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1463–1537

478

Antonio Tebaldeo

Mal volentieri a te queste parole scrivo, ma la ragion mi sforza e tira; e d'acrescerti pena asai mi dole. So che te acenderai di doglia e de ira

sentendoti privar de la speranza di quel che la tua mente ognhor desira. Ma in ogni cosa sempre la constanza si vòl servare, e aver seco prudenza

ché l'huom con quella ogni fortuna avanza. Perhò se le mie rime in displicenza alquanto ti seranno, abi un cor forte e porta ciò ch'io scrivo in patïenza.

Spero, quando la tua e la mia sorte examinata arai e visto il tutto, che l'animo tuo in parte si conforte. Considerar si vòl sempre che frutto

pò nascer di quello arbor che tu pianti; chi il fin non guarda, spesso resta in lutto. Lecto ho varii infortunii de gli amanti e pensando a la lor calamitade,

frenati ho i mei pensier' stolti et erranti. Tu sai che, insin ne la tua prima etade, di me s'acese il tuo fervente core: non perché fosse in me molta beltade,

ma perché cussì volse il cielo e Amore. Io che m'acorsi del tuo foco ardente, benigna mi mostrai al tuo dolore, perché mi parea cosa inconveniente

e d'uno animo vile a non amarte, vedendo verso me calda tua mente. Né mai restai in ciascun modo aitarte, servando l'honestà che sempre amai;

sol negai quel ch'io non poteva darte. Rafrena i toi desir' lascivi hormai; quel che tu chiedi a me, mai non farei: me ferma sempre in questa voglia arai.

Prima il martyr de Tityo sofrirei, la pena de Ixïone atroce e dura, prima ogni gran supplitio elegerei cha macular la castità mia pura:

ché, quando io guardo ben tutte le cose, più bel don non concesse a nui natura. Chi è senza ella è qual spin ch'è senza rose, fonte senza acqua o senza fructo legno;

belleze senza lei non son preciose. Mira Lucretia antica che per sdegno de l'honor perso a se la vita tolse, exempio a l'altre donne excelso e degno.

Prima in uno arbor transformar se volse Daphne cha vitïar suo corpo honesto, de la cui mutation Phoebo si dolse. Questa è sol la cagion, signor, ch'io resto

di contentarte; ogni altra cosa chiedi, che ad obedirte fia l'animo presto. Questo non posso: tu il cognosci e vedi. Ma se tu ami me come te stesso,

perché servar l'honor mio non provedi? Forsi ti dolerai ch'io t'ho promesso più volte di dar fine a tanti affanni: questo, signor, non nego, anci il confesso.

Ma sol lo fei perché nei teneri anni esser te vidi, ove alcun fren non vale, onde se corre in gran perigli e danni. Talhor arder te vidi in foco tale

che ociso t'averesti, e forza me era prometter per schifar cotanto male. Cussì sempre, con dolce e lieta ciera, sin qui nutrito t'ho di certa spene,

che tema avea de l'ultima tua sera. Hormai che tu cognosci il male e il bene, m'è parso tempo il mio secreto aprire acioché la tua voglia si rafrene.

So che saprai de le catene uscire; il tempo doma gli orsi aspri e protervi: col tempo mutarai questo desire. Sempre serva te fui e sempre servi

te fieno i sensi mei perfin ch'io vivo, purché l'honor mio salvo se conservi. Taccio per men tua pena e più non scrivo

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