Io son la dispietata e crudel Morte: imperatrice d'ogni corpo frale, tutto il mondo concorre a la mia corte. Né senno, né valor contra me vale;
a gioventù non guardo, né a vecchieza: intorno meno la mia falce equale. Né perdono ad alcun per sua belleza, e perhò cieca e sorda da la gente
chiamata son per la mia dura aspreza. Se talhora averai a me la mente, lassarai queste tue speranze vane, tu che nel mondo hai le tue voglie intente.
Caduche e incerte son le cose humane: ognun convien che per me cada al basso, o tardi o presto, chi hoggi e chi dimane. Ov'è Scipion? l'avaro Myda? e Crasso?
ov'è Pompeo? ov'è Alexandro Magno? e quel che fe' in Thessaglia un tal fracasso? Hor che li valse il militar guadagno? Se lor vinsero il mondo, io vinsi loro,
e furno i soi triomphi un fil di ragno. Che vai acumulando argento et oro, che miser fa ciascun che lo possede? Non ti potrà salvare il tuo thesoro.
Mira costui che giù dai pie' me siede: questo è colui che il ciel, la terra e l'acque regge, colui che ogni signore excede. Pur venne sotto me quando che giacque
ficto sopra la croce acerba e dura, del cui morir la tua salute nacque. Adonca tu che sei vil creatura a parangon de lui, pensi fugire
mia falce al cui tagliare alcun non dura? Lassa questo tuo folle e van desire, lassa i mondan piacer', lassa i diletti, ché tu non sai quando io abia a te venire:
e perhò fa che in ordine me expetti.
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