Poscia ch'io vidi andar verso l'occaso cum soi raggi oscurati il mio bel sole, son qua giuso come huom morto rimaso; come adonque potrò mai far parole
di questa sorte maledetta e rea, non sendo il spirto in me, come esser sòle? In compagnia cum quel de la mia dea fugì del ceco mondo in un momento,
ché in terra senza lui star non potea. Però, tanto ch'io scriva il mio lamento, te prego, alma passata a l'altra riva, venir te piaccia a le mie membra drento;
poi ritornar potrai a la mia diva, ché, narrato ch'io arò tal caso strano, non curo più che 'l miser corpo viva. Sento il valor in me sorger pian piano,
tornato è il spirto: hor su, fa' che sii presta, lingua, nel dir e tu nel scriver, mano! Prima farò la causa manifesta di tanto mal, ma a queste rime orecchia
non porga chi anche pianto non gli presta. Quella che fra la gente ognhor s'invecchia, e più in le corte se rinchiude e serra, trista quando nel ben d'altrui si specchia,
l'origin fu di questa horribil guerra: ché essendo già disposta la Natura l'ultima forza sua mostrare in terra, incominciata aveva una figura;
et era sì difficile il disegno, che non saper finirla ebbe paura. Le dee, vedendo il magisterio degno, temendo perder di belleza il pregio,
mossero gran rumor ne l'alto regno; e ingenochiate inanti al scanno regio, disser: “Come comporti, eterno Giove, che 'l mondo abia del cielo esser più egregio?”.
E cum mille arte insidïose e nove cercor che al fin tal opra non giongesse; ma vane fur tutte lor forze e prove: Natura, che gli avea già le man' messe
e d'un sì bel principio inamorata, in pochi giorni l'altre parte impresse. Apena qua giù l'opra ebbe mostrata, che, spinto da la fama, ogni huom gli corse
sì come a veder cosa inusitata; onde l'invidia e l'odio magior sorse: Iunon cum l'altre dee, turbata e accesa, le man' più volte di dolor si morse;
e congiurate a vendicar l'offesa, fecer concilio su ne l'alta corte e fu de ognuna la sententia intesa. Conclusero a la fin de mandar Morte
a guastar de Natura il bel lavoro, sì come capitan securo e forte; cussì cum quella iniqua s'acordoro. Morte un dì, armata ben de mille strali,
venne per satisfar al sacro choro: squadre avea inanti de infiniti mali e dietro a sé, che sempre l'acompagna, una turba de miseri mortali.
Non se pose di fuori a la campagna, ma entrò ne la cità cum la sua schiera che mai non perde, ma sempre guadagna. Pur alhor gionto il mese de octobre era,
nel tempo che l'autonno i campi scorre, inimico e contrario a primavera, quando lei cominciò l'assedio porre: prese dentro il palazo e d'ogni intorno,
ché al suo contrasto non val porta o torre. La bella donna mia stava quel giorno, presaga del suo mal, pensosa in vista, né mai trovosse in habito più adorno;
poi che quella malvaggia l'ebbe vista, vinta da la beltà maravigliosa, tirosse indietro, già pentita e trista; e stando molti dì fra sé dubiosa,
deliberosse non gli dar suplicio, ché gl'increscea guastar sì bella cosa. Ma usar non puòte tanto beneficio, ché dal ciel gionto a lei commandò un messo
che dovesse exequir presto il suo officio; onde, sforzata, al fin se gli fe' apresso e cum dolce parlar, mansueto e pio, si mosse e nel suo dir lacrimò spesso:
“Non scio se sciai ch'io sia: Morte son io, de la qual tanto l'universo teme! Ciò che qui nasce gionge al regno mio. Mieto cum la mia falce l'uman sceme,
non guardo a roba, a gioventù, né a honori e il mio valore ogni possanza preme: de pontifici, regi e imperatori potrei mostrarti una caterva immensa,
che qua fur primi e là sono inferiori. Stolto chi gli anni soi tutti dispensa senza pensar di me! Ché l'huom pò manco alhor, quando più forte esser si pensa;
e non è alcun cussì animoso e franco che, remirando ben la faza mia, non venga di color pallido e bianco. Già son più giorni ch'io mi messi in via
per trïumphar de la tua gran beltade, più d'ogni altra che in terra o che in ciel sia; ma, vista te, di man l'arco mi cade, onde io restai di maraviglia piena,
ché mai più non trovosse in me pietade; contra mia voglia il crudel ciel mi mena a farti mal: lui solo incolpa e acusa, e Invidia acerba, che ti dà tal pena.
Io t'ho voluto far prima mia scusa, pregoti mi perdoni simil onta: mira ch'io son per gran dolor confusa; ma grato esser ti pò che hora te afronta
l'arco mio, sendo tu nel più bel stato, ché men gloria è il morir quando l'huom smonta. Quanto era più felice e più lodato Pompeo, se morto fusse nei primi anni
che poi che fu in Thessalia fracassato! I grandi acquisti seguono i gran danni: la rota di Fortuna intorno gira, e chi più in vita sta prova più affanni;
mentre in questa terrestre pregion dira si trova l'huomo, è come barca a l'acque, che hor Austro, hor Borea la combatte e tira; sempre rapire a bon'hora mi piacque
colui che più amo per magior sua pace”. E qui, facendo fin, la Morte tacque. “Fa' pur l'officio tuo, poi che al ciel piace!” rispose quella glorïosa donna,
la cui memoria mi consuma e sface. “Ben sapeva io, se ogni salda colonna manca col tempo, che una qualche volta m'avevo a dispogliar questa fral gonna;
quanto quella più presto me fia tolta, tanto più ne serò contenta e alegra, ché ogni anima gentil brama esser sciolta. Sempre stata è qua giù la mia mente egra,
tu sei contra ogni mal scuto e riparo: però vientine hormai, non esser pegra! Pregote ben che a quel mio amico caro qual amai tanto et amarò anchor morta,
per cui solo il morir mi pare amaro, vogli esser tarda, e che a mia breve e corta ciò che vien tolto s'agionga a sua vita, benché lui batterà spesso a tua porta;
scio che, se gli ha questa novella odita, correndo a me ne vien per dritto calle, per potersi trovare a la partita”. E detto questo, le sue stanche spalle
pose al lecto, expectando la percossa qual prova ognuno a uscir di questa valle. Alhora, tutta vergognosa mossa, Morte la debil carne ebbe assalita,
ricercando pian pian le tènere ossa. Al primo tratto fu beltà smarita, ma la Virtù, che a lei non è conforme, incontra se gli fe' constante e ardita,
e disse: “Ove ne vai, cieca e deforme? Hor non sai ben che ti affatichi indarno, e che dove son io tua forza dorme? Sotterra pur il corpo exangue e scarno,
che lei vivrà sinché averan lor corso al mar Histro, Thesin, Po, Tebro et Arno! Pensavi trovar lei senza soccorso? Chi servo se mi fa, perir non lasso,
né teme di Fortuna o de tuo morso”. A questo tenne Morte il capo basso e non rese a Virtù risposta alcuna, intenta a exanimare il corpo lasso.
Le sancte muse tutte ad una ad una vennero intorno al doloroso letto e Natura affannata, in veste bruna, battease cum le palme il viso e il petto,
vedendo ogni suo honor esser destrutto, e roppe ogni sua stampa per dispetto; da ogni parte suspir', singulti e lutto si sentian risonare, e gridi e guai,
come se rüinasse il mondo tutto. Ma lei, volgendo i soi già stanchi rai, confortava ciascuno a pacienza: chi alhor non pianse non piangerà mai.
Toccando a ognun la man prese licenza, dicendo: “Hora da vui io me divido, col spirto no, ma sol cum la presenza”. Il fanciul cieco e misero Cupido,
che aveva di costei le luce elette sin quando nacque per suo albergo e nido, tre giorni a contrastar cum Morte stette, crescendo ognhor la sua perseveranza,
sinché ne la pharetra fur saette. Poi che vide esser vana sua possanza e che già quasi extinta era la scorza, piangendo abandonò l'amata stanza,
come quando un castel preso è per forza, poi che le gente dentro al fin son rotte, ciascun il corpo di salvar si sforza; guasto avea l'ale e l'arco per le botte
et era in facia exterrito e smarito, come huom solo fra boschi a meza notte. Poi che l'ultimo assalto ebbe finito, ritornò Morte nel suo regno tetro,
lassando quel bel viso impalledito. Posta che fu a giacer sopra il pherètro, Amor d'intorno a lei giva volando e a la pompa funebre andava dietro;
partita poi tutta la turba, quando vide in la fossa il bel corpo gentile, allato se gli pose lacrimando; e seco insieme sotto un sasso vile
restò coperto cum la face extinta, che ogni superbo cor già facea humile. Però non tema hormai più d'esser vinta la gente che de lui paventa tanto,
ché gli è sotterra ogni sua forza spinta. Felice marmo, rico del bel manto! Ché al chiaro suon de la celeste tromba, quando sorgerà il mondo tutto quanto,
non fia di te la più lodata tomba.
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