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1463–1537

544

Antonio Tebaldeo

Hor ch'io credea de aver trovato il porto, fuor di questa atra e torbida tempesta, con la mia stanca e travagliata barca, trovo che un scoglio da passar mi resta,

dove andar si convien legiero e acorto; e la mia nave è di tal peso carca che mai non ne fia scarca, se una stella che in ciel di novo luce

non mi presta la luce a uscir di questo mar largo e profondo che ciascun chiama mondo, che la più parte de' mortali atrista

cum sue false losinghe e dolce vista. E chi no 'l crede, nel mio mal si spechi: ché per firmare in cosa fral speranza vivo in lamenti e in dolorosi affanni.

Né più cha lacrimar sempre m'avanza e fra spine pongenti e duri stecchi, nudo mi trovo e tardi de' soi inganni m'aveggio e de' mei danni.

E di vergogna spesso impallidisco nel viso e non ardisco andar fra l'altre gente, e de martyri mi pasco e di sospiri,

e vo per selve sol chiamando forte la dispietata e inexorabil Morte. Morte crudel, che 'l mio rico thesoro tien chiuso in terra sol per mio dispetto

e ciascun vermo de le membra sacia: dei piedi, de le mani e del bel petto di questa donna ch'anchor morta adoro, e di quel ch'io bramai averne gratia

per far mia voglia sacia. Morte ingorda ha concesso a una vil fossa che goda le nude ossa! Ma tenga la terrena e mortal scorza,

che in l'alma non ha forza! La qual, fugendo fuor del fragel velo dove prima la venne, è gita al cielo. E nel partir che fece, Legiadria

se n'andò seco, e qui rimase in terra Belleza morta, ogni virtude al basso, Amore ignudo e la mia vita in guerra, Honestà in fondo, in bando Cortesia,

il mondo del suo sol privato e casso. E sotto un duro sasso restò coperto il più legiadro viso che mai dal Paradiso

scendesse in questo Inferno oscuro e tetro. O speranze di vetro, o miseri mortali, o pensier' sciocchi, ben nostra vita è un fumo e un batter d'occhi!

Non è più presto un pardo, né più leve, né più veloce è nostra mente o il vento, come il viver mortal vola e camina. E una opra de molti anni e di gran stento,

se perde in picola hora e in spacio breve, e come langue un fior còlto de spina da sera a la matina, cussì la vita humana inferma e stanca

de giorno in giorno manca. E quando nui crediamo esser più longe, alhor Morte ne gionge, e spesso a mezo del camin n'asale,

né contra lei fare alcun schermo vale. Canzon mia trista e afflicta, perdonami se sei sì breve e corta, ché 'l dolor non comporta

che più oltra scriva, e le parole e il canto perdo per il gran pianto che da gli occhi mi vien pensando a quella che sola al mondo dir se puote bella.

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