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1463–1537

75

Antonio Tebaldeo

Arrà mai fin la guerra aspera e forte, che rotta ho già tant'anni, o destin rio, e cum la vita mia e cum la morte? Non mi vòl l'una e l'altra non voglio io;

onde fa questo non voler che dire non si può viver ni morire il mio. Pur s'in me forza par fosse a l'ardire et all'offesa la difesa equale,

a me il viver staria, a me il morire. Ma stracco e vinto già da la mortale guerra d'amor, resister non poss'ora, alla vita e alla morte, se non male.

Fuggi del campo mio, speranza alora, or la ragion a poco poco manca, perché non viva mai, perché non mora. Se questa al tutto infin mi trovo manca,

non manca il desperar e mi conforto cum vita e morte aver vittoria franca. Ch'io stesso, per uscir del mal ch'io porto, darò fine a mia vita al suo dispetto,

né potrà Morte far ch'io non sia morto. Così morendo non serò suggietto, a ogn' ora, a ogni minuto, a ogni momento, star di vita e di morte cum suspetto.

Così una volta morirò, non cento, anzi mill' in un attimo, in un punto, per il mal che de vita e morte sento. Ah dura sorte, dove m'hai tu giunto!

Hai, per disfarme, quel che non fu mai, e vita e morte in un voler aggiunto. Ma se sazia non sei, saziate ormai! E se questa vital e mortal guerra

poca ti par, deh fammi, se tu sai, quanto di mal può il ciel, quanto la terra.

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