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1463–1537

73

Antonio Tebaldeo

O passionato core, o trista mente, o miserabil stato in cui mi trovo sol per ingrata donna e sconoscente! O dolor crudo, inusitato e novo!

o inauditi stenti, o pene amare, che di continuo, oimè, patisco e provo! La causa che me induce a disperare? Che vengo a morte sol per vera fede

e tal guadagno fo per bene amare. Deh, maladetto fia chi in dona crede, che mille volte al dì vuole e non vuole, e pazo ben chi aspetta sua merzede.

Ma molto più mi strugo e sì me dole che sotto una speranza son sbeffato da' soi falsi sembianti e sue parole. Cun laccio indisolubel m'ha legato,

non me retien per lei né lassa andare: vedi se 'l mio destin è dispietato! Vedi s'io degio piangere e plorare, ché per mio manco mal chiedo la morte,

ma Morte è cruda e non mi vuol aitare. Vedi se l'è spietata la mia sorte: ché chiego grazia a Satan renegato che me riceva dentro a le sue porte.

Condutto sono a tal, che, disperato, bramo veder cascar el paradiso e Iove da Plutone esser cacciato. Voria veder ciascun esser conquiso

e rüinar i poli e ogni segno in modo tal che ognun restassi occiso. Vien Marte, furibondo e pien di sdegno, a poner tutto il mondo in aspra guerra,

che non sia più di pace alcun ritegno! Venga ad arder Fetonte ancor la terra col car scorendo e caschi l'orizonte, e l'aër scuro sia più che sotterra.

Mostri Medusa il suo terribil fronte e muti in sasso ogni uom che vive al mondo, e subissar se possi el pian e 'l monte. Or ch'io sperava in tutto esser iocondo

e de dar fine alle mie acerbe stente, mi vedo in tutto esser caduto al fondo. Così veder smembrar l'umana gente da rabïosi cani, e ciascaduno

si trovi come me, mesto e dolente. I spaventosi mostri, ad uno ad uno, or tutti quanti insieme, escan d'inferno, sì che spavento n'abbia ciascaduno.

Cerbaro venga dal profondo Averno, latrando cun Tesifone e Megera, e fazan guerra al mondo in sempiterno. Deh, maladetto sia chi amando spera,

né chi mai mette la sua affezione in donna: in donna non, ma in aspra fera! Sia maladetto il tempo e la stagione, ch'io vide il chiaro viso di costei

che d'ogni mio gran mal sola è cagione. Sian maladetti mei tormenti rei: ch'io sento per sta tigre accerba e dura che giorno e notte mi fa dire: “Oimei!”

Sia maladetta la mia fede pura ch'io porto a questa ingrata scognoscente, che di me, suo bon servo, non fa cura. Sian maladette le mie fiamme ardente,

che di continuo m'arde e brusa il petto, il tempo perso e l'amorose stente. O giorno a me spietato e maladetto, o giorno a me infelice e sventurato,

ch'io vidi il suo sereno e dolce aspetto! Perché non fui un marmore indurato? Perché non fui un sasso, un tigre o un orso? Perché non fui un cane arabïato?

Perché non se finì alor el mio corso? Perché non fui da picol devorato da un angue venenoso col suo morso? Non volse el mio destino o crudel fato!

Anzi, per darme ancora più martire, m'ha in questa miser vita reservato. O quanto dolce me saria el morire per dar contentamento a sta giudea,

e poi per metter fine al mio languire. Non val chiamar pietà a sta Medea, che giorno e notte mi fa consumare; e se ben li son servo, lei m'è rea.

Venite, o stranie furie, ad ascoltare gli mei lamenti, poscia che costei è fatta sorda al mio pio lamentare. Odite, umbrose selve, e' dolor' mei,

odite monti, sassi, odite ucelli, odite per pietà i tormenti rei! Odite fonti, rivi e fiumicelli, odite cieli e terra gli mei lai,

e voi spirti infernali, immondi e felli. E poi ch'areti intesi gli mei guai, meco piangete, sin che senti quella che avermi morto non gli pare assai.

Come può fare el cielo, o luna, o stella che, s'io t'ho data l'alma, il corpo e 'l core, esser tu possi a me cruda e ribella? Io t'amo al tuo dispetto cun fervore.

Se non è vero, o donna, quel ch'io dico, che sia apeso como traditore. Se non è ver, che sempre mendico arder mi possa tutto e consumare,

ch'io non trovi rimedio a cotal gioco. Se non è ver, che mi veda smembrare a nervo a nervo e poi straciato e rotto, per più dolor mi veda rinovare.

Se non è vero, che sia posto di sotto dal centro della terra in lochi oscuri, o sia conquiso como fu Nembrotto. Ma che val mei lamenti né spergiuri,

ché tutto el mondo ho già mosso a pietade, se non te, cruda, che di me non curi? Chi pensava che sotto tal beltade puotesse crudeltà nascosta stare?

Che maladetta sia tua feritade! Son fatto mutto e pur posso parlare, e non gli vedo e pur ho bona vista: ché Amore è ceco e ceco mi fa stare.

El corpo è fatto lento e l'alma trista; non so se sia mi stesso overo altrui; son perso e per amor così s'acquista. Dogliomi che non son quel che già fui:

io vado solitario sospirando e doler mi vorrei, né so di cui. Or inculpo Cupido, or biastemando mi doglio dil pianeta, or di Fortuna,

et or di quella per cui moro amando. Poi dico in me medesmo: “Colpa alcuna non ha di ciò Fortuna, perché Amore non s'impaza de' fatti di Fortuna;

nonché pianeta alcun superïore l'umano arbitrio libro può sforzare: che può il destin contra il voler del core?” De chi mi degio adonca lamentare?

De la nimica solo e dil spietato Cupido che m'ha tolto a disertare. Forsi, cieco fanciul, ch'io t'ho sprezato cun tue saette, come fece Apollo,

che sei contra di me tanto adirato? Deh, pos'tu scavezare i brazi e 'l collo, dal tuo alto segio a terra rüinando, poiché in strazarmi ancor non se' satollo!

Per te mi bruso e vivo pur brusando: che maladetta sia tua lege vana, ché, senza morte, io moro lacrimando. E tu, Venere adultera e putana,

non ho scoperto già el tuo adulterare: ché sei contra di me tanto villana? E tu, becco Vulcan, che stai a fare, che non fai dardi e fulguri pungenti

da il mal guidato mondo fulminare? Apri gli orechi, o Iove, a mei lamenti fulgura, brusa et arde ciascaduno e fa che stiano in guerra gli elementi!

Lassa sparger il mar, o tu Nettuno, ché profondar si possa l'universo che non rimanga vivo pur sol uno. Manda Nembrot, orribil e diverso,

o tu Plutone, a dirupare il mondo, poiché ogni cosa andar vedo a roverso. Manda Briareo, iniquo e furibondo, cun il superbo e fiero Capaneo,

che strugan ogni cosa fin al fondo. Manda il crudel Neron, manda Tideo, a metter tutto il mondo in pianti e strida, lassa tutti i ciclopi e il forte Anteo.

Deh, manda poi per grazia a me una guida, che vivo me conduca nel tuo regno, dove, cun pianti eterni e lai, se grida. Vien, Caron, cun tua barca, che a te vegno:

ché nel tartareo fondo è manco esizio e minor pena assai che non sostegno. Se giù in inferno è tormentato Tizio, se de la rota Isïon è smembrato,

per lo mal far gli è dato tal supplizio; ma io, pover meschino e sventurato, solo per ben servire e per amare, patisco pena a torto e gran peccato.

Con ella non ti voglio più escusare, non voglio più incolpare el dio Cupido, ché sei pur sola che me vòi straziare. Per te languisco, per te piango e grido,

e tu non odi, ché non vòi odire; ma di veder vendetta ancor mi fido. De maledirte non posso soffrire, ma maledisco me che son sforzato

ad amar te che brami el mio languire. Deh, non tardar più Morte, ché parato son per venir a te senza timore e l'alma dar a Pluto ch'è dannato.

Sia noto a tuto 'l mondo che in dolore moro per una donna dispietata: cotal guadagno fa chi segue Amore, ché 'l corpo stenta e poi l'alma è dannata.

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