Skip to content
1474–1533

CANTO DECIMONONO.

Ludovico Ariosto

A Lcun non puo sa per da chi sia amato Quando felice in su la ruota siede, Perho c'ha i ve ri e i finti ami/ ci a lato Che mostran tut ti una medesma sede,

Se poi si cangia in tristo il lieto stato Volta la turba adulatrice il piede, E quel che di cor ama riman forte Et ama il suo Signor dopo la morte.

Se come il viso si mostrasse il core Tal ne la corte e grande e glialtri preme E tal'e in poca gratia al suo Signore Che la lor sorte muteriano insieme,

Questo humil diverria tosto il maggiore Staria quel grande infra le turbe estreme, Ma torniamo a Medor fedele e grato Che'n vita e in morte ha il suo Signore amato.

Cercando gia nel piu intricato calle Il Giovine infelice di salvarsi, Ma il grave peso c'havea su le spalle Gli facea uscir tutti i partiti scarsi,

Non conosce il paese e la via falle E torna fra le spine a invilupparsi: Lungi da lui tratto al sicuro s'era L'altro c'havea la spalla piu leggiera.

Cloridan s'e ridutto ove non sente Di chi segue lo strepito e il rumore: Ma quando da Medor si vede absente Gli pare haver lasciato adietro il core,

Deh come fui (dicea) si negligente: Deh come fui si di me stesso fuore: Che senza te Medor qui mi ritrassi Ne sappia quando o dove io ti lasciassi.

Cosi dicendo, ne la torta via De l'intricata selva si ricaccia: Et onde era venuto, si ravvia E torna di sua morte in su la traccia:

Ode i cavalli e i gridi tuttavia E la nimica voce che minaccia, All'ultimo ode il suo Medoro, e vede Che tra molti a cavallo e solo a piede.

Cento a cavallo e gli son tutti intorno Zerbin commanda, e grida che sia preso, L'infelice s'aggira com'un torno E quanto puo si tien da lor difeso,

Hor dietro quercia, hor olmo, hor faggiohor orno Ne si discosta mai dal caro peso: L'ha riposato al fin su l'herba, quando Regger nol puote, e gli va intorno errando

Come Orsa che l'alpestre cacciatore Ne la pietrosa tana assalita habbia, Sta sopra i figli con incerto core E freme in suono di pieta e di rabbia:

Ira la'nvita e natural furore A spiegar l'ugne e ainsanguinar le labbia: Amor la'ntenerisce e la ritira A riguardare a i figli in mezo l'ira.

Cloridan che non sa come l'aiuti E ch'esser vuole a morir seco anchora, Ma non ch'in morte prima il viver muti Che via non truovi, ove piu d'un ne mora

Mette su l'arco un de suoi strali acuti E nascoso con quel si ben lavora Che fora ad uno Scotto le cervella E senza vita il fa cader di sella.

Volgonsi tutti glialtri a quella banda Ond'era uscito il calamo homicida, Intanto un altro il Saracin ne manda Perche'l secondo a lato al primo uccida ,

Che mentre in fretta a questo e a quel domanda Chi tirato habbia l'arco: e forte grida Lo strale arriva e gli passa la gola E gli taglia pel mezo la parola,

Hor Zerbin ch'era il capitano loro Non pote a questo haver piu patienza, Con ira e con furor venne a Medoro Dicendo ne farai tu penitenza,

Stese la mano in quella chioma d'Oro E strascinollo a se con violenza, Ma come gliocchi a quel bel volto mise Gli ne venne pietade, e non l'uccise.

Il giovinetto si rivolse a prieghi, E disse cavallier, per lo tuo Dio Non esser si crudel che tu mi nieghi Ch'io sepelisca il corpo del Re mio,

Non vo ch'altra pieta per me ti pieghi Ne pensi che di vita habbi disio, Ho tanta di mia vita e non piu cura Quanta ch'al mio Signor dia sepultura.

Et se pur pascer voi fiere & augelli Che'n te il furor sia del Theban Creonte, Fa lor convito di miei membri, e quelli Sepelir lascia del figliuol d'Almonte,

Cosi dicea Medor con modi belli E con parole atte a voltare un monte, E si commosso gia Zerbino havea Che d'amor tutto e di pietade ardea.

In questo mezo un cavallier villano: Havendo al suo Signor poco rispetto: Feri con una lancia sopra mano Al supplicante il delicato petto,

Spiacque a Zerbin l'atto crudele e strano Tanto piu, che del colpo il giovinetto Vide cader si sbigottito e smorto Che'n tuttto giudico che fosse morto.

E se ne sdegno in guisa: e se ne dolse. Che disse invendicato gia non fia, E pien di mal talento si rivolse Al cavallier che fe l'impresa ria,

Ma quel prese vantaggio e se gli tolse Dinanzi in un momento e fuggi via: Cloridan che Medor vede per terra Salta del bosco a discoperta guerra.

E getta l'arco: e tutto pien di rabbia Tra gli nimici il ferro intorno gira, Piu per morir: che per pensier ch'egli habbia Di far vendetta che pareggi l'ira,

Del proprio sangue rosseggiar la sabbia Fra tante spade, e al fin venir si mira, E tolto che si sente ogni potere Si lascia a canto al suo Medor cadere.

Seguon gli Scotti ove la guida loro Per l'alta selva alto disdegno mena Poi che lasciato ha l'uno e l'altro Moro L'un morto in tutto, e l'altro vivo a pena,

Giacque gran pezzo il giovine Medoro Spicciando il sangue da si larga vena Che di sua vita al fin saria venuto Se non sopravenia chi gli die aiuto.

Gli sopravenne a caso una Donzella Avolta in pastorale, & humil veste: Ma di real presentia: e in viso bella: D'alte maniere, e accortamente honeste

Tanto e, ch'io non ne dissi piu novella Ch'apena riconoscer la dovreste: Questa se non sapete Angelica era Del gran Can del Catai la figlia altiera.

Poi che'l suo annello Angelica rihebbe Di che Brunel l'havea tenuta priva: In tanto fasto in tanto orgoglio crebbe Ch'esser parea di tutto'l mondo schiva,

Se ne va sola: e non si degnerebbe Compagno haver qual piu famoso viva, Si sdegna a rimembrar che gia suo amante Habbia Orlando nomato, o Sacripante.

E sopra ogn'altro error via piu pentita Era del ben che gia a Rinaldo volse, Troppo parendole essersi avilita Ch'a riguardar si basso gliocchi volse,

Tant'arrogantia havendo Amor sentita Piu lungamente comportar non volse, Dove giacea Medor si pose al varco E l'aspetto posto lo strale all'arco.

Quando Angelica vide il giovinetto Languir ferito assai vicino a morte, Che del suo Re che giacea senza tetto Piu che del proprio mal si dolea forte,

Insolita pietade in mezo al petto Si senti entrar per disusate porte, Che le fe il duro cor tenero e molle E piu quando il suo caso egli narrolle.

E rivocando alla memoria l'arte Ch'in India imparo gia di Chirugia, Che par che questo studio in quella parte Nobile e degno, e di gran laude sia

E senza molto rivoltar di charte Che'l patre a i figli hereditario il dia, Si dispose operar con succo d'herbe Ch'a piu matura vita lo riserbe.

E ricordossi, che passando havea Veduta un'herba in una piaggia amena, Fosse Dittamo o fosse Panacea O non so qual, di tal effetto piena,

Che stagna il sangue, e de la piaga rea Leva ogni spasmo e perigliosa pena La trovo non lontana: e quella colta Dove lasciato havea Medor, die volta.

Nel ritornar s'incontra in un pastore Ch'a cavallo pel bosco ne veniva, Cercando una iuvenca, che gia fuore Duo di di mandra e senza guardia giva,

Seco lo trasse, ove perdea il vigore Medor col sangue che del petto usciva, E gia n'havea di tanto il terren tinto Ch'era homai presso a rimanere estinto.

Del palafreno Angelica giu scese E scendere il Pastor seco fece anche: Pesto con sassi l'herba, indi la prese E succo ne cavo fra le man bianche,

Ne la piaga n'infuse, e ne distese E pel petto e pel ventre, e fin'a lanche E fu di tal virtu questo liquore Che stagno il sangue, e gli torno ilvigore.

E gli die forza che pote salire Sopra il cavallo che'l pastor condusse: Non perho volse indi Medor partire Prima ch'in terra il suo Signor non fusse

E Cloridan col Re fe sepelire: E poi dove a a lei piacque si ridusse, Et elle per pieta ne l'humil case Del cortese pastor seco rimase.

Ne fin che nol tornasse in sanitade Volea partir: cosi di lui fe stima, Tanto se inteneri de la pietade Che n'hebbe come in terra il vide prima,

Poi vistone i costumi e la beltade Roder si senti il cor d'ascosa lima Roder si senti il core, e a poco a poco Tutto infiammato d'amoroso fuoco.

Stava il Pastore in assai buona e bella Stanza, nel bosco infra duo monti piatta: Con la moglie e co i figli: & havea quella Tutta di nuovo, e poco inanzi fatta,

Quivi a Medoro fu per la Donzella La piaga in breve a sanita ritratta, Ma in minor tempo si senti maggiore Piaga di questa havere ella nel core.

Assai piu larga piaga, e piu profonda Nel cor senti da non veduto strale: Che da begliocchi, e da la testa bionda Di Medoro, avento l'Arcier c'ha l'ale,

Arder si sente, e sempre il fuoco abonda E piu cura l'altrui che'l proprio male, Di se non cura, e non e ad altro intenta Ch'a risanar chi lei fere e tormenta.

La sua piaga piu s'apre, e piu incrudisce, Quanto piu l'altra si ristringe e salda, Il giovine si sana, ella languisce Di nuova febbre, hor agghiacciata, horcalda

Di giorno in giorno in lui belta fiorisce La misera si strugge, come salda Strugger di nieve intempestiva, suole Ch'in loco aprico habbia Scoperta il Sole,

Se di disio non vuol morir bisogna Che senza indugio ella se stessa aiti, E ben le par che di quel ch'essa agogna Non sia tempo aspettar ch'altri la'nviti:

Dunque rotto ogni freno di vergogna La lingua hebbe non men che gliocchi arditi E di quel colpo domando mercede Che forse non sapendo, esso le diede.

O Conte Orlando, o Re di Circasia Vostra inclyta virtu dite che giova? Vostro alto honor dite in che prezzo sia? O che merce vostro servir ritruova?

Mostratemi una sola cortesia Che mai costei v'usasse, o vecchia o nuova Per ricompensa e guidardone e merto Di quanto havete gia per lei sofferto.

Oh se potessi ritornar mai vivo Quanto ti parria duro o ReAgricane, Che gia mostro costei si haverti a schivo Con repulse crudeli & inhumane,

O Ferrau, o mille altri ch'io non scrivo C'havete fatto mille pruove vane Per questa ingrata: quanto aspro vi fora S'a costu'in braccio voi lavedesse hora.

Angelica a Medor la prima rosa Coglier lascio, non anchor tocca inante, Ne persona fu mai si aventurosa Ch'in quel giardin potesse por le piante,

Per adombrar per honestar la cosa Si celebro con cerimonie sante Il matrimonio, ch'Auspice hebbeAmore E Pronuba la moglie del Pastore.

Fersi le nozze sotto all'humil tetto Le piu solenni che vi potean farsi: E piu d'un mese poi stero a diletto I duo tranquilli amanti a ricrearsi,

Piu lunge non vedea del Giovinetto: La Donna, ne di lui potea satiarsi Ne per mai sempre pendergli dal collo Il suo disir sentia di lui satollo.

Se stava all'ombra, o se del tetto usciva Havea di e notte il bel Giovine a lato: Matino e sera hor questa hor quella riva, Cercando andava, o qualche verde prato:

Nel mezo giorno un'Antro li copriva Forse non men di quel commodo e grato C'hebber, fuggendo lacque, Enea e Dido De lor secreti testimonio fido.

Fra piacer tanti, ovunque un'arbor dritto Vedesse ombrare o fonte, orivo puro V'havea spillo, o coltel subito fitto, Cosi se v'era alcun sasso men duro,

Et era fuori in mille luoghi scritto E cosi in casa in altri tanti il muro Angelica e Medoro, in varii modi Legati insieme di diversi nodi,

Poi che le parve haver fatto soggiorno Quivi piu ch'a bastanza, fe disegno Di fare in India del Catai ritorno E Medor coronar del suo bel regno:

Portava al braccio un cerchio d'Oro adorno Di ricche gemme, in testimonio e segno Del ben che'l conte Orlando le volea E portato gran tempo ve l'havea.

Quel dono gia Morgana a Ziliante Nel tempo che nel lago ascoso il tenne, Et esso poi ch'al padre Monodante Per opra e per virtu d'Orlando, venne

Lo diede a Orlando: Orlando ch'era amante Di porsi al braccio il cerchio d'Or sostenne Havendo disegnato di donarlo Alla Regina sua di ch'io vi parlo.

Non per amor del Paladino, quanto Perch'era ricco, e d'artificio egregio: Caro havuto l'havea la Donna tanto Che piu non si puo haver cosa di pregio:

Se lo serbo ne l'Isola del pianto Non so gia dirvi con che privilegio, La dove esposta al marin Mostro nuda Fu da la gente inhospitale e cruda.

Quivi non si trovando altra mercede Ch'al buon pastore, & alla moglie dessi Che serviti gl'havea con si gran fede Dal di che nel suo albergo si fur messi.

Levo dal braccio il cerchio, e gli lo diede E volse per suo amor che lo tenessi Indi saliron verso la montagna Che divide la Francia da la Spagna.

Dentro a Valenza, o dentro a Barcellona Per qualche giorno, havean pensato porsi, Fin che accadesse alcuna nave buona Che per levante apparecchiasse a sciorsi:

Videro il mar scoprir sotto a Girona Ne lo smontar giu de i montani dorsi: E costeggiando a man sinistra il lito A Barcellona andar pel camin trito.

Ma nonvi giunser prima, ch'un huom pazzo Giacer trovaro in su l'estreme arene: Che, come porco di loto e di guazzo Tutto era brutto e volto, e petto e schene:

Costui si scaglio lor come cagnazzo Ch'assalir forestier subito viene: E die lor noia, e fu per far lor scorno, Ma di Marphisa a ricontarvi torno.

Di Marphisa, d'Astolfo, d'Aquilante Di Griphone e de glialtri io vi vuo dire, Che travagliati, e con la morte inante Mal si poteano incontra il mar schermire,

Che sempre piu superba e piu arrogante Crescea Fortuna le minaccie e l'ire E gia durato era tre di lo sdegno Ne di placarsi anchor mostrava segno.

Castello e ballador spezza e fraccassa L'onda nimica e'l vento ognhor piu fiero, Se parte ritta il verno pur ne lassa La taglia e dona al mar tutta il nocchiero

Chi sta col capo chino in una cassa Su la charta appuntando il suo sentiero, A lume di lanterna piccolina E chi col torchio giu ne la sentina.

Un sotto poppe, un altro sotto prora Si tiene inanzi l'horiuol da polve, E torna a rivedere ogni mez'hora Quanto e gia corso, & a che via si volve,

Indi ciascun con la sua charta fuora A meza nave il suo parer risolve, La dove a un tempo i marinari tutti Sono a consiglio dal padron ridutti.

Chi dice, sopra Limisso venuti Siamo per quel ch'io trovo alle seccagne, Chi di Tripoli appresso i sassi acuti Dove il mar le piu volte i legni fragne,

Chi dice siamo in Satalia perduti, Percui piu d'un nocchiersospira e piagne Ciascun secondo il parer suo argomenta Ma tutti ugual timor preme e sgomenta.

Il terzo giorno con maggior dispetto Gli assale il vento, e il mar piu irato freme E l'un ne spezza, e portarne il Trinchetto E'l Timon l'altro, e chi lo volge insieme:

Ben e di forte e di marmoreo petto E piu duro ch'acciar c'hora non teme Marphisa che gia fu tanto sicura Non nego che quel giorno hebbe paura.

Al monte Sinai fu peregrino A Gallitia promesso, a Cypro,a Roma: Al Sepolchro, alla Vergine d'Hettino E se celebre luogo altro si noma,

Su'l mare in tanto e spesso al ciel vicino L'afflitto e conquassato legno toma Di cui per men travaglio havea il Padrone Fatto l'arbor tagliar de l'Artimone.

E colli e casse e cio che v'e di grave Gitta da prora, e da poppe, e da sponde: E fa tutte sgombrar camere e giave E dar le ricche merci all'avide onde:

Altri attende alle trombe, e a tor di nave L'acque importune, e il mar nel mar rifonde, Soccorre altri in sentina ovunque appare Legno da legno haver sdrucito il mare.

Stero in questo travaglio, in questa pena Ben quattro giorni, e non havean piu schermo E n'havria havuto il mar vittoria piena Poco piu ch'l furor tenesse fermo:

Ma diede speme lor d'aria serena La disiata luce di santo Hermo, Ch'in prua s'una cocchina a por si venne Che piu non v'erano arbori ne antenne.

Veduto fiammeggiar la bella face S'inginocchiaro tutti i naviganti, E domandaro il mar tranquillo, e pace, Con humidi occhi, e con voci tremanti:

La tempesta crudel che pertinace Fu sin'allhora, non ando piu inanti: Maestro e traversia piu non molesta E sol del mar Tyran Libecchio resta.

Questo resta su'l mar tanto possente E da la negra bocca in modo eshala Et e con lui si il rapido torrente Del agitato mar ch'in fretta cala

Che porta il legno piu velocemente Che pelegrin Falcon mai facesse ala, Con timor del nocchier, ch'al fin del mondo Non lo trasporti, o rompa, o cacci al fondo.

Rimedio aquesto il buon nocchier ritruova Che commanda gittar per poppa spere: E caluma la gommona, e fa pruova Di duo terzi del corso ritenere,

Questo consiglio, e piu l'augurio giova Di chi havea acceso in proda le lumiere Questo legno salvo che peria forse E fe ch'in alto mar sicuro corse.

Nel golfo di Laiazzo in ver Soria Sopra una gran citta si trovo sorto, E si vicino al lito che scopria L'uno e l'altro castel che serra il porto,

Come il padron s'accorse de la via Che fatto havea, ritorno in viso smorto, Che ne Porto pigliar quivi volea, Ne stare in alto, ne fuggir potea.

Ne potea stare in alto ne fuggire, Che gliarbori e l'antenne havea perdute Eran tavole e travi, pel ferire Del mar, sdrucite macere e sbattute,

E'l pigliar porto era un voler morire: O perpetuo legarsi in servitute, Che riman serva ogni persona o morta, Che quivi errore, o ria fortuna porta:

E'l stare in dubbio era con gran periglio Che non salisser genti de la terra: Con legni armati, e al suo desson di piglio Mal'atto a star su'l mar non ch'a far guerra

Mentre il padron non sa pigliar consiglio Fu domandato da quel d'Ingilterra Chi gli tenea si l'animo suspeso E perche gia non havea il porto preso.

Il padron narro lui, che quella riva Tutta, tenean le femine homicide, Di quai l'antiqua legge, ognun ch'arriva In perpetuo tien servo, o che l'uccide,

E questa sorte solamente schiva Chi nel campo dieci huomini conquide, E poi la notte puo assaggiar nel letto Diece Donzelle con carnal diletto,

E se la prima pruova gli vien fatta E non fornisca la seconda poi: Egli vien morto, e chi e con lui si tratta Da zappatore, o da guardian di buoi,

Se di far l'uno e l'altro e persona atta Impetra libertade a tutti i suoi, A se non gia, c'ha da restar marito Di diece donne, elette a suo appetito.

Non pote udire Astolfo senza risa: De la vicina terra il rito strano, Sopravien Sansonetto, e poi Marphisa, Indi Aquilante, e seco il suo Germano:

Il padron parimente lor divisa La causa che dal porto il tien lontano, Voglio (dicea) che inanzi il mar m'affoghi Ch'io senta mai di servitude i gioghi.

Del parer del padrone, i marinari E tutti glialtri naviganti furo, Ma Marphisa e compagni eran contrari Che piu che l'acque il lito havean sicuro,

Via piu il vedersi intorno'irati i mari Che cento mila spade era lor duro, Parea lor questo e ciascun'altro loco Dov'arme usar potean da temer poco.

Bramavano i guerrier venire a proda Ma con maggior baldanza il duca Inglese, Che sa come del corno il rumor s'oda Sgombrar d'intorno si fara il paese,

Pigliare il porto l'una parte loda E l'altra il biasma. e sono alle contese Ma la piu forte in guisa il padron stringe, ch'al porto suo mal grado, il legno spinge

Gia quando prima s'erano alla vista De la citta crudel su'l mar scoperti, Veduto haveano una galea provista Di molta ciurma, e di nochieri esperti:

Venire al dritto a ritrovar la trista Nave: confusa di consigli incerti: Che l'alta prora alle sua poppe basse Legando, fuor de l'empio mar la trasse:

Entrar nel porto remorchiando, e a forza Di remi, piu che per favor di vele: Perho che l'alternar di pioggia e d'orza Havea levato il vento lor crudele,

Intanto ripigliar la dura scorza I cavallieri. e il brando lor fedele, Et al padrone, & a ciascun che teme Non cessan dar con lor conforti speme.

Fatto e'l porto a sembianza d'una Luna E gira piu di quattro miglia intorno: Seicento passi e in bocca, & in ciascuna Parte, una rocca ha nel finir del corno,

Non teme alcuno assalto di Fortuna Se non quando gli vien dal mezo giorno, A guisa di theatro se gli stende La citta a cerco, e verso il poggio ascende

Non fu quivi si tosto il legno sorto, (Gia l'aviso era per tutta la terra) Che fur sei mila femine su'l porto Con gliarchi in mano in habito di guerra,

E per tor de la fuga ogni conforto Tra l'una rocca e l'altra il mar si serra: Da navi e da catene fu rinchiuso Che tenean sempre instrutte a cotal uso,

Una che d'anni alla Cumea d'Apollo Pote uguagliarsi, e alla madre d'Hetttorre Fe chiamare il padrone, e domandollo Se si volean lasciar la vita torre,

O se voleano pur al giogho il collo Secondo la costuma sottoporre, De gli dua l'uno haveano a torre, o quivi Tutti morire, o rimaner captivi.

Glie ver (dicea) che s'huom si ritrovasse Tra voi cosi animoso, e cosi forte: Che contra dieci nostri huomini osasse Prender battaglia, e desse lor la morte,

E far con diece femine bastasse Per una notte, ufficio di consorte: Egli si rimarria principe nostro, E gir voi ne potreste al camin vostro.

E sara in vostro arbitrio il restar ancho Vogliate o tutti o parte, ma con patto, Che chi vorra restare, e restar franco: Marito sia per diece femine atto,

Ma quando il guerrier vostro possa manco De i dieci che gli fian nimici a un tratto O la seconda pruova non fornisca: Voglian voi siate schiavi, egli perisca.

Dove la vecchia ritrovar timore Credea ne i cavallier, trovo baldanza, Che ciascun si tenea tal feritore Che fornir l'uno e l'altro havea speranza:

Et a Marphisa Non mancava il core (Ben che mal'atta alla seconda danza) Ma dove non l'aitasse la Natura Con la spada supplir stava sicura.

Al padron fu commessa la risposta Prima conchiusa per commun consiglio, C'havean chi lor potria di se a lor posta Ne la piazza e nel letto far periglio:

Levan l'offese, & il nocchier s'accosta Getta la fune e le fa dar di piglio: E fa acconciare il ponte, onde i guerrieri Escono armati, e tranno i lor destrieri.

E quindi van per mezo la cittade E vi ritruovan le donzelle altiere Succinte cavalcar per le contrade, Et in piazza armeggiar come guerriere,

Ne calciar quivi spron ne cinger spade Ne cosa d'arme puon glihuomini havere Se non dieci alla volta per rispetto De l'antiqua costuma ch'io v'ho detto.

Tutti glialtri alla spola, all'aco al fuso, Al pettine, & all'aspo sono intenti: Con vesti feminil, che vanno giuso Insin'al pie, che gli fa molli e lenti,

Si tengono in catena, alcuni ad uso D'arar la terra, o di guardar gli armenti: Son pochi i maschi: e non son ben per mille Femine, cento fra cittadi e ville.

Volendo torre i cavallieri a sorte Chi di lor debba per commune scampo L'una decina in piazza porre a morte Et poi l'altra ferir ne l'altro campo.

Non disegnavan di Marphisa forte Stimando che trovar dovesse inciampo Ne la seconda giostra de la sera: Ch'ad haverne vittoria habil non era.

Ma con glialtri esser volse ella sortita, Hor sopra lei la sorte in somma cade, Ella dicea, prima v'ho a por la vita Che v'habbiate a por voi la libertade,

Ma questa spada (e lor la spada addita Che cinta havea) vi do per securtade Ch'io vi sciorro tutti gl'intrichi al modo Che fe Alessandro il Gordiano nodo.

Non vuo mai piu che forestier si lagni Di|questa terra, fin che'l mondo dura, Cosi disse, e non potero i compagni Torle quel che le dava sua aventura,

Dunque, o ch'in tutto perda o lor guadagni La liberta, le lasciano la cura, Ella di piastre gia guernita e maglia S'appresento nel campo alla battaglia.

Gira una piazza al sommo de la terra Di gradi a seder atti intorno chiusa: Che solamente a giostre, a simil guerra, A caccie, a lotte, e non ad altro s'usa:

Quattro porte ha di bronzo onde si serra, Quivi la moltitudine confusa De l'armigere femine si trasse, E poi fu detto a Marphisa ch'entrasse.

Entro Marphisa s'un destrier leardo Tutto sparso di macchie e di rotelle, Di piccol capo, e d'animoso sguardo D'andar superbo e di fattezze belle

Pel maggiore, e piu vago, e piu gagliardo Di mille che n'havea con briglie e selle Scelse in Damasco, e realmente ornollo Et a Marphisa Norandin donollo.

Da mezo giorno e da la porta d'Austro Entro Marphisa: e non vi stette guari Ch'appropinquare e risonar pel claustro Udi di trombe acuti suoni e chiari,

E vide poi di verso il freddo plaustro Entrar nel campo i dieci suoi contrari , Il primo cavallier ch'apparve inante Di valer tutto il resto havea sembiante,

Quelvenne in piazza sopra un gran destriero Che fuor ch'in fronte e nel pie dietro manco, Era piu che mai corbo oscuro e nero Nel pie e nel capo havea alcun pelo bianco,

Del color del cavallo il cavalliero Vestito, volea dir, che come manco Del chiaro era l'oscuro, era altretanto Il riso in lui, verso l'oscuro pianto.

Dato che fu de la battaglia il segno Nove guerrier l'haste chinaro a un tratto Ma quel dal nero hebbe il vantaggio a sdegno Si ritiro, ne di giostrar fece atto,

Vuol ch'alle leggi inanzi di quel regno Ch'alla sua cortesia sia contrafatto, Si tra da parte: e sta a veder le pruove Ch'una sola hasta fara contra a nove.

Il destrier c'havea andar trito e soave Porto all'incontro la Donzella in fretta, Che nel corso arresto lancia si grave Che quattro huomini havriano a pena retta

L'havea pur dianzi al dismontar di nave Per la piu salda in molte antenne eletta, Il fier sembiante con ch'ella si mosse Mille faccie imbianco, mille cor scosse.

Aperse al primo che trovo si il petto Che fora assai che fosse stato nudo, Gli passo la corazza e il soprapetto: Ma prima un ben ferrato e grosso scudo:

Dietro le spalle un braccio il ferro netto Si vide uscir, tanto fu il colpo crudo, Quel fitto ne la lancia a dietro lassa E sopra glialtri a tutta briglia passa.

E diede d'urto a chi venia secondo Et a chi terzo si terribil botta, Che rotto ne la schena uscir del mondo Fe l'uno e l'altro e de la sella a un'hotta,

Si duro fu l'incontro, e di tal pondo Si stretta insieme ne venia la frotta, Ho veduto bombarde a quella guisa Le squadre aprir che fe lo stuol Marphisa.

Sopra di lei piu lance rotte furo, Ma tanto a quelli colpi ella si mosse Quanto nel giuoco de le caccie, un muro Si muova a colpi de le palle grosse,

L'usbergo suo di tempra era si duro Che non gli potean contra le percosse, E per incanto, al fuoco del'inferno Cotto: e temprato all'acque fu d'Averno.

Al fin del campo il destrier tenne e volse, E fermo alquanto, e in fretta poi lo spinse Incontra glialtri, e sbarragliolli, e sciolse E di lor sangue insin'all'elsa tinse:

All'uno il capo all'altro il braccio tolse: E un altro in guisa con la spada cinse Che'l petto in terra ando col capo & ambe Le braccia, e in sella il ventre era e le gambe

Lo parti dico, per dritta misura De le coste e de l'anche alle confine, E lo fe rimaner meza figura Qual dinanzi all'imagini divine

Posto d'argento, e piu di cera pura Son da genti lontane e da vicine, Ch'a ringratiarle e sciorre il voto vanno De le domande pie ch'ottenute hanno.

Ad uno che fuggia dietro si mise Ne fu a mezo la piazza che lo giunse, E'l capo e'l collo in modo gli divise Che medico mai piu non lo raggiunse,

In somma tutti un dopo l'altro uccise O feri si ch'ogni vigor n'emunse, E fu sicura, che levar di terra Mai piu non si potrian, per farle guerra.

Stato era il cavallier sempre in un canto Che la decina in piazza havea condutta: Perho che contra un solo, andar con tanto Vantaggio, opra gli parve iniqua e brutta

Hor che per una man torsi da canto Vide si tosto la compagna tutta: Per dimostrar che la tardanza fosse Cortesia stata e non timor, si mosse.

Con man fe cenno di volere inanti Che facesse altro, alcuna cosa dire, E non pensando in si viril sembianti Che s'havesse una vergine a coprire,

Le disse Cavalliero, homai di tanti Esser dei stanco, c'hai fatto morire E s'io volessi piu di quel che sei: Stancarti anchor:discortesia farei.

Che ti riposi insino al giorno nuovo E doman torni in campo ti concedo, Non mi fia honor se teco hoggi mi pruovo Che travagliato e lasso esser ti credo,

Il travagliare in arme non m'e nuovo Ne per si poco, alla fatica cedo (Disse Marphisa) e spero ch'a tuo costo Io ti faro di questo aveder tosto.

De la cortese offerta ti ringratio Ma riposar anchor non mi bisogna, E ci avanza del giorno tanto spatio Ch'a porlo tutto in otio e purvergogna,

Rispose il cavallier, fuss'io si satio D'ognaltra cosa che'l mio core agogna Come t'ho in questo da satiar, ma vedi Che non ti manchi il di piu che non credi.

Cosi disse egli, e fe portare in fretta Due grosse lance: anzi due gravi antenne: Et a Marphisa dar ne fe l'eletta Tolse l'altra per se, ch'indietro venne,

Gia sono in punto, & altro non s'aspetta Ch'un alto suon che lor la giostra accenne Ecco la terra, e l'aria e il mar rimbomba Nel mover loro al primo suon di tromba.

Trar fiato, bocca aprir, o battere occhi Non si vedea de riguardanti alcuno, Tanto a mirare a chi la palma tocchi Dei duo campioni, intento era ciascuno,

Marphisa accio che de l'arcion trabocchi Si che mai non si levi il Guerrier bruno Drizza la lancia, e ilGuerrier bruno forte Studia non men, di por Marphisa a morte.

Le lancie ambe di secco e suttil salce Non di cerro sembrar grosso & acerbo, Cosi n'andaro in tronchi fin'al calce, E l'incontro a i destrier fu si superbo

Che parimente parve da una falce De le gambe esser lor tronco ogni nerbo, Cadero ambi ugualmente, ma i campioni Fur presti a disbrigarsi da gli arcioni.

A mille cavallieri alla sua vita Al primo incontro havea la sella tolta Marphisa, & ella mai non n'era uscita E n'usci (come udite) a questa volta,

Del caso strano non pur sbigottita Ma quasi fu per rimanerne stolta, Parve ancho strano al cavallier dal nero Che non solea cader gia di leggiero.

Tocca havean nel cader la terra a pena Che furo in piedi, e rinovar l'assalto, Tagli e punte a furor quivi si mena Quivi ripara hor scudo hor lama hor salto,

Vada la botta vota, o vada piena L'aria ne stride, e ne risuona in alto, Quelli elmi, quelli usberghi, quelli scudi Mostrar ch'erano saldi piu ch'incudi.

Se de l'aspra Donzella il braccio e grave Ne quel del Cavallier nimico e lieve, Ben la misura ugual l'un da l'altro have Quanto apunto l'un da tanto riceve,

Chi vol due fiere audaci anime brave Cercar, piu la di queste due non deve, Ne cercar piu destrezza ne piu possa Che n'han tra lor quanto piu haver si possa.

Le donne che gran pezzo mirato hanno Continuar tante percosse horrende, E che ne i cavallier segno d'affanno E di stanchezza anchor non si comprende,

De i duo miglior guerrier lode lor danno Che sien tra quanto il mar sua braccia estende Par lor che se non fosser piu che forti Esser dovrian sol del travaglio morti.

Ragionando tra se, dicea Marphisa, Buon fu per me che costui non si mosse, Ch'andava a risco di restarne uccisa Se dianzi stato co i compagni fosse,

Quando io mi truovo a pena a questa guisa Di potergli star contra alle percosse, Cosi dice Marphisa, e tutta volta Non resta di menar la spada in volta.

Buon fu per me (dicea quell'altro anchora) Che riposar costui non ho lasciato, Difender me ne posso a fatica hora Che de la prima pugna e travagliato,

Se fin'al nuovo di facea dimora A ripigliar vigor, che saria stato? Ventura hebbi io quanto piu possa haversi Che non volesse tor quel ch'io gli offersi.

La battaglia duro fin'alla sera Ne chi havesse ancho il meglio era palese: Ne l'un ne l'altro piu senza lumiera Saputo havria come schivar l'offese,

Giunta la notte, all'inclyta Guerriera Fu primo a dir il cavallier cortese, Che faren poi che con ugual Fortuna N'ha sopragiunti la notte importuna?

Meglio mi par che'l viver tuo prolunghi Almeno insino a tanto che s'aggiorni, Io non posso concederti che aggiunghi Fuor ch'una notte picciola a i tua giorni:

E di cio che non glihabbi haver piu lunghi La colpa sopra me non vuo che torni, Torni pur sopra alla spietata legge Del sesso feminil che'l loco regge.

Se di te duolmi, e di quest'altri tuoi Lo sa colui che nulla cosa ha oscura, Con tuoi compagni star meco tu puoi Con altri non havrai stanza sicura.

Perche la turba, a cu'i mariti suoi Hoggi uccisi hai, gia contra te congiura, Ciascun di questi a cui dato hai la morte Era di diece femine consorte.

Dal danno c'han da te ricevut'hoggi Disian novanta femine vendetta, Si che se meco ad albergar non poggi Questa notte assalito esser t'aspetta,

Disse Marphisa, accetto che m'alloggi Con sicurta, che non sia men perfetta, In te la fede, e la bonta del core Che sia l'ardire, e il corporal valore.

Ma che t'incresca che m'habbi aduccidere Ben ti puo increscere ancho del contrario, Fin qui non credo che l'habbi da ridere Per ch'io sia men di te duro avversario,

O la pugna seguir vogli, o dividere O farla all'uno o all'altro luminario Ad ogni cenno pronta tu m'havrai E come, & ogni volta che vorrai.

Cosi fu differita la tenzone Fin che diGange uscisse il nuovo Albore, E si resto senza conclusione Chi d'essi duo guerrier fosse il migliore,

Ad Aquilante venne, & a Griphone E cosi a glialtri il liberal Signore, E li prego, che fin'al nuovo giorno Piacesse lor di far seco soggiorno.

Tenner lo'nvito senza alcun sospetto, Indi a splendor de bianchi torchi ardenti Tutti saliro ov'era un real tetto Distinto in molti adorni alloggiamenti,

Stupefatti al levarsi de l'elmetto Mirandosi restaro i combattenti, Che'l Cavallier (per quanto apparea fuora) Non eccedeva i diciotto anni anchora.

Si maraviglia la Donzella come In arme tanto un giovinetto vaglia, Si maraviglia l'altro, ch'alle chiome S'avede con chi havea fatto battaglia,

E si domandan l'un con l'altro il nome E tal debito tosto si raggualia Ma come si nomasse il giovinetto Ne l'altro canto ad ascoltar v'aspetto.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
CANTO DECIMONONO. · Ludovico Ariosto · Poetry Cove