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1463–1537

293

Antonio Tebaldeo

Vergine sacra, glorïosa, eterna, che già portasti nel tuo ventre santo Quel che la terra, il mar e il ciel governa, porgi le caste orecchie a l'humil canto

de mia sopita musa e ai dolci preghi, meschiati insieme cum amaro pianto. Scio ben che non è honesto che te pieghi ad exaudire un tuo nemico expresso,

ma scio che a niuno il tuo soccorso neghi. Sempre te fui contrario, io lo confesso, né negar voglio, ma in error cascai perch'io non conoscevo anchor me stesso;

ché poi che a seguitare incominciai Amore iniusto, perfido e fallace, trovare il buon camin non seppi mai: tenea la guerra per tranquilla pace,

il mal mi parea ben, dolce l'amaro, ché sempre a l'ignorante il meglio spiace. Hormai ch'io veggio e ch'io comprendo chiaro il mio gran fallo, a te drizo il pensiero,

ché a chi se pente il ciel mai non fu avaro; e per la gratia tua, Vergine, io spero uscir del mar ov'io mi son somerso e trovar di salute il porto vero.

Piango ognhor ch'io rimembro il tempo perso, tante opre consumate in cosa frale: mai non spesi per te pur un sol verso; ché se Natura m'avea date l'ale,

dovea levarme a vol cum l'intelletto, vedendome fra gli altri esser mortale. Ma viver non se pò senza diffetto, ché chi potesse star senza peccato

serìa simile a Dio, che è sol perfetto; e sì caduco è il nostro fragil stato, tante rete ne son d'intorno sparte, che sol errar non pò chi non è nato.

Tu vedi ben che ogni soa industria et arte l'adversario infernal adopra e spende per far del nostro mal piene sue carte; come purgar potrem mai tante mende

che abiam commesse in questa breve vita, se tua summa pietà non ce diffende? Questa speranza mi conforta e aita, ch'io veggio ben che non serei mai sciolto,

tanto è la carne in vitii sepelita! Né te maravigliar ch'io me sia vòlto più presto a te che al tuo figliol potente a dimandar perdon del fallir stolto;

perché l'anima ingrata e scognoscente, che già spesso per lui fu facta franca, in novo error caduta esser si sente, onde s'arossa, impallidisce e imbianca,

né di tornare ardisce a sua presenza, come servo che in fede al signor manca. Non che lei non se fidi in sua clemenza, ché mille fiate ciascun dì perdona

a qualunque ritorni a penitenza, ma sol vergogna la rimorde e sprona. Però ne viene a te, Vergine immensa, de cui la fama in ogni parte suona:

in te ciascun pensier ferma e dispensa, a te disposta è tutta soa speranza e sol per tuo favor salvar si pensa. Donagli parte de la tua possanza,

ché per se stessa è debile e mal forte, né pò, come voria, servar constanza. Mira Pluton, che aperte tien le porte per condurla al suo regno infimo e basso,

expectando che 'l corpo abia la Morte. Deh, non l'abandonare in su quel passo, dandoli ognhor più forza e più memoria, ché spesso per gran guerra il spirto è lasso.

Non voler che 'l nemico abia victoria d'un tuo servo fidel, contrito e humile: qui se contiene ogni toa laude e gloria. E se per toa cagion di questo vile

carcer risorgo, in te porrò l'ingegno, industria, l'arte, ogni mio studio e stile, purché parlar del nome tuo sia degno.

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