il Sol già uscito, lasciò la visione e il sonno Gano, tutto pien di dolor dove sentito toccar s'avea con la gelata mano.
Ciò che vide dormendo gli è scolpito già ne la mente, e non l'estima vano; non false illusion, ma cose vere gli par che gli abbia Dio fatto vedere.
Da quell'ora il meschin mai più riposo non ritrovò, non ritrovò più pace: da l'occulto venen il cor gli è roso, che notte e giorno sospirar lo face:
gli par che liberale e grazioso sia a tutti gli altri, et a nessun tenace, se non a' Maganzesi, il re di Francia; fuor che la lor premiata abbia ogni lancia.
Già fuor di tende, fuor de padiglioni in Parigi tornata era la corte, avendo Carlo i principi e baroni e tutti i forestier di miglior sorte
fatto, con gran proferte e ricchi doni, contenti accompagnar fuor de le porte; e tra' più arditi cavallier del mondo stava a goder il suo stato giocondo.
E come saggio padre di famiglia la sera dopo le fatiche a mensa tra gli operari con ridenti ciglia le giuste parti a questo e a quel dispensa;
così, poi che di Libia e di Castiglia spentasi intorno avea la face accensa, rendea a signori e cavallieri merto di quanto in armi avean per lui sofferto.
A chi collane d'oro, a chi vasella dava d'argento, a chi gemme di pregio; cittadi aveano alcuni, altri castella: ordine alcun non fu, non fu collegio,
borgo, villa né tempio né capella, che non sentisse il beneficio regio: e per dieci anni fe' tutte le genti ch'avean patito dai tributi esenti.
A Rinaldo il governo di Guascogna diede, e pension di molti mila franchi; tre castella a Olivier donò in Borgogna, che del suo antiquo stato erano a' fianchi;
donò ad Astolfo in Picardia Bologna; non vi dirò ch'al suo nipote manchi: diede al nipote principe d'Anglante Fiandra in governo, e donò Bruggia e Guante;
e promesse lo scettro e la corona, poi che n'avesse il re Marsiglio spinto, del regno di Navara e di Aragona, la qual impresa allor era in procinto.
Ebbe la figlia d'Amon di Dordona da quello del fratel dono distinto: le diè Carlo in dominio quel che darle in governo solea: Marsiglia et Arle.
In somma, ogni guerrier d'alta virtute, chi città, chi castella ebbe, e chi ville. A Maifisa e a Ruggier fur provedute larghe provisioni a mille a mille.
Se da lo imperator le grazie avute tutte ho a notar, farò troppe postille: nessun, vi dico, o in commune o in privato, . partì da lui che non fosse premiato.
Né feudi nominando né livelli, fur senza obligo alcun liberi i doni; acciò il non sciorre i canoni di quelli o non ne tòrre a' tempi investigioni,
potesse gli lor figli o gli fratelli, gli eredi far cader di sue ragioni: liberi furo e veri doni, e degni d'un re che degno era d'imperio e regni.
Or, sopra gli altri, quei di Chiaramonte nei real doni avean tanto vantaggio, che sospirar facean dì e notte il conte Gan di Maganza, e tutto il suo lignaggio:
come gli onori d'un fossero l'onte de l'altra parte, lor pungea il coraggio; e questa invidia all'odio, e l'odio all'ira, e l'ira alfine al tradimento il tira.
E perché, d'astio e di veneno pregno, potea nasconder mal il suo dispetto, e non potea non dimostrar lo sdegno che contra il re per questo avea concetto;
e non men per fornir alcun disegno ch'in parte ordito, in parte avea nel petto, finse aver voto, e ne sparse la voce, d'ire al Sepolcro e al monte della Croce:
et era il suo pensiero ire in Levante a ritrovar il calife d'Egitto, col re de la Soria poco distante; e più sicuro a bocca che per scritto
trattar con essi, che le terre sante dove Dio visse in carne e fu traffitto, o per fraude o per forza da le mani fosser tolte e dal scettro de' Cristiani.
Indi andar in Arabia avea disposto, e far scender quei populi all'acquisto d'Africa, mentre Carlo era discosto, e di gente il paese mal provisto.
Già inanzi la partita avea composto che Desiderio al vicario di Cristo, Tassillo a Francia, e a Scozia e ad Inghelterra avesse il re di Dazia a romper guerra;
e che Marsilio armasse in Catalogna, e scendesse in Provenza e in Acquamorta, e con un altro esercito in Guascogna corresse a Mont'Alban fin su la porta;
egli Maganza, Basilea, Cologna, Costanza et Aquisgrana, che più importa, promettea far ribelle a Carlo, e in meno d'un mese tòrli ogni città del Reno.
Or fattasi fornir una galea di vettovaglia, d'armi e di compagni, poi che licenza dal re tolto avea uscì del porto e dei sicuri stagni.
Restar a dietro, anzi fuggir parea il lito, et occultar tutti i vivagni: indi l'Alpe a sinistra apparea lunge, ch'Italia in van da' Barbari disgiunge;
indi i monti Ligustici, e riviera che con aranzi e sempre verdi mirti quasi avendo perpetua primavera, sparge per l'aria i bene olenti spirti.
Volendo il legno in porto ir una sera (in qual a punto io non saprei ben dirti), ebbe un vento da terra in modo all'orza ch'in mezo il mar lo fe' tornar per forza.
Il vento tra maestro e tramontana, con timor grande e con maggior periglio, tra l'oriente e mezodì allontana sei dì senza allentarsi unqua il naviglio.
Fermòssi al fine ad una spiaggia strana, tratto da forza più che da consiglio, dove un miglio discosto da l'arena d'antique palme era una selva amena:
che per mezo da un'acqua era partita di chiaro fiumicel, fresco e giocondo, che l'una e l'altra proda avea fiorita dei più soavi odor che siano al mondo.
Era di là dal bosco una salita d'un picciol monticel quasi rotondo, sì facile a montar, che prima il piede d'aver salito, che salir si vede.
D'odoriferi cedri era il bel colle con maestrevole ordine distinto; la cui bell'ombra al sol sì i raggi tolle, ch'al mezodì dal rezzo è il calor vinto.
Ricco d'intagli, e di soave e molle getto di bronzo, e in parti assai dipinto, un lungo muro in cima lo circonda, d'un alto e signoril palazzo sponda.
Gano, che di natura era bramoso di cose nuove, e dal bisogno astretto (che già tutto il biscotto aveano roso), de' suoi compagni avendo alcuno eletto,
si mise a caminar pel bosco ombroso, tra via prendendo d'ascoltar diletto da' rugiadosi rami d'arbuscelli il piacevol cantar de' vaghi augelli.
Tosto ch'egli dal mar si pose in via e fu scoperto dal luogo eminente, diversa e soavissima armonia da l'alta casa insino al lito sente:
non molto va, che bella compagnia truova di donne, e dietro alcun sergente che palafreni vuoti avean con loro, altri di seta altri guarniti d'oro;
che con cortesi e belli inviti fenno Gano salir, e chi venìa con lui. Con pochi passi fine alla via denno le donne e i cavallieri, a dui a dui.
L'oro di Creso, l'artificio e 'l senno d'Alberto, di Bramanti, di Vitrui, non potrebbono far, con tutto l'agio di ducent'anni, un così bel palagio.
E dai demoni tutto in una notte lo fece far Gloricia incantatrice, ch'avea l'esempio nelle idee incorrotte d'un che Vulcano aver fatto si dice;
del qual restaro poi le mura rotte quel dì che Lenno fu da la radice svelta, e gettata con Cipro e con Delo dai figli de la Terra incontra il cielo.
Tenea Gloricia splendida e gran corte, non men ricca d'Alcina o di Morgana; né men d'esse era dotta in ogni sorte d'incantamenti inusitata e strana;
ma non, com'esse, pertinace e forte ne l'altrui ingiurie, anzi cortese e umana, né potea al mondo aver maggior diletto che onorar questo e quel nel suo bel tetto.
Sempre ella tenea gente alla veletta, a' porti et all'uscita de le strade, che con inviti i pellegrini alletta venir a lei da tutte le contrade.
Con gran splendor il suo palazzo accetta poveri e ricchi e d'ogni qualitade; e il cor de' viandanti con tai modi nel suo amor lega d'insolubil nodi.
E come avea di accarezar usanza e di dar a ciascun debito onore, fece accoglienza al conte di Maganza Gloricia, quanto far potea maggiore;
e tanto più, che ben sapea ad instanza d'Alcina esser qui giunto il traditore: ben sapeva ella, ch'avea Alcina ordito che capitasse Gano a questo lito.
Ell'era stata in India al gran Consiglio dove l'alto esterminio fu concluso d'ogni guerriero ubidiente al figlio del re Pipino; e nessun era escluso,
eccetto il Maganzese, il cui consiglio, il cui favor stimar atto a quell'uso: dunque, a lui le accoglienze e' modi grati che quivi gli altri avean, fur radoppiati.
Gloricia Gano, com'era commesso da chi fatto l'avea cacciar dai venti, acciò quindi ad Alcina sia rimesso tra'Sciti e l'Indi ai suoi regni opulenti,
fa la notte pigliar nel sonno oppresso, e gli compagni insieme e gli sergenti. Così far quivi agli altri non si suole, ma dar questo vantaggio a Gano vuole.
E benché, più che onor, biasmo si tegna pigliar in casa sua ch'in lei si fida, et a Gloricia tanto men convegna, che fa del suo splendor sparger le grida;
pur non le par che questo il suo onor spegna: ché tòrre al ladro e uccider l'omicida tradir il traditor, ha degni esempi, ch'anco si pon lodar, secondo i tempi.
Quando dormia la notte più suave, Gano e i compagni suoi tutti fur presi, e serrati in un ceppo duro e grave, l'un presso all'altro, trenta Maganzesi.
Gloricia in terra disegnò una nave capace e grande con tutt'i suo' arnesi, e fece gli pregion legare in quella, sotto la guardia d'una sua donzella.
Sparge le chiome, e qua e là si volve tre volte e più, fin che mirabilmente la nave ivi dipinta ne la polve da terra si levò tutta ugualmente.
La vela al vento la donzella solve, per incanto allor nata parimente; e verso il ciel ne va, come per l'onda suol ir nocchier che l'aura abbia seconda.
Gano e i compagni, che per l'aria tratti da terra si vedean tanto lontani, com'assassini istranamente attratti nel lungo ceppo per piedi e per mani,
tremando di paura, e stupefatti di maraviglia de' lor casi strani, volavan per Levante in sì gran fretta che non gli avrebbe giunti una saetta.
Lasciando Ptolomaide e Berenice e tutt'Africa dietro, e poi l'Egitto, e la deserta Arabia e la felice, sopra il mar Eritreo fecion traghitto.
Tra Persi e Medi, e là dove si dice Batra, passan, tenendo il corso dritto tuttavia fra oriente e tramontana, e lascian Casia a dietro e Sericana.
E sì come aveduti eran da molti, di sé davano a molti maraviglia: facean tener levati al cielo i volti con occhi immoti e con arcate ciglia.
Vedendoli passar alcuni stolti da terra alti lo spazio di due miglia, e non potendo ben scorgere i visi, ebbon di lor diversi e strani avisi.
Alcuni imaginar che di Carone, lo nocchiero infernal, fosse la barca, che d'anime dannate a perdizione alla via di Cocito andasse carca.
Altri diceano, d'altra opinione: — Questa è la santa nave ch'al ciel varca, che Pietro tol da Roma, acciò ne l'onde di stupri e simonie non si profonde. —
Et altra cosa altri dicean dal vero molto diversa e senza fin remota. Passava intanto il navilio leggiero per la contrada a' nostri poco nota,
fra l'India avendo e Tartaria il sentiero, quella di città piena e questa vuota, fin che fu sopra la bella marina ch'ondeggia intorno all'isola d'Alcina.
Ne la città d'Alcina, nel palagio, dentro alle logge la donzella pose la nave, e tutti li prigioni adagio, e l'ambasciata di Gloricia espose.
Nei ceppi, come stavano, a disagio Alcina in una torre al sol ascose i Maganzesi, avendo riferite del dono a chi 'l donò grazie infinite.
La sera fuor di carcere poi Gano fe' a sé condurre, e a ragionare il messe de lo stato di Francia e del romano, di quel che Orlando e che Ruggier facesse.
Ebbe l'astuto conte chiaro e piano quanto la donna Carlo in odio avesse, Ruggiero, Orlando e gli altri; e tosto prese l'util partito, et a salvarsi attese.
— S'aver, donna, volete ognun nimico, — disse — che de la corte sia di Carlo, me in odio avrete ancora, ché 'l mio antico seggio è tra' Franchi, e non potrei negarlo;
ma se più tosto odiate chi gli è amico e di sua volontà vuol seguitarlo, me non avrete in odio, ch'io non l'amo, ma il danno e biasmo suo più di voi bramo.
E s'ebbe alcun mai da bramar vendetta di tiranno che gli abbia fatt'oltraggio, bramar di Carlo e di tutta sua setta vendetta inanzi a tutti i sudditi aggio;
come di re da cui sempre negletta la gloria fu di tutto il mio lignaggio, e che, per sempre al cor tenermi un telo, con favor alza i miei nimici al cielo.
Il mio figliastro Orlando, che mia morte procurò sempre e ad altro non aspira, contra me mille volte ha fatto forte; per lui m'ha mille volte avuto in ira:
Rinaldo, Astolfo et ogni suo consorte di giorno in giorno a maggior grado tira; tal che sicuro, per lor gran possanza, non che in corte non son, ma né in Maganza.
Or, per maggior mio scorno, un fuggitivo del sfortunato figlio di Troiano, Ruggier, che m'ha un fratel di vita privo et un nipote con la propria mano,
tiene in più onor che mai non fu Gradivo Marte tenuto dal popul romano: tal che levato indi mi son, con tutto il sangue mio, per non restar distrutto.
Se me e quest'altri ch'avete qui meco, che sono il fior di casa da Pontiero, uccidete o dannate a carcer cieco, di perpetuo timor sciolto è l'Impero;
ch'ogni nimico suo ch'abbia noi seco per noi può entrar in Francia di leggiero; ché ci avemo la parte in ogni terra, fortezze e porti e luoghi atti a far guerra. —
E seguitò il parlar astuto e pieno di gran malizia, sempre mai toccando quel che vedea di gaudio empirle il seno, che le vuol dar Ruggier preso et Orlando.
Alcina ascolta, e ben nota il veleno che l'Invidia in lui sparse ir lavorando: commanda allora allora che sia sciolto, e sia con tutti i suoi di prigion tolto.
Volse che poi le promettesse Gano, con giuramenti stretti e d'orror pieni, di non cessar, fin che legato in mano Ruggier col suo figliastro non le meni:
ma per poter non darli impresa in vano, oltr'oro e gemme e aiuti altri terreni promise ella all'incontro di far quanto potea sopra natura oprar l'incanto.
E gli diè ne la gemma d'uno anello un di quei spirti che chiamiam folletti, che gli ubedisca, e così possa avello com un suo servitor de' più soggetti:
Vertunno è il nome, che in fiera, in ucello, in uomo, in donna e in tutti gli altri aspetti, in un sasso, in un'erba, in una fonte mutar vedrete in un chinar di fronte.
Or perché Malagigi non aiuti, com'altre volte ha fatto, i Paladini, gli spiriti infernal tutti fe' muti, gli terrestri, gli aérii e gli marini;
eccetto alcuni pochi c'ha tenuti per uso suo, non franchi né latini, ma di lingua dagli altri sì rimota ch'a nigromante alcun non era nota.
Quel ch'alla fata il traditor promise, promiser gli altri ancor ch'eran con lui. Fermato il patto, Gano si rimise nel fantastico legno con gli sui.
Il vento, come Alcina gli commise, fra i lucidi Indi e gli Cimerii bui soffiando, ferì in guisa ne l'antenna, ch'in aria alzò la nave come penna.
Né, men che ratto, lo portò quieto per la medesma via che venut'era; sì che, fra spazio di sett'ore, lieto si ritrovò ne la sua barca vera,
di pan, di vin, di carne e infin d'aceto fornita e d'insalata per la sera: fe' dar le vele al vento, e venne a filo ad imboccar sott'Alessandria il Nilo.
E già da l'armiraglio avendo avuto salvocondotto, al Cairo andò diritto, con duo compagni, in un legno minuto, secretamente, e in abito di Egitto.
Dal calife per Gano conosciuto, ché molte volte inanzi s'avean scritto, fu di carezze sì pieno e d'onore, che ne scoppiò quasi il ventoso core.
In questo mezo che l'Invidia ascosa il traditor rodea di chi io vi parlo, come l'altrui bontà fu da lui rosa, ché poco dianzi il simigliavo a un tarlo;
ira, odio, sdegno, amor facea angosciosa Alcina, e un fier disio di strugger Carlo; e quanto più credea di farlo in breve, tant'ogn'indugio le parea più greve.
Il conte di Pontier le avea narrato che, prima che di Francia si partisse, da lui fu Desiderio confortato, per ambasciate e lettere che scrisse,
che con Tedeschi et Ungheri da un lato, che facil fòra che a sue genti unisse, saltasse in Francia; e che Marsiglio ispano saltar faria da l'altro, e l'Aquitano.
E che quel glien'avea dato speranza; poi venia lento a metterla in effetto, o che tema di Carlo la possanza, o sia mal di sua lega il nodo astretto.
Alcina, che si mor di desianza di por Francia e l'Impero in male assetto, adopra ogni saper, ogni suo ingegno, per dar colore a così bel disegno.
Et è bisogno al fin ch'ella ritruovi, per far muover di passo il Longobardo, sproni che siano aguzzi più che chiovi: tanto le par a questa impresa tardo!
E come fece far disegni nuovi dianzi l'Invidia a quel cochin pagliardo, così spera trovar un'altra peste che 'l pigro re de la sua inerzia deste.
Conchiuse che nessuna era meglio atta a stimularlo e far più risentire, d'una che nacque quando anco la matta Crudeltà nacque, e le Rapine e l'Ire.
Che nome avesse e come fosse fatta, ne l'altro Canto mi riserbo a dire, dove farò, per quanto è mio potere, cose sentir maravigliose e vere.
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