Già rosegiava for de l'Orïente la messagiera de' futuri giorni con fronte adorna de geme lucente, quando, fra lauri, querci, faggi et orni,
usì dolce armonia d'ucel cantanti tornando da l'usati lor sogiorni. A cotal sòn, con angosiosi pianti, desto Filarto et io de la pietate,
comminciorno a dolersi tutti quanti novo lamento e nova crudeltate, smariti in megio i boschi senza guida ne le più perigliose soe giornate.
Piangea Filarto e dicea: Scorta fida, chi mi t'ha tolto o furato sì presto? Qual parca fu sì audace e tanto infida? Qual colpo fu sì acerbo, agro e funesto?
Qual stella fu propizia a tanto male? O qual cometa in ciel cotanto infesto?” “Filarto, el pianto e 'l suspirar che vale? Forza n'è di voler quel che il ciel vòle:
che più certo d'altrui che esser mortale? La vita nostra è tal qual esser sòle: un fior meridïan che in l'alba ride, poi langue inanzi el tramontar dil sole;
ogni poca percossa la precide, ogni tristo accidente la disturba, tal che de questo mondo la divide. Lassa pianger la cieca avara turba,
il vulgo insano, misero e ignorante che questo mondo e quel altro conturba! Un magnifico cor, un om prestante, se ben perdesse cento millia imperi,
in ogni avversitate è più costante. Ché fole è colui che pensi o speri che sia cosa quagiù stabel e ferma, et ogi sia tornato el giorno d'eri.
Felice è quel che sue speme non ferma in cosa vana, lubrica e fallace, come la plebe de iudizio inferma. Tanto è il viver mortal cosa fugace
e pien di tribulenzie e atra tempesta che dovria despiacer quel che più piace. Ché chi ben mira con la mente desta, esser vedrà quel che se chiama vita
una aspra passïon troppo molesta. Licito è da por fin a l'infinita nostra doglia, Filarto, atroce e certa, poich'a' spirti gentil' Morte è gradita.
Eterna laude più che pianti merta el degno pastor nostro, el nostro Varo, uscito for di questa vita incerta. Altro abito ha pigliato e più preclaro:
cossì seco n'invita ad aver brama, Varo, nostro pastor diletto e caro. Sempre intervien che la più bella rama prima del dilicato arbor si rompe:
Morte prima a sé i bon' retira e chiama. Fra spirti eletti le celeste pompe del suo ben operar merito prende, ché Morte o ria Fortuna no 'l corrumpe.
Ivi l'afabel voce sua se intende e quel volto socratico e costume verace fede de sua vita rende. E benché nui siam privi dil suo lume,
meritamente n'ha adornato el cielo, lassando al mondo le terrene piume. Non ha più passïon di caldo o gelo, Filarto mio, como sian nui sugeto,
essendo uscito del corporeo velo. Mira se ebbe iudizio et intelletto, che, inanzi fastidiosa senettute, volse uscir for di questo carcer stretto.
Condutto pria con laude e con virtute sua vita onesta ne l'età matura, con gesti di far star le lingue mute, vegiendo poi l'età che poco dura
e molte volte è pegio il viver troppo, volse strada pigliar ferma e secura. Né creda alcun ch'el se partisse zoppo, ma più veloce assai ch'alcun baleno
n'andò drito nel ciel senza altro intoppo. Or, fatto citadin del ciel sereno, a quelle suntüose e sobrie mense d'altro fornite che di lacte a pieno,
ivi ne chiama a contemplar le imense opre del gran Motor che non per vento si cangeno, o per nebie oscure e dense. Ivi sempre ciascun vive contento,
caro Filarto mio, senza pensiero faticoso de' paschi over d'armento. Ivi per fraude altrui non fa mestiero aver l'un l'altro lite o differenza,
né che dal falso se dicerna il vero. Ivi non è che, per magnificenza o per superbia di rito teatro, portar si fassi onor o riverenza.
Né fa mestier sudar drieto a l'aratro, per voler viver seminar la terra, o riversar prima tre volte o quatro. Né fa mestier, per edificio o guerra,
pagar al prince decimo tributo, che questo forza e l'altro in carcer serra. Non fa mestier esser cauto et astuto ad acquistar con diligenza o cura
tesoro alcun per pompa o per agiuto. Ivi la lor età tempo non fura: come son ora, saranno in eterno; d'alcuna avversità non han paura.
Caldo sol non gli coce o ghiaccia il verno, como fa a noi in el secul presente, che più presto chiamar se dovria inferno. Dest' omai la sopita e strania mente:
iudica se costui merita pianto, over eterna laude in fra la gente, e se 'l so viver catolico e santo, essendo al mondo, n'ha dato altro indizio:
se no chi in ciel riporta gloria e vanto? Dir se potria fra nui novel Fabrizio per continenza, un altro Scipïone pien di bontade e mundo d'ogni vizio.
Se el mondo e soa cativa condizione ebbe, come se sa, cotanto a schivo, or che fia essendo for di sua pregione? Non credo ch'el volesse tornar vivo;
vivo non dico, ma in questo ligame corporeo vile, putrido e cativo, chi gli donasse de Italia il reame, over l'imperio del gran re de' Persi,
Galia e Panonia e tutte le sue brame. Però non lice, Filarto, dolersi che 'l pastor nostro ebbi cangiato abbergo, anzi pone letizia in dolce versi.
Per guida e scorta, n'ha lassato a tergo sue mesurate iuste e felice orme, drieto a le quale ogni pensiero ergo. Cossì con nostri armenti e stanche torme
andaren sequitando, a passo a passo, de prato in prato, soe vestigie e forme. Ché se ben Morte l'ha nel mondo casso, non ha avuto posanza pur di porre
una de mille soe virtute al basso. Ogni altra guida la mia mente abore e fino al ciel mi mostrerà la strada ov'egli andò, che null'altro precore.
Per questa sol convien donche ch'io vada, che vòl schivar vituperoso fango: pigliànno questa, senza star più a bada. Or movi il passo ch'anch'io non rimango,
Filarto, poiché inanzi abiam l'esempio e più non ti doler, ch'anch'io non piango. Questa via ne trarà for de questo empio bosco, falace e periglioso e cieco,
che in vista mostra sì felice tempio. Et andando per questa i' verò teco, la qual ne condurà al pastor nostro e troverensi al fin dil camin seco:
qual, d'altro adorno che d'argento o d'ostro, lieto n'atende con gaudio e con riso ne l'altro eterno e santissimo inchiostro, dui mondi avendo avuto e un paradiso”.
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