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1463–1537

570

Antonio Tebaldeo

Apparechiative, occhi, a pianger sempre, privi di luce; hor t'apparecchia, pecto, nutrir sospiri insin che dura il fiato; apparèchiate, mano, a scriver versi

sol di dolore; e tu, mia lingua aflicta, in condolerte ognhor più di Fortuna. Gli è pur disposto il cielo e la Fortuna che senza alcuna tregua io viva sempre

in mortal guerra, e che mia voce aflicta non resti mai d'afaticare il pecto, e ch'io non muti mai stile, né versi, sin che fugge da me l'ultimo fiato.

Io non so come più me resti fiato, avendomi dogliuto di Fortuna sì longo tempo, e come tanti versi trovi la fantasia che pensa sempre,

come a tanti sospir' duri il mio pecto e non si parta l'alma inferma e aflicta. Deh, perché Morte hormai la carne aflicta non trâ di stento? Ché un suo picol fiato

potria il foco amorzar dentro al mio pecto e sciolgerme dai lazi di Fortuna, ché contento serei per non star sempre a perder penne, carte, inchiostro e versi.

Le triste rime e i lacrimosi versi, che mia memoria travagliata e aflicta volge e rivolge giorno e nocte sempre, e dei caldi sospiri il longo fiato

dovrian mover leon nonché Fortuna, uno orso, un tygre e ogni indurato pecto. Ma stiammi ognhora a balestrar nel pecto e facia di me stracio e de' mei versi,

questa tanto contraria a me Fortuna, ché quanto fia mia mente ognhor più aflicta, sin che il ciel mi darà posanza e fiato, sempre ferma starà dove fo sempre.

Sempre madonna me fia scritta in pecto: lei sola il fiato mi pò dare e i versi e trar mia barca aflicta di Fortuna.

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