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1463–1537

296

Antonio Tebaldeo

Poi che cantata fu l'eterna requie sopra il bel corpo e chiuso in poca fossa cum magnifici honori e digne exequie, attonito ciascun di tal percossa

indietro ritornò doglioso et egro, Morte maledicendo e la sua possa. Pensa se fu tal caso horrendo e negro, ché, essendo già cum lei sepulto Amore,

cominciò il mondo a farsi ignavo e pegro: divenne agreste e rigido ogni core, non apparean più per le strade amanti e l'ornato vestir perse il suo honore;

cessorno e' dolci suoni e balli e canti, e spesso sopra l'atra sepultura Vener fu vista far lamenti e pianti. Ma peggio anchor successe, ché Natura,

sdegnata cum il ciel di tanto oltraggio, al nutrir e al crear si fece dura, tal che il genebro, il mirtho, il pino e il faggio perse il vigore e ogni pianta terrena,

né mai più senza fior' fu visto maggio; mancò de' fiumi l'abondante vena, i rivi restor vòti e ciascun fonte e ogni palude ch'era d'aqua piena;

morirno tutte l'herbe al piano e al monte, vite non rendea succo o il sceme spica: men danno fe' col carreggiar Phetonte. E mancando ogni cibo che nutrica,

a mancar cominciorno gli animali: extrema sorte misera e mendica! Cader da l'aër giù cum debile ali se vedean gli afflicti e stanchi ocelli,

come percossi da pungenti strali; nel lito de gli asciuti fiumicelli giaceano i pesci, e per i prati morte l'agne insieme coi figli tenerelli.

O quanti corpi guadagnava Morte de gioveni, fanciulli e vecchi ognhora! Felice chi alhor fu robusto e forte! Mai più del regno suo non uscì fora

che ritornasse cum trïumpho carca di tante spoglie, come fece alhora; né mai Charon, che l'alme nostre varca, trovosse da stracheza tanto offeso,

e forza gli fu far magior la barca; molte fiate al passar stette suspeso, cum lor temendo de perir nel fiume non potendo soffrir la nave il peso.

Ma perché il tempo fa cangiar costume, e non è alcun dolor tanto possente che per voltar del ciel non se consume, poi che Natura morta tanta gente

vide, svegliata alquanto se ne dolse, conoscendo che 'l mondo era innocente; e ne la mente sua comprese e accolse che, quel mancando, non seria chi seco

piangesse di colei che il ciel gli tolse. Ma, lector mio, se ben considri teco, non fu gran cosa se tal mal commise, però che ognun nei primi moti è ceco:

cussì anchor Progne i proprii figli occise e a la mensa crudel per cibo al padre portò le membra lacere e divise; se pensato gli avesse pria la madre,

commesso non arìa mai tanto fallo e non serìa fra le volante squadre! Ira è furor, che è simile a un cavallo che fren non teme e chi gli è su transporta,

e spesso andare in precipitio fallo. Natura, facta del suo errore accorta, subito si sforzò salvare i vivi, non potendo aiutar la turba morta;

et essendo de cibo e ogni ben privi, a quegli in breve cum usura rese frutti, arbori, fontane e fiumi e rivi; una gran gente in termine de un mese

in compensatïon dei morti nacque. Poi gli altri danni a ristorare atese: le belve a' boschi rinovar gli piacque, a l'aëre gli ocei che eran mancati,

greggi e armenti a' pastori e i pesci a l'acque. Essendo adonque per pianger servati, piangiamo tutti, e vui cum nui piangeti, di novo al mondo sol per pianger nati!

Cussì a Natura il debito fareti e a la mia diva, che per sue virtuti, sinché negli occhi è humor, pianger doveti. E vui, spirti felici, excelsi e acuti,

intorno al fonte di Parnaso ameno in celebrar costei non siati muti: surgi tu, Bonomel, che fusti in seno de le muse nutrito, la cui fama

mancarà quando verrà il cielo a meno; e tu, che merti l'apollinea rama ne la tenera età, Timotheo caro, in cui specchiar si pò chi virtude ama;

né ti mostrare in questo caso avaro Pincaro, che Hercul tuo fai immortale col bel dir terso risonante e raro; e tu, Gualtieri, il canto pastorale

lassa, constretto da pietoso zelo: questa è materia da levar più l'ale! Tornati sopra terra il gentil velo di questa donna cum gli versi vostri,

per far dispecto a crudel Morte e al cielo; ciascuno a prova il suo valor dimostri: più che non puote di Natura l'arte, potran le vostre penne e i sacri inchiostri.

Ma far mi convien fin, l'alma si parte e dice a me: “Ben m'hai tenuta assai: non apparecchiar più rime né carte!”. In pace, spirto mio, vatene hormai,

dopoi che 'l star di qua te è sì molesto; e prega Morte, se tu la vedrai, che venir voglia a sepelire il resto.

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