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1463–1537

685

Antonio Tebaldeo

Deve sempre soleta in questi affanni viver la dolze tua cara consorte? e sol piangendo consumar suoi anni? Deve sempre trovarsi in simel sorte?

Deve il suo cibo sempre esser sospiri? Deve mai trarla di fatica Morte? Debbono aver mai fin tanti martiri? Debbe mutarsi mai il ciel falace

a far lieti una volta i suoi disiri? Deve Fortuna mai donarmi pace? Ché già gran tempo mi contrasta a torto, crudele e nel mio mal sì pertinace.

Deve mia barca mai trovar il porto e fuor di vènti avversi e di tempesta de li passati guai prender conforto? Debbo spogliarmi mai l'oscura vesta

ch'io porto et ho portata in la tua assenza, segno de la mia vita aflitta e mesta? Quando serà che, inanzi a tua presenza, nari le mie fatiche ad una ad una

che m'hanno il senno tolto e ogni prudenza? Non so se ti riprenda, opur Fortuna, ché se misuro ben col buon giudizio, di lei dolermi non ho causa alcuna:

ché il desïare onore e il tuo gran vizio di radunare insieme oro et argento sono sola cagion del mio suplizio. Miser, non vedi che gli è un sogno e un vento

ciò che in terra s'adopra, e un fumo e un'ombra, e quanto è l'om più rico è men contento. Però scazia il pensier che 'l cor te ingombra, né star subietto a simel vanitate:

ché ogni cosa terestre il tempo sgombra. Che se ben legi l'istorie passate, vedrai per tal cagion quanti sian morti e ognor ne vedi in la presente etate.

E più mi duol che tal fatica porti per seguir corte e grazia de' signori che pagan suoi fidel' de oltragi e torti. Sempre sta Morte occulta in fra gli onori,

e benché un tempo rida, al fin se lagna qualunche coglier cerca simel fiori. Invidia in ogni parte l'acompagna, e forza è che, per ferro, o per veneno,

manchi sua vita e cada ne la ragna. Tu vedi ben di quante fraude è pieno questo volubel mondo iniquo e cieco e com'è curto ciascun ben tereno.

Questo è quel che doler mi fa con teco, ché non già per piacer' caduci e frali del corpo cerco di tenerte meco, ma perché son le cose de' mortali

sì dubie e incerte che convien ch'io tema. Che aspetar si può in terra altro che mali? E par che una aflizion mi struga e prema, doppoi che senza te sola restai,

ch'io bramo per men pena l'ora estrema. Chi più infelice di me nacque mai, ché poi che nel tuo nido io feci loco, non è stata mia vita altro che guai.

Come fu il mio piacer fugace e poco, ché un anno a pena fermo dimorasti, rompendo in breve ogni mia festa e gioco! Cussì fuor de la patria te n'andasti,

cercando Italia e per montagne e sassi, in compagnia con teco me menasti. Pensa se i spirti mei erano lassi, seguendoti per loghi aspri e selvagi,

ove le fiere avrian perduti i passi. Ma benché strani fuson tal viagi, pur un conforto m'era esserte apresso, udendo i tuoi consigli acorti e sagi.

E potea i mei pensier' nararti spesso, comunicando insieme il mal e 'l bene, che diletto mazor non è concesso. Doppo varie fatiche e molte pene,

nel tuo paese alfin festi retorno, ond'io de riposar ebbi alor spene. Ma il gionger e il partir fo in un sol giorno, ché 'l tuo camin pigliasti in verso Roma,

desioso più cha pria de gire intorno. Et io rimasi con la grave soma dei figli che eran quasi tuti in fasse, tal ch'i pensier' m'han la pazienza doma.

Da indi in qua, mia vita sol si passe di lacrime, d'angustie e di dolore: o beata colei che mai non nasse! Poi me sogionse un peso assai magiore:

ché Italia odiosa in arme fu conversa e scese sopra nui tuto il furore. Chi non avrebe la memoria persa? Come prender potea consiglio et arte,

sendo mia barca in sì gran mar somersa? Dentro fame con peste e di fuor Marte ne facea guerra e già ciascuna villa sfavilar si vedea per ogni parte.

Né mai comissa fu tra Mario e Scilla sì crudel pugna, né sì orribil tuono mai fo sentito fra Caribdi e Silla. Ciascun puose la terra in abandono.

Ove dovea fugir, sendo rimasa vedova e sola, come anche oggi sono? Per forza star me conveniva in casa; e come volse mia crudel siagura,

m'ebbe la febre in pochi giorni invasa. Nïun dil corpo mio prendeva cura, né medici da me volean venire tanto ciascun del morbo avea paura.

Hor pensa tu qual fusse il mio martire! E mentre inferma mi giacea nel letto, me vidi inanzi una serva morire. Di doglia mi straziai il viso e il petto

e tanto crebbe il mal spietato e reo che di mancar ognor stava in suspetto. Solo un socorso m'era Timoteo: lui medico mi fu, lui medicina,

lui sol remedio a la mia vita deo. Né stanco fo giamai sera e matina sforzandosi de trarmi di periglio, con ogni industria, ingegno e disiplina.

E ben mostrossi de esser grato figlio, consolandomi ognor con voce umìle, non sol d'aiuto ma di bon consiglio. E certo segue di suo padre il stile,

e credo mia speranza non fia vana ch'io ebbi sin ne l'età sua püerile. Al fin per longo mal già fata insana, corsi dal padre mio dentro da Reggio

con la famiglia debile e mal sana. Ivi trovai le cose ancor star peggio per discordia che sorse in quel paese; pur meglio ch'io potei fermai mio seggio.

Or pòi considerar quanto s'accese mio viso di vergogna poi ch'io vidi convenir sustentarmi a l'altrui spese. Ma poi ch'alquanto i belicosi stridi

cesarno e fu l'Italia in pace unita, me ricondussi a gli consueti nidi. Trovai mia stanza squalida e smarita, e forza fo rifar li lochi agresti

e più cha pria fo trista la mia vita. Credo che da narare assai più resti cha quel che sin qua parla il verso mio: ma a te tuti i mei mal' son manifesti.

Ieronimo s'è mosso a servir Dio, e sola cum tre figli i' me rimango in questo mondo falso, inferno e rio. E benché di tal cosa assai ne piango,

pur mi conforto essendosi partito di questo carcer tetro e pien de fango. E la Vicenzia già chiede marito, né so dove mi volga e ognora penso,

ma senza te non so prender partito. Con questi affanni il mio tempo dispenso, che ben comprender non mi lassa in rima il mio crudel dolore aspro et immenso.

Però se del mio ben fai qualche stima, se memoria di me ti resta ancora, se vive il nostro amor come fe' prima, ormai ritorna a me, ché gionta è l'hora.

E sapi se al venir tu sera' tardo, in breve tempo converà ch'io mora. De vederte me strugo, avampo et ardo, e se non ch'io rafreno el desir stolto,

serei per trovarte presta qual pardo. Pensa che a la vechieza ormai sei volto, né puoi più tolerar tanta fatica, che 'l tempo t'ha il vigore e il spirto tolto.

Or non t'acorgi ben che la tua spica non fa mai grano e sol ti rende paglia e ognor Fortuna a te se fa nemica? Raro se vince mai simel bataglia,

siché lassa l'impresa che te atrista e spendi el tempo in opra che ti vaglia. Deh potesti veder come io son trista! Ch'io so che 'l tuo dur cor io movirei:

ché altra cosa è l'udir altro è la vista. Tu pur de inchiostro paghi i martir mei: passa auton, primavera, estate e verno e al mio espettar ognor più tardo sei.

E più m'incresse ch'io comprendo e scerno che niun di figli toi cognosse il padre, che picoli lassasti in mio governo. Sempre si son nutriti con la madre

che, se vedesen te, potrian sforzarsi in seguir l'opre tue degne e legiadre. Ma veggio ben che i preghi mei son sparsi al vento, e in polve i mei lamenti scrivo,

e nulla vale il pianto e il contristarsi. Pur son visa sperando et ancor vivo, e sper di rivederte in brevi giorni, ché pregando se speza un marmo vivo.

Cangiato ho il viso lieto, gli ochi adorni, fata è canuta la mia ornata treza, e vechia mi vedrai se mai ritorni, non già per longa età, ma per tristeza.

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