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1463–1537

512

Antonio Tebaldeo

Non pensar che sian novi li mei affanni, ché anzi ch'io apalesasse a te l'ardore, già nel foco vivuto era molti anni. Vecchia è la piaga del mio aflicto core,

vecchia è la fiamma che me strugge e afferra, vecchia è la passïon, vecchio è il dolore, ché poi ch'io venni a questa antiqua terra, o tristo, o infausto e sfortunato giorno,

Amore incomenciò moverme guerra. Solo il tuo viso lampeggiante e adorno fra tante donne singular me piacque, tal che a pensar di quel sempre ritorno.

Da indi in qua, mia lingua mai non tacque in darte laude e in acquistarte gloria, e per te ogni altra donna me dispiacque; ché se ben leggio ogni fabula e historia,

mai non fu anchor quagiù tanta beltade, che fia di questa età longa memoria. In te è senno, prudenza et honestade, e compiuta seresti in ogni parte,

se data il ciel t'avesse più pietade. Non vo' al presente in versi deschiararte i longi affanni e il tempo per te speso ché mi mancaria inchiostro e penne e carte.

Temea manifestarte il foco aceso, perché ogni bella sòle essere altiera: e cussì ardendo io mi vivea suspeso. E quanto più celata la fiamma era,

più s'inforzava dentro al tristo petto, ond'io me distrugea qual calda cera. Pur alfin, dal dolor commosso e stretto, manifestai a te la pena mia

per uscire una volta di suspetto. Tu con ciera benigna, humìle e pia, mostrasti de aver grata la mia fede: onde el mio cor s'acese più cha pria.

E sperando trovar qualche mercede, intento ognhor son stato al tuo servitio come sa Dio che ogni secreto vede; né però mai anchora un benefitio

s'ebbe da te, ma sol sguardi e parole, che m'han conducto a questo precipitio. Ma se sentire un cor gentil non sòle, spero che premio arò del mio servire,

ché la fe' data mantenir si vòle. Quel che promesso m'hai, non pòi desdire; e se potesti ben, tu non vorai, per non esser cagion del mio morire.

Non più, ti prego, che hai tardato asai, deh non expectar più: morte m'è apresso, il tempo fugge e non ritorna mai. Vedi che uscito son fuor di me stesso,

vedi che più non trovo alcun riparo, vedi che quel ch'io fui più non son desso. E se pur tanto il mio languir t'è caro, con le tue proprie man' dàmme la morte,

ché meno asai me fia il morire amaro. Ma se brami mia vita, apri le porte de pietà verso me, che sola sei che trar me pòi di questa acerba sorte.

Una gratia dal ciel sola io vorrei: ch'io potesse mostrarte il core aperto, ché lacrimar con meco io te farrei. Ma pur hormai ti dovrebbe esser certo

l'animo mio per la continua prova: chi sa meglio di te se 'l premio io merto? Crudel, tanto pregar te pieghi e mova: sapime conservar, ché in ogni loco

uno amante fidel non se ritrova. Chi sarebbe patiente in tanto foco stato sì longo tempo se non io: perhò non senza causa aiuto invoco.

Considra che pensier serebbe il mio, se me lassasti in questo laberynto peggior di quel del Minotauro rio! Tràmene fuor, poiché m'hai dentro spinto;

poiché m'hai messo in mar, mename in porto; sligame, poiché m'hai col lazo cinto; torname in vita tu, poiché m'hai morto: questo Amor vòl, questo conviense e lice.

Non usar a chi t'ama un tanto torto. Pensa che non fu mai un più infelice tra gli amanti di me se vòi lassarme, pensa che non fu mai un più felice

tra gli amanti di me se vòi aitarme.

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