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1463–1537

703

Antonio Tebaldeo

Che fai, Aristeo mio, sotto questi olmi col viso tristo, nebuloso e fosco e cum li occhi di umor gravidi e colmi? Dimi perché a cantar non vien più nosco

essendo adesso questo tempo alegro nel qual si veste ogni sfronduto bosco. Non so per che cason tal pensiero egro ti tienga afflitto, impalidito e magro,

fatto per gravi affanni ozioso e pegro. Narrami il tuo dolor accerbo et agro e non mi celar più tanta tristeza, ché de saperla tuto avampo e flagro.

Tu pur iovene sei, pien di richeza, né l'ultimo tra noi in sonar cetra, so ch'ogni ninfa il tuo cantar apreza. Puoiché la sorte mia dogliosa e tetra

brami, Silvio, saper dirti la voglio, ma ponti a seder meco in questa pietra! Vero è che leto tra voi viver soglio, vero è che rico sum di armento e grege,

altra cason fa ch'io mi lagno e doglio. Invidia, che nel mondo impera e regie, fu prima causa de' mei tanti affanni, che ormai tra noi non vedo esser più legie.

Questi pastor' cum mille fraude e inganni, vedendome cum Progne aver favore, concordi fatti sum tuti a' mei danni. Ciascun turbar si sforza il nostro amore;

or sendo lei sol mio conforto e pace, pensa, Silvio, se aver debo dolore! Non fuge tanto il lupo empio e rapace el simpliceto agnel como lei fuge

sta turba pastoral sioca e mordace. E però il tuo Aristeo s'afflige e struge, che più non può veder Progne dilletta e, privato di lei, qual leon ruge.

Lei sta rinchiusa ne l'umil casetta, bramando di vedermi e pur si teme: o Dio, se iusto sei, fanne vendetta! Io piango e grido, e lei suspira e geme;

e più mi dòl che lei per me si dolle, talch'io bramo veder l'ore mie estreme. Ma puoiché 'l mio destin pur cussì volle, fugir intendo, e un tempo andar disperso

dove si leva e dove cala il solle. Ma se al ciel iunger può questo mio verso prego che, avanti che de qui mi mova, veda questo païse andar sumerso.

E quanto ardor nel monte Etna si cova, sopra queste crudelli inique genti, la note e 'l iorno, in ogni tempo piova. E le capanne lor cadan per vènti,

manchin le vitte e perdansi le biade, sian tossicate le acque dai serpenti. Tristo lo inverno, sia pegior la estade, regni guerra, mortal fame cum peste,

e, s'el si trova, maior crudeltade. Sian le figliuole a le sue matre infeste, le sorelle a' fratelli, e al padre il figlio, tal che stirpe da lor qua giù non reste.

Deh, che dico io or? Come in tal periglio veder vorrei collei che me mantene, quella da cui la vitta e spirti piglio? Ogni pastor vorrei che avesse bene,

benché sieno cagion de mia sventura, sol per non veder Progne in tante pene. Aristeo mio, felicità non dura ne l'om che, tristo, ha sempre il ciel nemico,

e però il tuo parlar frena e misura. Tal ti vuol mal che ancor te sarà amico; prudenza è in cosse avverse esser costante: vedrai ch'alfin fie ver quel ch'io ti dico.

Instabile è la vita di uno amante, però non te atristar de la tua sorte: ride e piange Fortuna in uno istante. Ancor viver vorrai ch'or brami morte,

sensa invidia goder Progne potrai, perché invidia a beltà sempre è consorte. Col tuo sagio parlar mover me fai, Silvio mio caro; e già gran parte sento

acquïetata de' mei tristi guai. Di espettar la stagione io sum contento e in pace supportar ogni mio male, ma al fine i miei pensier' fieno ombre e vento.

Vero è che 'l ciel si muta e che mai l'ale non tien ferme Fortuna, io te 'l concedo, ma a un corpo morto l'aver ben che vale? Sì debil per gli affanni ormai mi vedo,

ch'io so che in breve mancarà il mio corso, né de veder buon tempo più me credo. Ma che fia puoi che al fine io serò corso? Che nel mondo io non sia stato felice,

non poterà mai far lo invido morso; e la mia pura e candida fenice verrà talor ove io serò sepolto, piangendo la mia morte aspra e infelice.

Benché non sia degno che un sì bel volto per me si bagni, alor d'ira e di rabia scopieran quei che m'han tanto ben tolto. Alor chiudran le scelerate labia,

e lei sciolta ne andrà sensa sospetto, come augelleta uscita fuor di gabia. Il parlar teco m'è di gran diletto, ma non posso, ché notte il ciel fa nero.

Dimane, Aristeo mio, quivi ti aspetto ché di portarti un buon remedio spero.

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