I L giusto Dio quando i peccatinostri Hanno di remissi on passato il se gno Accio che la giu stitia sua di / mostri Uguale alla pie ta, spesso da re gno
A Tyranni atrocissimi & a Mostri E da lor forza, e di mal fare ingegno: Per questo Mario e Sylla pose al mondo E duo Neroni, e Caio furibondo.
Domitiano, e l'ultimo Antonino. E tolse da la immonda e bassa plebe Et esalto all'Impero Massimino: E nascere prima fe Creonte a Thebe:
E die Mezentio al populo Agilino Che fe di sangue human grasse le glebe: E diede Italia a tempi men remoti In preda agli Hunni a i Longobardi a i Gothi.
Che d'Atila diro? che de l'iniquo Ezzelin da Roman? che d'altri cento? Che dopoun lungo andar sempre in obliquo Ne manda Dio per pena e per tormento:
Di questo habbian non pur al tempo antiquo Ma anchora al nostro chiaro esperimento Quando a noi greggi inutili e mal nati Ha dato per guardian Lupi arrabbiati.
A cui non par c'habbi'a bastar lor fame, C'habbi'il lor ventre a capir tanta carne, E chiaman Lupi di piu ingorde brame Da boschi oltramontani a divorarne,
Di Trasimeno l'insepulto ossame E di Canne e di Trebia poco parne Verso quel che le ripe e i campi ingrassa Dov'Ada e Mella, e Ronco, e Tarro passa
Hor Dio consente che noi sian puniti Da populi di noi forse peggiori, Per li multiplicati & infiniti Nostri nefandi obbrobriosi errori,
Tempo verra, ch'a depredar lor liti Andremo noi, se mai saren migliori, E che i peccati lor giungano al segno Che l'eterna bonta muovano a sdegno.
Doveano allhora haver gli eccessi loro Di Dio turbata la serena fronte, Che scorse ogni lor luogo il Turco e'l Moro Con stupri, uccision, rapine, & onte
Ma piu di tutti glialtri danni, foro Gravati dal furor di Rodomonte, Dissi c'hebbe di lui la nuova Carlo E che'n piazza venia per ritrovarlo.
Vede tra via la gente sua troncata Arsi i palazzi e ruinati i templi, Gran parte de la terra desolata, Mai non si veder si crudeli esempli,
Dove fuggite turba spaventata, Non e tra voi chi'l danno suo contempli? Che citta che refugio piu vi resta Quando si perda si vilmente questa?
Dunque un huom solo in vostra terra preso Cinto di mura onde non puo fuggire: Si partira che non l'havrete offeso Quando tutti v'havra fatto morire?
Cosi Carlo dicea: che d'ira acceso Tanta vergogna non potea patire. E giunse dove inanti alla gran corte Vide il Pagan por la sua gente a morte.
Quivi gran parte era del populazzo Sperandovi trovare aiuto, ascesa, Perche forte di mura era il palazzo Con munition da far lunga difesa,
Rodomonte d'orgoglio e d'ira pazzo Solo s'havea tutta la piazza presa E l'una man che prezza il mondo poco Ruota la spada, e l'altra getta il fuoco .
E de la regal casa alta e sublime Percuote e risuonar fa le gran porte, Gettan le turbe da le eccelse cime E merli, e torri, e si meton per morte,
Guastare i tetti non e alcun che stime, E legne, e pietre, vanno ad una sorte Lastre, e colonne, e le dorate travi. Che furo in prezzo agli lor padri e agliavi
Sta su la porta il Re d'Algier lucente Dichiaro acciar che'l capo gliarma e'l busto Come uscito di tenebre serpente Poi c'ha lasciato ogni squalor vetusto
Del nuovo scoglio altiero e che si sente Ringiovenito e piu che mai robusto Tre lingue vibra, & ha ne gliocchi foco Dovunque passa ogn'animal da loco
Non sasso, merlo, trave, arco, o balestra Ne cio che sopra il Saracin percuote Ponno allentar la sanguinosa destra Che la gran porta taglia spezza e scuote
E dentro fatto v'ha tanta finestra Che ben vedere e veduto esser puote Da i visi impressi di color di morte Che tutta piena quivi hanno la corte.
Suonar per glialti e spatiosi tetti S'odono gridi e feminil lamenti L'afflitte donne percotendo i petti Corron per casa pallide e dolenti,
E abbraccian gliusci e i geniali letti Che tosto hanno a lasciare a strane genti, Tratta la cosa era in periglio tanto Quando'l Re giunse, e suoi baroni accanto.
Carlo si volse a quelle man robuste C'hebbe altre volte a gran bisogni pronte, Non sete quelli voi che meco fuste Contra Agolante (disse) in Aspramonte?
Sono le forze vostre hora si fruste Che s'uccideste lui, Troiano, e Almonte Con cento mila, hor ne temete un solo Pur di quel sangue e pur di quello stuolo.
Perche debbo vedere in voi fortezza Hora minor ch'io la vedessi allhora? Mostrate a questo Can vostra prodezza A questo Can che glihuomini devora,
Un magnanimo cor morte non prezza Presta o tarda che sia, pur che ben muora Ma dubitar non posso ove voi sete Che fatto sempre vincitor m'havete.
Al fin de le parole urta il destriero Con l'hasta bassa al Saracino adosso: Mossesi a un tratto il Paladino Ugiero A un tempo Namo & ulivier si e mosso
Avino, Avolio, Othone, e Berlingiero Ch'un senza l'altro mai veder non posso: E ferir tutti sopra a Rodomonte E nel petto, e ne i fianchi, e ne la fronte.
Ma lasciamo per Dio Signore hormai Di parlar d'ira, e di cantar di morte, E sia per questa volta detto assai Del Saracin non men crudel che forte,
Che tempo e ritornar dov'io lasciai Griphon, giunto a Damasco in su le porte Con Horrigille perfida, e con quello Ch'adulter'era, e non di lei fratello,
De le piu ricche terre di Levante De le piu populose, e meglio ornate Si dice esser Damasco, che distante Siede a Hierusalem sette giornate,
In un piano fruttifero e abondante Non men giocondo il verno che l'estate, A questa terra il primo raggio tolle De la nascente Aurora un vicin colle.
Per la citta duo fiumi christallini Vanno inaffiando per diversi rivi Un numero infinito di giardini, Non mai di fior non mai di fronde privi,
Dicesi anchor, che macinar molini Potrian far l'acque lanfe che son quivi, E chi va per le vie vi sente, fuore Di tutte quelle case, uscire odore.
Tutta coperta e la strada maestra Di panni di diversi color lieti, E d'odorifera herba, e di silvestra Fronda la terra, e tutte le pareti:
Adorna era ogni porta ogni finestra Di finissimi drappi, e di tapeti, Ma piu di belle e ben ornate donne Di ricche gemme, e di superbe gonne.
Vedeasi celebrar dentr'alle porte In molti lochi solazzevol balli, Il popul per le vie di miglior sorte Maneggiar ben guarniti, e bei cavalli,
Facea piu bel veder la ricca corte De Signor de Baroni e de vasalli Con cio che d'India e d'Erithree maremme Di Perle haver si puo d'Oro e di Gemme.
Venia Griphone e la sua compagnia Mirando e quinci e quindi il tutto adagio Quando fermolli un cavalliero in via E gli fece smontare a un suo palagio
E per l'usanza, e per sua cortesia Di nulla lascio lor patir disagio, Li fe nel bagno entrar, poi con serena Fronte gli accolse a sontuosa cena.
E narro lor, come il Re Norandino Re di Damasco, e di tutta Soria, Fatto havea il paesano e'l peregrino Ch'ordine havesse di cavalleria
Alla giostra invitar, ch'al matutino Del di sequente, in piazza si faria, E che s'havean valor pari al sembiante Potrian mostrarlo senza andar piu inante.
Anchor che quivi non venne Griphone A questo effetto, pur lo'nvito tenne, Che qual volta se n'abbia occasione, Mostrar virtude mai non disconvenne,
Interrogollo poi de la cagione Di quella festa, e s'ella era solenne Usata ogn'anno, o pure impresa nuova Del Re, ch'i suoi veder volesse in pruova
Rispose il Cavallier, la bella festa S'ha da far sempre ad ogni quarta Luna, De l'altre che verran la prima e questa Anchora non se n'e fatta piu alcuna,
Sara in memoria che salvo la testa Il Re in tal giorno da una gran fortuna, Dopo che quattro mesi in doglie e'n pianti Sempre era stato e con la morte inanti.
Ma per dirvi la cosa pienamente, Il nostro Re che Norandin s'appella Molti e molt'anni ha havuto il core ardente De la leggiadra, e sopra ogn'altra bella
Figlia del Re di Cypro, e finalmente Havutala per moglie iva con quella Con cavallieri e donne in compagnia, E dritto havea il camin verso Soria.
Ma poi che fummo tratti a piene vele Lungi dal porto nel Carpathio iniquo, La tempesta salto tanto crudele Che sbigotti sin'al padrone antiquo,
Tre di e tre notti andammo errando, nele Minacciose onde, per camino obliquo, Uscimo al fin nel lito stanchi e molli Tra freschi rivi ombrosi e verdi colli.
Piantare i padiglioni e le cortine Fra gliarbori tirar facemo lieti, S'apparechiano i fuochi e le cucine Le mense d'altra parte in su tapeti,
In tanto il Re cercando alle vicine Valli, era andato e a boschi piu secreti Se ritrovasse capre, o daini, o cervi E l'arco gli portar dietro duo servi.
Mentre aspettamo in gran piacer sedendo. Che da cacciar ritorni il Signor nostro, Vedemo l'Orco a noi venir correndo Lungo il lito del mar, terribil mostro,
Dio vi guardi Signor che'l viso horrendo Del Orco, a gliocchi mai vi sia dimostro Meglio e per fama haver notitia d'esso Ch'andargli si che lo veggiate appresso.
Non gli puo comparir quanto sia lungo Si smisuratamente e tutto grosso, In luogo d'occhi, di color di fungo Sotto la fronte ha duo coccole d'osso,
Verso noi vien (come vi dico) lungo Il lito,e par ch'un monticel sia mosso, Mostra le zanne fuor come fa il porco, Ha lungo il naso il sen bavoso e sporco.
Correndo viene, e'l muso a guisa porta Che'l bracco suol quando entra in su la traccia Tutti che lo veggiam con faccia smorta In fuga andamo, ove il timor ne caccia,
Poco il veder lui cieco ne conforta Quando fiutando sol, par che piu faccia Ch'altri non fa c'habbia odorato e lume E bisogno al fuggire eran le piume.
Corron chi qua chi la: ma poco lece Da lui fuggir veloce piu che'l Noto, Di quaranta persone, a pena diece Sopra il navilio si salvaro a nuoto,
Sotto il braccio un fastel d'alcuni fece Ne il grembio si lascio ne il seno voto, Un suo capace Zaino empissene ancho Che gli pendea, come a pastor dal fianco.
Portoci alla sua tana il mostro cieco, Cavata in lito al mar dentr'uno scoglio, Di marmo cosi bianco e quello speco Come esser soglia anchor non scritto foglio,
Quivi habitava una Matrona seco, Di dolor piena in vista e di cordoglio, Et havea in compagnia donne e donzelle d'ogni eta, d'ogni sorte, e brutte e belle.
Era presso alla grotta in ch'egli stava, Quasi alla cima del giogo superno Un'altra non minor di quella cava, Dove del gregge suo facea governo,
Tanto n'havea che non si numerava, E n'era egli il pastor l'estate e'l verno A i tempi suoi gli apriva, e tenea chiuso Per spasso che n'havea, piu che per uso.
L'humana carne meglio gli sapeva E prima il fa veder ch'all'antro arrivi. Che tre de nostri giovini c'haveva, Tutti li mangia, anzi trangugia vivi,
Viene alla stalla, e un gran sasso ne leva Ne cacciai il gregge, e noi riserra quivi, Con quel sen va dove il suol far satollo Sonando una zampogna c'havea in collo.
Il Signor nostro in tanto ritornato Alla marina il suo danno comprende, Che truova gran silentio in ogni lato Voti frascati, padiglioni, e tende,
Ne fa pensar chi si l'habbia rubato, E pien di gran timore al lito scende Onde i nocchieri suoi vede in disparte Sarpar lor ferri e in opra por le sarte.
Tosto ch'essi lui veggiono su'l lito Il palischermo mandano a levarlo Ma non si tosto ha Norandino udito De l'Orco che venuto era a rubarlo,
Che senza piu pensar piglia partito Dovunque andato sia di seguitarlo, Vedersi tor Lucina si gli duole Ch'o racquistarla o non piu viver vuole.
Dove vede apparir lungo la sabbia La frescha orma, ne va con quella fretta Con che lo spinge l'amorosa rabbia, Fin che giunge alla tana ch'io v'ho detta,
Ove con tema la maggior che s'habbia A partir mai, l'Orco da noi s'aspetta Ad ogni suono di sentirlo parci Ch'affamato ritorni a divorarci.
Quivi Fortuna il Re da tempo guida Che senza l'Orco in casa era la Moglie, Come ella'l vede, fuggine gli grida Misero te, se l'Orco ti ci coglie,
Coglia (disse) o non coglia, o salvi, o uccida Che miserrimo i sia non mi si toglie, Disir mi mena, e non error di via, C'ho di morir presso alla moglie mia.
Poi segui dimandandole novella Di quei che prese l'Orco in su la riva, Prima de glialtri di Lucina bella Se l'havea morta, o la tenea captiva,
La Donna humanamente gli favella E lo conforta: che Lucina e viva, E che non e alcun dubbio ch'ella muora Che mai femina l'Orco non divora.
Esser di cio argumento ti poss'io E tutte queste donne che son meco, Ne a me ne a lor mai l'Orco e stato rio Pur che non ci scostian da questo speco:
A chi cerca fuggir pon grave fio, Ne pace mai puon ritrovar piu seco, O le sotterra vive, o l'incatena O fa star nude al Sol sopra l'arena
Quando hoggi egli porto qui la tua gente Le femine da i maschi non divise. Ma si come gli havea, confusamente Dentro a quella spelonca tutti mise,
Sentira a naso il sesso differente Le donne non temer che sieno uccise Glihuomini siene certo, & empieranne Di quattro, il giorno, o sei: l'avide canne.
Di levar lei di qui non ho consiglio Che dar ti possa, e contentar ti puoi Che ne la vita sua non e periglio, Stara qui al ben'e al mal ch'avremo noi,
Ma vattene (per dio) vattene figlio Che l'Orco non ti senta e non t'ingoi Tosto che giunge d'ognintorno annasa E sente sin'a un topo che sia in casa.
Rispose il Re, non si voler partire Se non vedea la sua Lucina prima, E che piu tosto appresso a lei morire Che viverne lontan faceva stima
Quando vede ella non potergli dire Cosa chel muova da la voglia prima, Per aiutarlo fa nuovo disegno E ponvi ognisua industria ogni suo ingegno
Morte havea in casa e d'ogni tempo appese Con lor mariti assai capre & agnelle: Onde a se & alle sue facea le spese E dal tetto pendea piu d'una pelle,
La donna fe che'l Re del grasso prese C'havea un gran becco intorno alle budelle E che se n'unse dal capo alle piante Fin che l'odor caccio ch'egli hebbe inante
E poi che'l tristo puzzo haver le parve Di che il fetido becco ogn'hora sape Piglia l'hirsuta pelle, e tutto entrarve / Lo fe, che'lla e si grande che lo cape
Coperto sotto a cosi strane larve Facendol gir carpon seco lo rape La dove chiuso era d'un sasso grave De la sua donna il bel viso soave.
Norandino ubidisce, & alla buca De la spelonca, ad aspettar si mette, Accio col gregge dentro si conduca, E fin'a sera disiando stette,
Ode la sera il suon de la sambuca Con che'nvita a lassar l'humide herbette E ritornar le pecore all'albergo Il fier pastor che lor venia da tergo.
Pensate voi se gli tremava il core Quando l'Orco senti che ritornava, E chel viso crudel pieno d'horrore Vide appressare all'uscio de la cava,
Ma pote la pieta piu che'l timore S'ardea vedete o se fingendo amava, Vien l'Orco inanzi, e leva il sasso & apre Norandino entra fra pecore e capre.
Entrato il gregge, l'Orco a noi descende, Ma prima sopra se l'uscio si chiude, Tutti ne va fiutando, al fin duo prende, Che vuol cenar de le lor carni crude,
Al rimembrar di quelle zanne horrende Non posso far ch'anchor non trieme e sude, Partito l'Orco il Re getta la gonna C'havea di becco, e abbraccia la sua Donna
Dove haverne piacer deve e conforto (Vedendol quivi) ella n'haa affanno e noia Lovede giunto, ov'ha da restar morto E non puo far perho ch'essa non muoia,
Con tutto'l mal (diceagli) ch'io supporto Signor sentia non mediocre gioia, Che ritrovato non t'eri con nui Quando da l'Orco hoggi qui tratta fui.
Che se ben il trovarmi hora in procinto D'uscir di vita m'era acerbo e forte: Pur mi sarei, come e commune instinto, Dogliuta sol de la mia trista sorte
Ma hora, o prima o poi che tu sia estinto Piu mi dorra la tua che la mia morte: E seguito mostrando assai piu affanno Di quel di Norandin che del suo danno.
La speme (disse il Re) mi fa venire C'ho di salvarti, e tutti questi teco, E s'io nol posso far, meglio e morire Che senza te mio Sol viver poi cieco,
Come io ci venni mi potro partire E voi tutt'altri ne verrete meco Se non havrete, come io non ho havuto, Schivo a pigliare odor d'animal bruto.
La fraude insegno a noi, che contra il naso De l'Orco, insegno allui la moglie d'esso Di vestirci le pelli in ogni caso Ch'egli ne palpi ne l'uscir del fesso,
Poi che di questo ognun fu persuaso Quanti de l'un quanti de l'altro sesso Ci ritroviamo, uccidian tanti becchi Quelli che piu fetean ch'eran piu vecchi.
Ci ungemo i corpi di quell grasso opimo Che ritroviamo all'intestina intorno, E de l'horride pelli ci vestimo, In tanto usci da l'aureo albergo il giorno
Alla spelonca come apparve il primo Raggio del Sol, fece il pastor ritorno, E dando spirto alle sonore canne Chiamo il suo gregge fuor de le capanne
Tenea la mano al buco de la tana Accio col gregge non uscissi noi Ci prendea al varco, e quando pelo o lana Sentia su'l dosso, ne lasciava poi,
Huomini e donne uscimmo per si strana Strada, coperti da gl'hirsuti cuoi, E l'Orco alcun di noi mai non ritenne, Fin che con gran timor Lucina venne.
Lucina,ofosse perch'ella non volle Ungersi, come noi, che schivo n'hebbe, O c'havesse l'andar piu lento e molle Che l'imitata bestia non havrebbe:
O quando l'Orco la groppa toccolle Gridasse, per la tema che le accrebbe, O che se le sciogliessero le chiome Sentita fu, ne ben so dirvi come.
Tutti eravam si intenti al caso nostro Che non havemmo gliocchi a glialtrui fatti, Io mi rivolsi al grido, e vidi il Mostro Che gia gl'hirsuti spogli le havea tratti,
E fattola tornar nel cavo chiostro: Noi altri dentro a nostre gonne piatti Col gregge andamo ove'l pastor ci mena Tra verdi colli in una piaggia amena.
Quivi attendiamo infin che steso all'ombra D'un bosco opaco il nasuto Orco dorma Chi lungo il mar, chi verso'l monte sgombra Sol Norandin non vuol seguir nostr'orma
L'amor de la sua donna si lo'ngombra Ch'alla grotta tornar vuol fra la torma, Ne partirsene mai sin'alla morte Se non racquista la fedel consorte.
Che quando dianzi havea all'uscir del chiuso Vedutala restar captiva sola, Fu per gittarsi dal dolor confuso Spontaneamente alvorace Orco in gola,
E si mosse e gli corse infino al muso, Ne fu lontano a gir sotto la mola, Ma pur lo tenne in mandra la speranza C'havea di trarla anchor di quella stanza.
La sera quando alla spelonca mena Il gregge l'Orco, e noi fuggiti sente, E c'ha da rimaner privo di cena Chiama Lucina d'ogni mal nocente,
E la condanna a star sempre in catena Allo scoperto in su'l sasso eminente, Vedela il Re per sua cagion patire E si distrugge, e sol non puo morire.
Matina e sera l'infelice amante La puo veder come s'affliga e piagna Che le va misto fra le capre avante Torni alla stalla, o torni alla campagna,
Ella con viso mesto e supplicante Gliaccenna, che per Dio non vi rimagna: Perche vi sta a gran rischio de la vita, Ne perho allei puo dare alcuna aita.
Cosi la moglie anchor de l'Orco priega. Il Re che se ne vada,ma non giova, Che d'andar mai senza Lucina niega E sempre piu constante si ritruova,
In questa servitude, in che lo lega Pietate e Amor, stette con lunga pruova Tanto ch'a capitar venne a quel sasso Il figlio d'Agricane e'l Re Gradasso.
Dove con loro audacia tanto fenno Che liberaron la bella Lucina, Ben che vi fu aventura piu che senno, E la portar correndo alla marina,
E al padre suo che quivi era, la denno E questo fu ne l'hora matutina Che Norandin con l'altro gregge stava A ruminar ne la montana cava.
Ma poi che'l giorno aperta fu la sbarra E seppe il Re la Donna esser partita, (Che la moglie de l'Orco gli lo narra: E come apunto era la cosa gita)
Gratie a Dio rende, e con voto n'inarra Ch'essendo fuor di tal miseria uscita Faccia che giunga onde per arme possa Per prieghi o per thesoro esser riscossa.
Pien di letitia va con l'altra schiera Del simo gregge, e viene a iverdi paschi E quivi aspetta fin ch'all'ombra nera Il Mostro per dormir ne l'herba caschi:
Poi ne vien tutto il giorno e tutta sera, E al fin sicur che l'Orco non lo'ntaschi Sopra un navilio monta in Satalia E son tre mesi ch'arrivo in Soria.
In Rhodi, in Cypro, e per citta e castella E d'Africa, e d'Egitto, e di Turchia: Il Re cercar fe di Lucina bella, Ne fin l'altrhieri haver ne pote spia,
L'altrhier n'hebbe dal suocero novella Che seco l'havea salva in Nicosia, Dopo che molti di vento crudele Era stato contrario alle sue vele.
Per allegrezza de la buona nuova Prepara il nostro Re la ricca festa, E vuol ch'ad ogni quarta Luna nuova Una se n'habbia a far simile a questa,
Che la memoria rifrescar gli giova De i quattro mesi ch'n hirsuta vesta Fu tra il gregge de l'Orco, e un giorno quale Sara dimane usci di tanto male.
Questo ch'io v'ho narrato in parte vidi In parte udi da chi trovossi al tutto, Dal Re vi dico, che Kalende & Idi Vi stette fin che volse in riso il lutto,
E se n'udite mai far'altri gridi Direte a chi gli fa che mal n'e instrutto Il gentihuomo in tal modo a Griphone De la festa narro l'alta cagione.
Un gran pezzo di notte si dispensa Da icavallieri in tal ragionamento, E conchiudon ch'amore e pieta immensa Mostro quel Re con grande esperimento
Andaron poi che si levar da mensa, Ove hebbon grato ebuono alloggiamento Nel seguente matin sereno e chiaro Al suon de l'allegrezze si destaro.
Vanno scorrendo timpani e trombette E ragunando in piazza la cittade, Hor poi che de cavalli, e de carrette E ribombar de gridi odon le strade,
Griphon le lucide arme si rimette Che son di quelle che si trovan rade, Che l'havea impenetrabili e incantate La Fata bianca di sua man temprate.
Quel d'Antiochia piu d'ognaltro vile Armossi seco, e compagnia gli tenne, Preparate havea lor l'hoste gentile Nerbose lance e salde e grosse antenne,
E del suo parentado non humile Compagnia tolta, e seco in piazza venne, E scudieri a cavallo e alcuni a piede A tal servigi attissimi lor diede.
Giunsero in piazza e trassonsi in disparte Ne pel campo curar far di se mostra, Per veder meglio il bel popul di Marte Ch'ad uno, o a dua, o a tre, veniano in giostra
Chi con colori accompagnati ad arte Letitia o doglia, alla sua Donna mostra, Chi nel cimier, chi nel dipinto scudo Disegna Amor se l'ha benigno o crudo.
Soriani in quel tempo haveano usanza D'armarsi a questa guisa di ponente: Forse ve gli inducea la vicinanza Che de Franceschi havean continuamente.
Che quivi allhor reggean la sacra stanza Dove in carne habito Dio onnipotente, C'hora i superbi e miseri christiani Con biasmi lor, lasciano in man de cani.
Dove abbassar dovrebbono la lancia In augumento de la santa sede, Tra lor si dan nel petto e ne la pancia A destrution del poco che si crede,
Voi gente Hispana e voi gente di Francia Volgete altrove, e voi Svizeri il piede, E voi Tedeschi a far piu degno acquisto Che quanto qui cercate e gia di Christo.
Se Christianissimi esser voi volete E voi altri Catholoci nomati. Perche di Christo gli huomini uccidete? Perche de beni lor son dispogliati?
Perche Hierusalem non rihavete? Che tosto e stato a voi da rinegati, Perche Constantinopoli? e del mondo La miglior parte occupa il Turco immondo
Non hai tu Spagna l'Africa vicina Che t'ha via piu di questa Italia offesa? E pur per dar travaglio alla meschina Lasci la prima tua si bella impresa:
O d'ogni vitio fetida sentina Dormi Italia imbriaca, e non ti pesa C'hora di questa gente, hora di quella Che gia serva ti fu, sei fatta ancella?
Se'l dubbio di morir ne le tue tane Svizer di fame, in Lombardia ti guida: E tra noi cerchi, o chi ti dia del pane O per uscir d'inopia chi t'uccida,
Le richezze del Turcho hai non lontane Caccial d'Europa, o almen di Grecia snida Cosi potrai o del digiuno trarti O cader con piu merto in quelle parti.
Quel ch'a te dico, io dico al tuo vicino Tedesco anchor, la le richezze sono Che vi porto da Roma Constantino, Portonne il meglio, e fe del resto dono:
Pactolo & Hermo Onde si tra l'Or fino Migdonia e Lydia e quel paese buono Per tante laudi in tante historie noto Non e s'andar vi vuoi: troppo remoto.
Tu gran Leone a cui premon le terga De le chiavi del ciel le gravi some, Non lasciar che nel sonno si sommerga Italia, se la man l'hai ne le chiome,
Tu sei Pastore, e Dio t'ha quella verga Data a portare, e scelto il fiero nome, Perche tu ruggi, e che le braccia stenda Si che da i lupi il grege tuo difenda.
Ma d'un parlar nel'altro ove sono ito Si lungi dal camin ch'io faceva hora? Non lo credo perho si haver smarrito Ch'io non lo sappia ritrovare anchora,
Io'dicea ch'in Soria si tenea il rito D'armarsi, che i Franceschi haveano allhora Si che bella in Damascho era la piazza Di gente armata d'elmo e di corazza.
Le vaghe donne gettano da i palchi Sopra i giostranti fior vermigli e gialli, Mentre essi fanno a suon de gli oricalchi Levare assalti & aggirar cavalli,
Ciascuno o bene o mal ch'egli cavalchi Vuol far quivi vedersi, e sprona e dalli: Di ch'altri ne riporta pregio e lode Muove altri a riso, e gridar dietro s'ode.
De la giostra era il prezzo un'armatura Che fu donata al Re pochi di inante, Che su la strada ritrovo a ventura Ritornando d'Armenia un mercatante.
Il Re di nobilissima testura Le sopraveste all'arme aggiunse, e tante Perle vi pose intorno, e Gemme & Oro, Che la fece valer molto thesoro.
Se conosciute il Re quell'arme havesse Care havute l'havria sopra ogni arnese, Ne in premio de la giostra l'havria messe Come che liberal fosse e cortese,
Lungo saria chi raccontar volesse Chi l'havea si sprezzate e vilipese Che'n mezo de la strada le lasciasse Preda a chiunque o inanzi o indietro andasse.
Di questo ho da contarvi piu di sotto, Hor diro di Griphon ch'alla sua giunta Un paio e piu di lancie trovo rotto Menato piu d'un taglio e d'una punta,
De i piu cari e piu fidi al Re fur'otto Che quivi insieme havean lega congiunta Gioveni in arme pratichi & industri Tutti o Signori o di famiglie illustri .
Quei rispondean ne la sbarrata piazza Per un di ad uno ad uno, a tutto'l mondo, Prima con lanciae poi con spada o mazza, Fin ch'al Re di guardarli era giocondo,
E si foravan spesso la corazza, Per giuoco in somma qui facean, secondo Fan gli nimici capitali, eccetto Che potea il Re partirli a suo diletto.
Quel d'Antiochia un'huom senza ragione Che Martano il codardo nominosse, Come se de la forza di Griphone Poi ch'era seco, participe fosse,
Audace entro nel Martiale agone, E poi da canto ad aspettar fermosse Sin che finisce una battaglia fiera Che tra duo cavallier cominciata era.
Il Signor di Seleucia di quell'uno Ch'a sostener l'impresa haveano tolto, Combattendo in quel tempo con Ombruno Lo feri d'una punta in mezo'l volto,
Si che l'uccise, e pieta n'hebbe ognuno, Perche buon cavallier lo tenean molto, Et oltra la bontade, il piu cortese Non era stato in tutto quel paese.
Veduto cio Martano hebbe paura Che parimente a se non avvenisse, E ritornando ne la sua natura A pensar comincio come fugisse
Griphon che gliera appresso e n'havea cura Lo spinse pur, poi ch'assai fece e disse, Contra un gentil guerrier, che s'era mosso Come si spinge il Cane al Lupo adosso.
Che dieci passi gli va dietro o venti E poi si ferma, & abbaiando guarda Come digrigni i minacciosi denti Come ne gliocchi horribil fuoco gli arda
Quivi ov'erano e principi presenti E tanta gente nobile e gagliarda, Fuggi lo'ncontro il timido Martano, E torse'l freno e'l capo a destra mano.
Pur la colpa potea dar al cavallo Chi di scusarlo havesse tolto il peso, Ma con la spada poi fe si gran fallo Che non l'havria Demosthene difeso,
Di charta armato par, non di metallo Si teme daogni colpo essere offeso, Fuggesi al fine, e gliordini disturba Ridendo intorno allui tutta la turba.
Il batter de le mani il grido intorno Se gli levo del populazzo tutto, Come Lupo cacciato fe ritorno Martano in molta fretta al suo ridutto,
Resta Griphone e gli par de lo scorno Del suo compagno esser macchiato e brutto Esser vorrebbe stato in mezo il foco Piu tosto che trovarsi in questo loco.
Arde nel core, e fuor nel viso avampa Come sia tutta sua quella vergogna, Perche l'opere sue di quella stampa Vedere aspetta il populo & agogna.
Si che rifulga chiara piu che lampa Sua virtu, questa volta gli bisogna, Ch'un'oncia,un dito sol d'error che faccia Per la mala impression parra sei braccia.
Gia la lancia havea tolta su la coscia Griphon ch'errare in arme era poco uso, Spinse il cavallo a tutta briglia, e poscia Ch'alquanto andato fu, la messe suso,
E porto nel ferire estrema angoscia Al Baron di Sidonia ch'ando giuso, Ognun maravigliando in pie si leva Che'l contrario di cio tutto attendeva.
Torno Griphon con la medesma antenna Che'ntiera e ferma|ricovrata havea, Et in tre pezzi la roppe alla penna De lo scudo al Signor di Lodicea:
Quel per cader tre volte e quattro accenna Che tutto steso alla groppa giacea, Pur rilevato al fin la spada strinse Volto il cavallo,|e ver Griphon si spinse.
Griphon che'l vede in sella, e che non basta Si fiero incontro perche a terra vada, Dice fra se, quel che non pote l'hasta In cinque colpi o'n sei fara la spada,
E su la tempia subito l'attasta D'un dritto tal che par che dal ciel cada: E un altro gli accompagna e un altro appresso Tanto che l'ha stordito, e in terra messo.
Quivi erano d'Apamia duo germani Soliti in giostra rimaner di sopra, Tirse e Corimbo, & ambo per le mani Del figlio d'Uliver cader sozopra,
L'uno gli arcion lascia allo scontro vani Con l'altro messa fu la spada in opra, Gia per commun giudicio si tien certo Che di costui fia de la giostra il merto.
Ne la lizza era entrato Salinterno Gran Diodarro e Maliscalco regio, E che di tutto'l regno havea il governo E di sua mano era guerriero egregio:
Costui sdegnoso ch'un guerriero esterno Debba portar di quella giostra il pregio Piglia una lancia,everso Griphon grida E molto minacciandolo lo sfida.
Ma quel con un lancion gli fa risposta C'havea per lo miglior fra dieci eletto, E per non far error lo scudo apposta E via lo passa e la corazza e'l petto,
Passa il ferro crudel tra costa e costa E fuor pel tergo un palmo esce di netto, Il colpo (eccetto al Re) fu a tutti caro Ch'ognuno odiava Salinterno avaro.
Griphone appresso a questi, in terra getta Duo di Damasco, Ermophilo, e Carmondo La militia del Re dal primo e retta Del mar grande Almiraglio e quel secondo:
Lascia allo scontro l'un la sella in fretta Adosso all'altro si riversa il pondo Del rio destrier, che sostener non puote L'alto valor con che Griphon percuote.
Il Signor di Seleucia anchor restava Miglior guerrier di tutti gli altri sette, E ben la sua possanza accompagnava Con destrier buono, e con arme perfette.
Dove de l'elmo la vista si chiava L'hasta allo scontro l'unoe l'altro mette, Pur Griphon maggior colpo al Pagan diede Che lo fe staffeggiar dal manco piede.
Gittaro i tronchi, e si tornaro adosso Pieni di molto ardir co i brandi nudi, Fu il Pagan prima da Griphon percosso D'un colpo che spezzato havria gl'incudi,
Con quel fender si vide e ferro & osso D'un ch'eletto s'havea tra mille scudi, E se non era doppio e fin l'arnese Feria la coscia, ove cadendo scese.
Feri quel di Seleucia alla visera Griphone a un tempo, e fu quel colpo tanto Che l'havria aperta e rotta, se non era Fatta, come l'altr'arme, per incanto,
Glie un perder tempo che'l Pagan piu fera Cosi son l'arme dure in ogni canto: E'n piu parti Griphon gia fessa e rotta Ha l'armatura a lui, ne perde botta.
Ognun potea veder quanto di sotto Il Signor di Seleucia era a Griphone, E se partir non li fa il Re di botto Quel che sta peggio la vita vi pone,
Fe Norandino alla sua guardia motto Ch'entrasse a distaccar l'aspra tenzone Quindi fu l'uno, e quindi l'altro tratto E fu lodato il Re di si buon atto.
Gli otto che dianzi havean col mondo impresa E non potuto durar poi contra uno: Havendo mal la parte lor difesa Usciti eran del campo ad uno ad uno,
Glialtri ch'eran venuti allor contesa Quivi restar senza contrasto alcuno, Havendo lor Griphon solo interrotto Quel che tutti essi havean da far contra otto.
E duro quella festa cosi poco Ch'in men d'un'hora il tutto fatto s'era: Ma Norandin per far piu lungo il giuoco E per continuarlo infino a sera:
Dal palco scese e fe sgombrare il loco E poi divise in due la grossa schiera : Indi secondo il sangue e la lor prova Gliando accoppiando e feuna giostra nova
Griphone in tanto havea fatto ritorno Alla sua stanza, pien d'ira e di rabbia: E piu gli preme di Martan lo scorno Che non giova l'honor ch'essovinto habbia
Quivi per tor l'obbrobrio c'haveaintorno Martano adopra le mendaci labbia, E l'astuta e bugiarda meretrice Come meglio sapea gli era adiutric.
O si o no che'l giovin gli credesse Pur la scusa accetto come discreto: E pe'l suo meglio allhora allhora elesse Quindi levarsi tacito e secreto,
Per tema che se'l populo vedesse Martano comparir, non stesse cheto: Cosi per una via nascosa e corta Usciro al camin lor fuor de la porta.
Griphone, o ch'egli o che'l cavallo fosse Stanco, o gravasse il sonno pur le ciglia, Al primo albergo che trovar, fermosse Che non erano andati oltrea dua miglia,
Si trasse l'elmo, e tutto disarmosse E trar fece a cavalli e sella e briglia, E poi serrossi in camera soletto, E nudo per dormire entro nel letto.
Non hebbe cosi tosto il capo basso Che chiuse gliocchi, e fu dal sonno oppresso Cosi profundamente, che mai Tasso Ne Ghiro mai s'addormento, quanto esso
Martano in tanto & Horrigille a spasso Entraro in un giardin, ch'era li appresso Et un'inganno ordir, che fu il piu strano, Che mai cadesse in sentimento humano.
Martano disegno torre il destriero I panni, e l'arme, cheGriphon s'ha tratte E andare inanzi al Re pel cavalliero Che tante pruove havea giostrando fatte,
L'effetto ne segui fatto il pensiero: Tolle il destrier piu candido che latte Scudo, e cimiero, & arme, e sopraveste E tutte di Griphon l'insegne veste.
Con gli scudieri e con la donna,dove Era il popolo anchora, in piazza venne, E giunse a tempo che finian le pruove Di girar spade e d'arrestare antenne,
Commanda il Re che'l cavallier si truove Che per cimier havea le bianche penne, Bianche le vesti, e bianco il corridore, Che'l nome non sapea del vincitore.
Colui ch'indosso il non suo cuoio haveva Come l'Asino gia quel del Leone, Chiamato, se n'ando come attendeva, A Norandino, in loco di Griphone,
Quel Re cortese incontro se gli leva L'abbraccia e bacia, e allato se lo pone, Ne gli basta honorarlo e dargli loda Che vuol che'l suo valor per tutto s'oda.
E fa gridarlo al suon de gli oricalchi Vincitor de la giostra di quel giorno, L'alta voce ne va per tutti i palchi, Che'l nome indegnoudir fa d'ognintorno
Seco il Re vuol ch'a par a par cavalchi Quando al palazzo suo poi fa ritorno, E di sua gratia tanto gli comparte Che basteria se fosse Hercole o Marte.
Bello & ornato allogiamento dielli In corte, & honorar fece con lui Horrigille ancho, e nobili donzelli Mando con essa, e cavallieri sui ,
Ma tempo e ch'ancho di Griphon favelli Ilqual ne dal compagno ne d'altrui, Temendo inganno, addormentato s'era Ne mai si risveglio fin'alla sera.
Poi che fu desto, e che de l'hora tarda S'accorse, usci di camera con fretta Dove il falso cognato, e la bugiarda Horrigille, lascio con l'altra setta,
E quando non gli truova, e che riguarda Non v'esser l'arme, ne i panni,sospetta, Ma il veder poi piu sospettoso il fece L'insegne del compagno in quella vece.
Sopravien l'hoste, e di colui l'informa Che gia gran pezzo di bianch'arme adorno Con la donna e col resto de la torma Havea ne la citta fatto ritorno,
Truova Griphone a poco a poco l'orma Ch'ascosa glihavea Amor fin'a quel giorno E con suo gran dolor vede esser quello Adulter d'Horrigille, e non fratello.
Di sua sciochezza in darno hora si duole C'havendo il ver dal peregrino udito Lasciato mutar s'habbia alle parole Di chi l'havea piu volte gia tradito,
Vendicar si potea, ne seppe,hor vuole L'inimico punir che gli e fuggito, Et e constretto con troppo gran fallo A tor di quel vil'huom l'arme e'l cavallo.
Eragli meglio andar senz'arme e nudo Che porsi in dosso la corazza indegna, O ch'imbracciar l'abominato scudo O por su l'elmo la beffata insegna,
Ma per seguir la meretrice e'l drudo Ragione in lui pari al disio non regna, A tempo venne alla citta, ch'anchora Il giorno havea quasi di vivo un'hora.
Presso alla porta ove Griphon venia Siede a sinistra un splendido castello, Che piu che forte, e ch'a guerre atto sia Di ricche stanze, e accommodato e bello,
I Re,i Signori, i primi di Soria Con alte donne in un gentil drappello Celebravano quivi in loggia amena La real sontuosa e lieta cena.
La bella loggia sopra'l muro usciva Con l'alta rocca fuor de la cittade, E lungo tratto di lontan scopriva I larghi campi, e le diverse strade,
Hor che Griphon verso la porta arriva Con quell'arme d'obbrobrio e di viltade Fu con non troppa aventurosa sorte Dal Re veduto, e da tutta la corte.
E riputato quel di c'havea insegna Mosse le donne e i cavallieri a riso Il vil Martano, come quel che regna In gran favor, dopo'l Re, e'l primo assiso,
E presso allui la Donna di se degna, Da i quali Norandin con lieto viso Volse saper chi fosse quel codardo Che cosi havea al suohonor poco riguardo
Che dopo una si trista e brutta pruova Con tanta fronte, hor gli tornava inante Dicea, questa mi par cosa assai nuova Ch'essendo voi guerrier degno e prestante
Costui compagno habbiate, che non truova Di vilta pari in terra di Levante, Il fate forse per mostrar maggiore Per tal contrario il vostro alto valore
Ma ben vi giuro per gli eterni Dei Che se non fosse ch'io riguardo a voi La publica ignominia gli farei Ch'io soglio fare a glialtri pari a lui,
Perpetua ricordanza gli darei Come ognhor di vilta nimico fui, Ma sappia, s'impunito se ne parte Grado a voi, che'l menaste in questa parte.
Colui che fu de tuti i vitii il vaso Rispose, alto Signor dir non sapria Chi fia costui, ch'io l'ho trovato a caso Venendo d'Antiochia, in su la via,
Il suo sembiante m'havea persuaso Che fosse degno di mia compagnia, Ch'intesa non n'havea pruova ne vista Se non quella che fece hoggi assai trista.
Laqual mi spiacque si, che resto poco Che per punir l'estrema sua viltade, Non gli facessi allhora allhora un gioco Che non toccasse piu lance ne spade,
Ma hebbi piu ch'allui rispetto al loco E riverentia a vostra Maestade, Ne per me voglio che gli sia guadagno L'essermi stato un giorno o dua compagno.
Di che contaminato ancho esser parme, E sopra il cor mi sara eterno peso Se con vergogna del mestier de l'arme Io lo vedro da noi partire illeso:
E meglio che lasciarlo, satisfarme Potrete, se sara d'un merlo impeso: E fia lodevol'opra e signorile: Perch'el sia esempio e specchio ad ognivile
Al detto suo Martano Horrigille have Senza accennar confermatrice presta, Non son (rispose ilRe) l'opre si prave Ch'al mio parer v'habbia d'andar la testa
Voglio per pena del peccato grave Che sol rinuovi al populo la festa E tosto a un suo Baron che fe venire Impose quanto havesse ad esequire,
Quel Baron molti armati seco tolse Et alla porta della terra scese, E quivi con silentio li raccolse, E la venuta di Griphone attese,
E nel entrar si d'improviso il colse Che fra i duo ponti a salvamento il prese: E lo ritenne con beffe e con scorno In una oscura stanza in fin'al giorno.
Il Sole a pena havea il dorato crine Tolto di grembio alla nutrice antica, E cominciava da le piagge alpine A cacciar l'ombre, e far la cima aprica,
Quando temendo il vil Martan, ch'al fine Griphone ardito la sua causa dica, E ritorni la colpa ond'era uscita Tolse licentia, e fece indi partita.
Trovando idonia scusa al priego regio Che non stia allo spettacolo ordinato, Altri doni gli havea fatto, col pregio De la non sua vittoria, il Signor grato,
E sopra tutto un'amplo privilegio Dov'era d'alti honori al sommo ornato, Lascianlo andar, ch'io vi prometto certo Che la mercede havra secondo il merto.
Fu Griphon tratto a granvergogna in piazza Quando piu si trovo piena di gente, Glihavean levato l'elmo e la corazza: E lasciato in farsetto assai vilmente,
E come il conducessero alla mazza Posto l'havean sopra un carro eminente: Che lento lento tiravan due vacche Da lunga fame attenuate e fiacche.
Venian d'intorno alla ignobil quadriga Vecchie sfacciate e dishoneste putte, Di che n'era una & hor un'altra auriga E con gran biasmo lo mordeano tutte,
Lo poneano i fanciulli in maggior briga Che, oltre le parole infami e brutte, L'havrian co i sassi insino a morte offeso Se da i piu saggi non era difeso.
L'arme che del suo male erano state Cagion, che di lui fer non vero indicio Da la coda del carro strascinate Patian nel fango debito supplicio,
Le ruote inanzi a un tribunal fermate Gli fero udir de l'altrui maleficio La sua ignominia, che'n su gliocchi detta Gli fu: gridando un publico trombetta.
Lo levar quindi, e lo mostrar per tutto Dinanzi a templi ad officine e a case Dove alcun nome scelerato e brutto Che non gli fosse detto, non rimase,
Fuor de la terra all'ultimo condutto Fu da la turba, che si pervase Bandirlo, e cacciare indi, a suon di busse, Non conoscendo ben ch'egli si fusse.
Si tosto a pena gli sferraro i piedi E liberargli l'una e l'altra mano Che tor lo scudo, & impugnar gli vedi La spada che rigo gran pezzo il piano,
Non hebbe contra se lance ne spiedi Che senz'arme venia il populo insano, Ne l'altro canto diferisco il resto Che tempo e homai Signor di finir questo
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