“Che farai miser cor? Più non ti vòle
colei che con sua man ti trasse fuore.
Più non te tiene in festa come sòle,
anci da sé ti scaccia con furore.
Tuo danno! Tu credesti a sue parole;
io te dicea: 'Non te fidar d'Amore'.
Non volesti ascoltarme: hora ti dole.
Impara de servir iusto signore”.
“Io cognosceva Amor, ma io non potea
fugir da lui, havendomi in sua mano.
Non credea che crudel fosse una dea,
ché celeste è il suo viso e non humano.
Questo fo quel che creder mi facea,
ma poi ch'io ho il tempo consumato invano,
sempre biasmando andrò Fortuna rea,
il cielo e Amore instabile e villano”.
“Ritorna un poco a lei, forsi è mutata,
ché ogni cosa terrena muta stile.
So che de nobil sangue ella è creata,
so che esser non vorà tenuta vile.
Se tu la ritrovasti anchora irata,
non ge parlar, ma sta patiente e humìle,
expectando che l'ira sia passata:
non dura sdegno in animo gentile”.