Onde principio aran mei tristi versi? Qual penna bastarà notare in carte il longo stracio che in amar sofersi? Ciò ch'io dirò serà la minor parte,
e in questa breve mia e flebile opra, l'aspro dolor seguitarò non l'arte. Oimè che hormai convien che se discopra quel che celato ho già più mesi et anni,
ché ogni amor che è sotterra alfin vien sopra. Scrivendo sfogarò questi aspri affanni e a molti giovarà questa memoria che non poco s'impara a l'altrui danni.
Hor che laude ti fu? che honor? che gloria? crudel Cupido, ritrovarme inerme e d'una feminella aver victoria? Facilmente si svelle un tener germe:
io de le fraude tue non era acorta, né resister potean mie forze inferme. Perché non fui quel giorno al tutto morta, che mi mostrasti quel süave aspetto,
per cui tanti martyr' mia vita porta? Da indi in qua non trovai altro diletto che 'l pianto, e de sospir' sol mi nutrisco, né mi vòl Morte, ch'è magior dispetto.
Che mai non corse sì l'ocello al visco come io fui presta a traboccar nel foco, nel quale avampo, agiazo e impalledisco. O infelice e sfortunato loco,
ove pria vidi quel bel viso adorno, che intrar mi fe' ne l'amoroso gioco! O mese a me contrario, o tristo giorno, peggior de quanti mai fussero in terra,
per cui sì spesso a lacrimar ritorno! Con cenni e sguardi incomenciò mia guerra, come sòl far Amor che con bei modi ocultamente i servi in carcer serra.
Ma poi sì forte se intricorno i nodi del laccio che mi fu dinanti teso, che ognhor son stati più potenti e sodi. E quel che pria mi parve legier peso,
in brevi giorni diventò sì grave, che 'l corpo per cader stette suspeso, come per tempo bon scioglie sua nave nochier, che a meza via trova fortuna
e vedesse mancar l'aura süave. O instabil mondo, o cieli, o sole, o luna, o stelle congiurate a darme morte! O iniusto Amor senza fermeza alcuna!
O pianeta fatal nel mio mal forte che mai non hai finito il longo corso, anci rinovi ognhor mia trista sorte! Deh, che parlo io? ove è il mio dir transcorso?
Se a torto, Amor, di te mi lagno e doglio, excusame: il dolor non ha alcun morso. Già non potesti mai placar l'orgoglio de l'aspro padre che non volse darme
te per compagna e fu come dur scoglio. O quante fiate sol per liberarme giongesti novi strali a la pharetra, quante volte per me prendesti l'arme!
Ma il padre più indurito d'una pietra, disprezando il mio mal e ogni tuo colpo, vedendomi in pregion feroce e tetra, lui il principio fu, lui solo incolpo
del stracio che in me sorge e in cui io vivo, lui sol cagion è ch'io mi snervo e spolpo. O core adamantin de pietà privo, se udir mai non volesti mie parole,
ascolta almen quel che hor piangendo scrivo. Come, crudel, già non ti dolse e dòle vederme dentro al foco ove io sempre ardo, struggendomi qual neve al caldo sole?
Non ebbi mai pur un benigno sguardo da gli occhi toi, ma sol turbato volto, sprezandomi qual cerva il leopardo. E quanto era il mio core a te più vòlto,
cercando di piegar tuo cuore irato, più giva il tuo pensier da carcer sciolto. Quanti inimici per tuo amor sostenni, sprezando ognun contro me rigirai,
e per te in odio a tutto il mondo io venni. Ma che più replicar? Tu stesso il sciai, tu testimonio sei: fanne iuditio, pensa se aver tal premio io meritai.
Ingrato a tale e tanto benefitio, ché sempre ti son stata fidel serva, per te conducta a miser precipitio. Ma se iustitia anchor nel ciel si serva,
veder sopra di te vendecta spero, per la tua voglia indomita e proterva. Perfido, disleale, iniquo e altiero, nutrito fra leon, come confessa
l'animo tuo feroce, alpestre e fiero! Lassa, a quanti perigli io mi son messa, non curando la vita, honor, né fama; ch'io tremo ognhor ch'el penso in fra me stessa
che temerario e cieco è ciascun che ama: mille fiate ogni giorno in error cade, e chi ama troppo sé stesso disama. Taccio la strana e longa infirmitade
ove incorse il mio corpo exangue e stanco per voler soportar tua crudeltade. Febre me era da l'un, da l'altro fianco Amor con soi pongenti e acuti strali,
e il cor fra dui pensier' veniva manco. Pensa che animo avea fra tanti mali! Biastemava Fortuna, il cielo e Amore e il miserabil viver de' mortali.
Lontana io me vedea dal mio signore, e insino a l'uscio de la Morte corsi, poi non mi volse aprir per più dolore. Più fiate d'ira ambe le man mi morsi;
pur come il mio destin perverso volse, pallida e afflicta fuor del lecto sorsi. Ma che dirai? Che poi che Amor me avolse ne la tua rete, Morte invidïosa
in picciol tempo dui figliol' mi tolse. Pur in pace portai ciascuna cosa, ché avendo inanti a gli occhi tua presenza, mi parea dolce ogni passion noiosa.
Hor che cercar più vera experïenza di tua perfidia? Guarda il novo torto che facto m'hai ne l'ultima partenza! Non dovevi tu almen, per mio conforto,
scriverme un verso sol con la tua mano e farme certa se eri vivo o morto? O quanti giorni io ho expectato invano qualche tuo brieve! ma tu, ingrato e crudo,
e col corpo e col cor stavi lontano. Hormai per longhi affanni avampo e sudo, vinta è la patïenza e la constanza, e contra tanti mal' più non ho scudo.
Ma forse vòle il ciel de mia ignoranza farme avedere, aciò che io intenda chiaro che in cose de' mortal' non è speranza. E per più pace e mia salute, avaro
a me ti fece, ch'io serei caduta forsi in un fin più tristo e asai più amaro. Hor ch'io mi son alquanto cognosciuta, sciolgo da tale error la mente mia,
ché ogni pensiero humano il tempo muta. Non che contenta non sia stata e sia d'aver per te soferto ogni martyre, ma per drizar mei passi a miglior via.
Vero è ch'io non potrò giamai sbandire tua memoria da me, che ognhor s'inforza, ma son disposta più non te seguire. E non sperar d'aver sopra me forza,
né ch'io sia verso te come solea: ché un sdegno grande uno amor grande amorza. Molte altre cose anchor scriver potea, de le quali tacer voglio al presente
per non ti dar infamia acerba e rea. Hor leggi questa epistola dolente più de lacrime scripta che d'inchiostro, che commover dovria non sol tua mente,
ma ogni perverso e dispietato mostro.
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