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1463–1537

57

Antonio Tebaldeo

Non fu si trista al dipartir di Enea Dido, che già cum la sua propria mano, fuor d'ogni speme, si diè morte rea, né a Filli mesta parve tanto istrano,

vedendossi lassar da Demoofonte, qual ritener cercò più volte invano, quanto ora increscie a me dal tuo bel fronte farmi lontano, e da quel dolce aspetto

nel cui mirar son qual Narciso al fonte. Sì ch'io non spero mai trovar diletto, e tutto il breve tempo che me avanza fornir sol in sospiri e in pianti espetto.

Ceco chi in cosa fral ferma speranza. Ecco come in un punto il tempo ho perso: questa de Amor crudel fu sempre usanza. Ma la colpa è del cielo empio e perverso,

il qual m'ha destinato a pianger sempre: ma tanto ho pianto ormai ch'io son sommerso. Vorrai, Fortuna, mai cangiar tue tempre? A che contra de un om cotanta guerra?

Deh, fa' che alquanto il tuo voler si tempre. Se pur disposta sei al tutto in terra mandar questo mio corpo afflitto e stanco, ormai l'ultimo colpo in me disserra.

Già Morte col suo spron mi pongie il fianco, già la parca crudele il mio fil spezza, già, come neve al sol, languendo manco. Or cum qual stil sì colmo di dolcezza

potrò dolermi verso di Fortuna, ch'io plachi alquanto la sua gran durezza? Credo che il sole inseme cum la luna prendan pietà sentendo lamentarme,

e tutte le aspre fiere ad una ad una. Sol questa alma crudel de lacerarme mai non si pente, e ognor si fa più dura: per più mio male Amor gli ha date l'arme.

Deh, come pòte mai coprir Natura sotto sì bella vista un cor sì crudo una che sol di sé, d'altri non cura, una che può spezzare ogne dur scudo

col suo fier sguardo che infiammar pò i sassi, per cui rimasto son cecato e nudo. Il tempo del partir propinquo fassi, el tempo che cagion fia de mia morte,

el tempo che mi tolle il senso e i passi. Prego più presto il mio destrier mi porte a rüinar, che mai Fortuna gioco prenda di mia spietata e iniqua sorte.

Or resta in pace, aventurato loco, nido di quella dolce, alma fenice, che già gran tempo mi nutrica in foco. Io sperava con te viver felice:

non vuole il ciel che mi contrasta a torto, e contro il ciel contender non me lice. L'alma ti lascio, e il corpo a pena porto: quella te aricomando insin ch'io torno,

se io potrò pur tornar vivo e non morto. Ch'io temo questo fia l'ultimo giorno: però mi giova il ragionar cum teco, non sperando mai più qui far ritorno.

Cussì privo dil spirto e al tutto ceco, lacrimando mi parto, e pur vorrei dirte altre cose ch'io ho formate meco. Ma l'aspra pena e i martir' gravi e rei

mi togliono la voce e le parole, né posso ben narrarte i dolor' mei. E tu, mia diva, che sei in terra un sole, potrai tenir le lacrime e i sospiri?

Come non mostri che di me ti dole? Sofferti ho già per te tanti martiri, e se ben pensi al mio longo servizio, spero che a usar pietade Amor te tiri.

Non refiuto patire ogni supplizio purché non manchi la promessa fede, la fede che mi tiene in tanto esizio. Deh, guarda come sta suspenso il pede,

che partir non si sa da toa presenza: partese spesso e nel partir poi rede. Ma poiché destinata è la partenza, porgeme almanco quella man gentile,

che sola mi può dar grata licenza Fa' te ricordi del tuo servo umìle, qual te sola ama, e di te pensa ognora, benché egli, apresso ti, sia cosa vile.

E se avien che da te lontano io mora t'aricomando il cuor che teco resta, il cuor che del mio petto hai tratto fuora. Ecco che l'ora già tarda me infesta:

adio ti lasso, adio, remante in pace: cussì vuol mia fortuna aspra e molesta. Oltra l'usato, drento arde la face: già consumato è ciascun nervo et osso.

Donna, se per dolor la lingua tace, el cuor te dirà quel ch'io dir non posso.

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