S'io non ho persa la memoria e il lume, me ricordo, pastor, ch'io t'ho veduto spesso in riva del re de ciascun fiume. Esser potria, pastor, che conosciuto
m'abbi là, ché ivi nacqui, ivi le fasce portai, sempre ivi ho il mio tugurio avuto. Amìrome che 'l Po per Rhen tu lasce, sendo de più excellenza il Po che Rheno:
suol pur star volentier l'huom dove nasce. Tu intenderai da me la causa a pieno; ma dimme il nome e la tua patria pria, ch'io sapia a chi ho scoprir ciò che ho nel seno.
Paleno è il nome mio, la patria mia posta da Galli fu: de lei già nacque quel pastor per cui Lesbia immortal fia; per mezo il corpo suo rimbomban l'acque
del fiume in che il magnanimo Roberto per tedesco furor summerso giacque. La tua loquela te m'avea scoperto; et io son, se no 'l sciai, detto Clearco,
dove io sia nato t'ho di sopra aperto. Hormai dirotte perché ho facto il varco da l'Eridano a Rhen. Pastor, tu sciai che a molti è largo il cielo, a molti parco;
non perché non sia bella abandonai la patria mia, ché gli è sì vaga e lieta come una altra che 'l sol scaldi coi rai, ma perché sempre il mio fatal pianeta
ivi mi fu contrario, come acade, ché accepto in patria non è alcun propheta. Vedea rider le vite e l'altrui biade, le mie guaste da grandine e da venti
e ogni anno esser mei campi al fiume strade; vedea i greggi d'altrui grassi e gli armenti, sempre i mei magri, e ciò che cum le labia gustavan parea toco da serpenti:
l'herba li generava e l'aqua rabia; o dal lupo o dal morbo m'eran tolte le pecorelle, carche ognhor di scabia. E vedendo io tutte le stelle vòlte
contra me, disperato me disposi partir, però che inteso avea più volte certi frutti de Persia venenosi, posti in altro terren, perdere il tòsco
e farsi a l'human gusto gratïosi; dissi: “Qui steril pianta mi conosco; forsi di tal natura mutarommi, s'io vo sotto altro cielo e in altro bosco”.
Ma l'empia stella mia, che ognhor guidommi de male in peggio cum soi occulti inganni, questo pensier de l'animo levommi: legiadra nympha sotto verdi panni
mostrommi, che di sé tanto me accese che me stesso scordai, nonché gli affanni. Né maraviglia fu se la mi prese, sendo lei troppo bella, io gioven troppo:
mal quella età fa contra Amor diffese. Riseme insin che ebbe ben stretto il groppo; poi parve che sì cruda divenisse, che qual d'un serpe fier m'era il suo intoppo.
Cum diversi pastori in mille risse per lei son stato, e ben diece anni io persi prima che dal suo giogo io mi partisse; per ben servirla, abandonar soffersi
il pover gregge mio; taccio il gran grido che tra le nymphe gli acquistai coi versi. Da Fortuna agitato e da Cupido fuggendo, me ne venni in queste ville
e sotto questa pianta ho facto il nido: qui le mie pecorelle stan tranquille, qui coglio fructo e, quel che più mi piace, in me spente d'amor son le faville.
Saggio è chi fugge guerra e cerca pace, stolto chi in steril campo s'afatica: sì che il disegno tuo non me dispiace. Ma dimme, se non te è, pastor, fatica:
questa pianta gentil come è chiamata, che anche io parlar ne sapia ove si 'n dica? Chiamase da' pastor' la pianta amata, perché non nacque mai qui pianta alcuna
che a gli abitanti il Rhen fusse sì grata. Gran tempo è che ne è stata ognhor grande una di tal stirpe, ma, come era sublime, rüinava percossa da fortuna;
e perché longo seria dir le prime, cominciarò da quella a cui successe questa, che hor sino al ciel manda le cime. Ebbe nel crescer suo travaglie spesse,
hor cum rami et hor senza, e al fin molesta greggia de monstri la corrose e fesse: d'un feroce serpente avean la testa, di cane il resto, e fu tanto aspro il morso,
che cadè come svèlta da tempesta. Et anche arìan questo altro tronco morso, che era una virga alhor tenera e humile, ma subito i pastor' gli dier soccorso:
i quai, divisi in schiere al martial stile, cum archi e foco i fier' monstri cacciorno, guastando li lor parti e lor covile; corse di sangue il Rhen caldo quel giorno:
quegli pel mondo andor vagi e destrutti, e sempre cum suo mal fecer ritorno. Doppo la fuga de tal' monstri brutti, lieti il germe novel cum festa e canto
corsero ad abracciar i pastor' tutti; e perché gli era pur debile alquanto, aciò meglio sorgesse alto da terra gli poser per sustegno un palo acanto.
Ma spesso dei più saggi il iudicio erra: fiorì quel tronco, e sì le braccia sparse, che a questo altro facea cum l'ombra guerra. Ma la Natura al fin iusta mostrarse
volse, e tal acto sì gli spiacque e increbbe, che in breve la radice al crudel arse. Spento che l'invidioso e maligno ebbe, un bel genebro in quel loco produsse,
che fuor del suo costume in alto crebbe; né credo che mai vite ad olmo fusse legata sì, come un fervente zelo queste due piante ad abracciarse indusse.
De pari ambedue son sempre ite al cielo: Giove le mira e n'ha tanta vagheza, che gli fa temperato il caldo e il gielo; Phebo più che il suo lauro assai le apreza,
et externi pastor' n'han rami tolti, inamorati de la lor belleza, tal che ne son hormai boschi alti e folti di questa fronde amata già sì rara;
né adorna più sol Rhen, ma fiumi molti: il Santerno, Lamon, Mintio, Panara, Sechia e il fiume che Cesar passò quando conobbe Roma al suo trïumpho avara.
Et è gran tempo che Virtù, che errando giva mendica, a questa pianta venne, chiedendo aiuto al suo infelice bando. Quella i rami gli porse e la sustenne,
onde i vitii, che avean qui facto il piede e già troppo superbi di lor penne, aciò che non avesse Virtù sede volser l'arbor tagliar; ma se ne avide
Virtù preclara, che da longe vede, e cum sì buon rimedio gli provide, che via cacciolli, benché fusser forti: né creder che pur un più qui se anide,
e cussì andrà chi gli vorà far torti. Ma pensa tu, Palen, se qui mi godo, vivendo dove sono i vitii morti! Narrato t'ho, benché cum stranio modo,
le gran felicità, le gran ruine di questo arbor, che sempre è stato sodo; sorto è qual rosa tra infinite spine e, se ben guardi al suo principio duro,
iudicarai che fia stupendo il fine. Quei pastor' vecchi che fundarno il muro là sopra il Tebro, ove l'armento hibero da l'Aventin ladron fu mal securo,
non ebbero al montar grado legiero, ma ogni pover vicin gli fe' battaglia: poi sopra ogni pastor tenner l'impero. Presto comincia, presto manca in paglia
foco: chi vòl durar come la fronda di Pallade, convien tardando saglia. Non è sì grata a chi ha gran sete l'onda, né a un peregrin, se 'l sol Leone accende,
l'ombra, né a' navicanti aura seconda, come a me il tuo parlar, che accorta rende la mente mia; ma che vòl dir quel vago serpe che su pel tronco se distende?
Posto è a guardarlo, come fu quel drago le piante in Libia amate da Natura, che frutti producean simili al Tago; né bisogna de Alcide aver paura,
benché stia qui vicin, ché gli è in favore di questa pianta e vòl che sia secura. Se pòn giovar d'un povero pastore i preghi, prego che ognhor cresca e monti
e sempre ne succeda una magiore. Hor lasciam questo, e fa' che tu mi conti, Palen, qual causa t'ha suspinto e mosso a veder Rheno e gli soi fertil' monti.
Hoggi il tuo amor m'ha sì infiammato ogni osso, che come al vento foglia a quel me inclino, e alcun secreto asconder non ti posso. Non sol per venir qui presi il camino,
convien che sia più longo il mio vïaggio: vomene ai colli del pastor Quirino; certi boi meco e pecorelle io haggio per spazar là, tra quei pastor' de Giove:
cerco l'utile mio e il mio vantaggio. Esser caro ti pò che te ritrove a parlar meco, e il ciel loda e ringratia: tu meni le tue bestie e non sciai dove.
Ivi questi animal' ebber già gratia, hor sol capretti, porci, asini e vacche stimati son da quella gente latia. Se avessi de dinar piene le sacche,
indietro tornarai cum tutte vòte, tu mal contento e le tue bestie stracche; ma se meni di quelle a lor più note, vedrai che, come il tuo Clearco narra,
fien di bon pregio apresso ognun che puote. A queste tal' ciascun le porte sbarra; e non condur, se pòi, se non capretti, che inanti che sian visti averai l'arra.
Non arian donque i mei pensieri effetti! Hor veggio che 'l proverbio non è vano: “Molti gli amici son, pochi i perfetti”. Per dar fede a parole de Tribano
perduti ho i passi, e più persi n'arei, s'io non odiva il tuo consiglio sano! Guarda se tra gli armenti e greggi mei cosa c'è che ti piaccia: io te la dono,
ricever magior gratia io non potrei. Io te ringratio: io non voglio altro dono che l'amor tuo! Ma guarda hormai che 'l sole a l'occeàno per colcarse è prono;
andiamo, ché questo aer nocer suole. Vo' che ceni cum me, ché dir potresti: “Clearco mi pasce sol di parole”. Né vo' che sol per cenar meco resti,
ché tu averai da me povera cena, ma perché a un raro suon l'orecchie presti. Tu odirai un pastor che, quando mena il plectro su per le squillante corde,
sia il ciel quanto vòl tristo, il raserena; ove canti costui, serpe non morde, non è immobile il monte, aqua non corre, e par che Borea de soffiar se scorde;
mai can' non volse col suo gregge porre, sol cum la cetra guarda la sua torma, né mai pur uno agnel se vide tòrre. Detto è Calvitio, e de gli antiqui l'orma
segue lui solo, e ciascun altro parmi cantar trïvialmente: a lui la norma ha data Apollo, e i soi son veri carmi.
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