Ben può mio fer destin tenermi in guerra ben può ogni giorno raddoppiarmi affanni e farmi el più infelice uom che sia in terra. Ben può Fortuna, con sue fraude e 'nganni,
levarmi al cielo e poi tirarmi al fondo, e pascersi del strazio e de' mei danni. Ben mi può contra coniurare il mondo, ben può l'iniusto Amore usarmi torto,
perché non viva mai lieto e giocondo. Ma non potran giamai dal tuo bon porto volger la stanca e fral mia navicella e far ch'io non sia tuo, e vivo e morto.
Tu mia guida sarai sempre e mia stella, né fui né serò mai ad altra servo: tu sola a gli ochi mei sei vaga e bella Per te distruto m'ha sì ciascun nervo
l'amoroso calor, ch'io corro a morte como alla fonte il sitibondo cervo. Sin qui speranza m'ha tenuto forte, ma or ch'io veggio mancar quella al tutto,
temo che mie giornate seran corte. Fallace mondo, dove m'ha conduto mia lunga servitù, mia pura fede: mal corrisponde alla fatica il frutto.
Miser chi troppo si assicura e crede! Miser chi ferma in donna le sue voglie ch'alfin se trova di miseria erede! Adunque altri se veste di mie spoglie!
Dunque piantai la vite de mia mano et or l'uva matura un altro coglie! Adunque arò la spica et altri il grano! O giorni persi, o passi indarno spesi,
o triste notti vigilate invano! Quel ch'aquistato avea in tanti mesi, Fortuna ora mi toglie in un momento, lasciando i miei desir' tristi e sospesi.
Or quando mai più viverò contento? Passò, ch'io non la vidi, mia ventura assai più presto che baleno o vento. Porterò in pace la mia sorte dura,
dapoi che vuole il cielo et io ancor voglio, ché nostra forza a suo voler non dura. Ma se fedel te fui, s'io son qual soglio, te prego che talor porgi tua luce
alla mia barca ch'è trascorsa in scoglio; attonito è il nocchier che mi conduce, né sa verso qual parte il legno pieghi, sì gran piogia e tempesta il cielo aduce.
Creder non posso già che tu me nieghi un tuo sguardo, un tuo cenno, un dolce riso: lecita è la domanda, onesti i preghi. Tener vivo mi può sol quel bel viso,
ov' io fui preso come pesce a l'ami, ove l'occhio a mirar fu troppo fiso. Né creder già che disonor tuo brami, ché mai non lo cercai, né cerco adesso:
altro non vo' da te se non che m'ami. E quando il mio guardarti e starti apresso di molestia ti sia, farommi assente e sùbito in camin mi vedrai messo.
Fuor del consorzio dell'umana gente vivendo, abiterò caverne e sassi: purch'io contenta te, starò paziente. In te mia vita e la mia morte stassi,
da te pende mia guerra e la mia pace: siché dove te par volgi miei passi, ché ciò ch'a te diletta anco a me piace.
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