Da febre oppresso e di speranza fuore,
giacea il mio corpo stanco, infermo e frale,
e già avea posta in su la corda il strale
Morte, ch'è fin di pena e di dolore,
quando il sagace, astuto e falso Amore
s'acorse e verso me drizò sue ale:
non per salute, ma per più mio male,
da me scaciando Morte e il suo furore.
Cussì per lui son riservato in vita
aciò che de martyre io non sia privo
e che la pena mia resti infinita.
Hor pensa tu, che leggi quel ch'io scrivo,
se esser dê la mia mente isbigotita:
non mi vòl morto Amor, non mi vòl vivo.