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1463–1537

687

Antonio Tebaldeo

Dapoi che 'l ciel destina pur ch'io mora, e la Fortuna instabil è ribella, e giunto è 'l paso estremo e l'ultima ora, dapoi che cusì vòl la crudel stella,

soto cui veni al mondo in tanti stenti, che fu nel naser mio spietata e fella, almanco sian intesi i mei lamenti, quest'ultima parolla almen sia udita,

almanco siano intesi i mei tormenti. Udite, o silve, il fin de la mia vita, udite uceli e voi, fere silvaggie, venite al duol de l'ultima partita!

Udite monti, poggi, coli e piaggie, udite boschi, i dolorosi versi, udite anime dive, oneste e saggie, udite el mortal colpo ch'io soffersi,

da quela man c'al cor fece la piaga, onde convien che tanti pianti versi. Già ciascun rivo del mio umor s'alaga, e questa fera per cui vengo meno

prende diletto e del mio mal è vaga. Oimè che cresce al cor aspro veneno, e ognior fa fiama e 'l smisurato foco se fa più forte nel mio caldo seno.

Manca la vital forza a poco a poco, e gionto son al fin spiatato e crudo, tal che tardi dal ciel socorso invoco. Più non mi val portar elmo né scudo,

né contrastar a la sua posa forte e son rimasto d'ogni speme ignudo. Che fai, che tardi, dura e sorda Morte? Scoca el duro tuo stral ver chi ti chiama,

tu sola mi pòi trar di acerba sorte. O cieco quel che cosa mortal ama, conosco tardi el fallo e me ne pento quando fui preso a l'inviscata rama.

Cridar el cor e l'alma partir sento di questo albergo tenebroso e fosco et io piangendo chiamo aiuto al vento. Di poggio in poggio e d'un in l'altro bosco,

vo cercando pietà da un rigido orso, pien d'ira e di desdegno e amaro tòsco. Corro disperso e non è fren o morso che tenir posi el mio destrier feroce

da l'aspro suo viagio e longo corso. Vedeme mia nemica steso in croce e ride del martir che per lei porto, né mai porgie l'orechie a la mia voce.

Qual è sì dur che del mio grave torto non si dolese, o qual fiero animale non lacrimase meco, aflito e smorto? Qual tigre non piangese del mio male?

qual fier leon, qual duro e freddo sasso non si piegase, o qual mostro infernale? Qual cruda fera non firmasse il passo? o despietati cieli, o rea Fortuna,

come me aveti messo in stato basso! S'io volese scoprir ad una ad una le piaghe che ho coperte soto i panni, faria turbar le stelle, il sol, la luna.

Ma che giova dolersi in tanti affanni, poich'ella del mio pianto non ha cura: anzi ordise catene e novi inganni. Che giova lamentarsi a un'alma dura

e perder pene, carta e tanto inchiostro se più s'adira, più s'agiacia e indura? Che giova lamentarsi a questo mostro, che del mio pianto se nutrisce e pasce,

né cura il mio dolor che in fronte mostro? Deh, perché non fui morto ne le fasce? ch'or non sarei sì sconsolato e tristo, ma così va chi sfortunato nasce.

Questo è il premio che amando alfin acquisto? questo è il stipendio che mi dona Amore, che più di amaro che di dolce è misto? Qual crudo adamantino e fredo core,

che, legendo mie rime, non si lagnie e non perdoni al giovenil mio errore? E mie carte di lacrime non bagnie udendo la pasion e il gran martire,

sparsi per selve, boschi, antri e campagnie? Che più viver bisogna in van desire, in falace speranze e pensier' siochi, e lamentarsi a chi non vòl udire?

Scoca l'ultimo stral da' tuoi begl'ochi, manda l'ultimo colpo al fredo petto, aciò che al tardo fin presto trabochi. Sàciati ingorda, ormai, prendi diletto,

contenta l'impia et insaciabil voglia, grazia mi fia l'usir for di suspetto: ché meglio è morte che perpetua doglia.

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