Damon, già son tanti anni e giorni e mesi che insieme usati siam, come tu sciai, e il tuo vivere anchor mai non intesi: sempre pensoso ne l'aspecto stai,
né mai lieto te vidi una sola hora, ma colmo di martyri e pien de guai; né trar ti pòn di questi pensier' fora tanti piacer' dei quai la villa è piena,
ma ognhor la doglia più te afflige e acora. Narrami qual cagion te tira e mena a star sì tristo, ché un qualche remedio forsi potrei trovare a tanta pena.
Deh vanne, Tirse, e non mi dar più tedio! Lassame in questo ombroso e folto bosco, ove Fortuna e il ciel m'han posto asedio: più non prendo piacer in venir vosco,
fuggio la turba e di star sol mi godo fra spini e sterpi, in loco oscuro e fosco; e la cagion perché mi strugo e rodo non ti curar saper, ché per men male
taccio chi me fa andare a questo modo. Adonque teco il mio pregar non vale? Negar non mi dovresti alcun secreto: ben mostri che di me poco ti cale!
Non sciai ben che, se ridi, anche io son lieto? non sciai, se piangi, che io son tristo e mesto? e se errando tu vai, io non sto quieto? A chi t'ha in odio son contrario e infesto,
amo chi t'ama e seguo il tuo desio, al bene et al mal far sùbito e presto; però il tuo caso, che mi par pur rio, scoprime hormai e no 'l tenir più ascoso,
ché ogni danno che hai tu reputo mio. Tirse, il tuo ragionar me è sì noioso, che avere io non potrei maggior dispecto; perché cerchi turbare il mio riposo?
Inteso hai ch'io non trovo altro diletto che viver solo, e tu vòi pur star meco: al comodo d'altrui non hai rispetto! Damon, s'io me firmai a parlar teco,
no 'l fei per impedir i piacer' toi, ch'io non serei cussì importuno e ceco! Il vederte sì tristo in fra li boi cagion fu che cum te restato sia;
ma poi che compagnia d'alcun non vòi, rimanti in pace, ch'io me ne vo via. Tornar vo' al gregge, ché il lupo rapace facilmente assalire hor il potria;
e s'io ho interrotta tua tranquilla pace per visitarti, prego mi perdona, ché 'l troppo intenso amor mi fece audace. Hor che non è nel bosco più persona,
ma solo ocelli et animal' silvaggi, potrò sfogar la pena che mi sprona. Pregovi, fiere, e vui, abeti e faggi, che per vui non se sapian li mei stenti,
e tu, Phebo, che qui sei coi toi raggi! Piacciave di cessare alquanto, venti, che non si spargan fuor queste parole! Non seran troppo longi i mei lamenti,
ch'io son disposto, anci che gionga il sole al suo riposo, uscir de tanti affanni, poi che Amarili e mia Fortuna vòle. Hor sàcciati, crudel, che me condanni
a questo fin vituperoso e horribile nel più bel fior de' mei giovenili anni! Taccia chi dice che non è possibile che alcun se dia cum le sue man' la morte,
et a me parve già cosa terribile; ma hor ch'io penso a mia perversa sorte, mi pare un gioco se me occido io stesso per fuggir questa doglia acerba e forte.
Sento che già di Morte è gionto il messo, che al fin me affretta e del tardar mi grida: già posto ho il crudel ferro al core apresso. Povero armento mio, chi fia toa guida,
dapoi che 'l tuo pastor da te si parte? Quando più trovarai scorta sì fida? Già parme de veder tutto stratiarte da lupi che ognhor stanno intenti e pronti,
expectando ch'io vada in altra parte. Mai più non ti vedrò per questi monti pascer le tènere herbe, e al tempo estivo scacciar la sete a questi freschi fonti;
tu pòi viver secur mentre son vivo, ma il mi convien morire, ond'io ti lasso: Amor vòl che di me tu resti privo. E tu, mia cetra, sopra questo sasso
spezata rimarai, poi che 'l tuo suono mai non mosse colei per cui son lasso. Oimè, ch'io non scio più dove mi sono! Le tenebre son gionte inanti sera:
vale, Amarili mia, io te perdono! Quanto è Damon mutato da quel che era! Già viver senza me non sapea un giorno, hor fugge come io fusse una aspra fiera.
Ma fermo ho nel pensier de far ritorno là dove io lo lassai pien de afflictione, e star nascosto a quel boschetto intorno, tanto che intender possa la cagione
de l'interna sua pena aspra et acerba, per cui fugge la luce e le persone. Ecco ch'el giace là disteso in l'herba! Veggio disperso andar tutto il suo armento;
forsi il dolor dormendo disacerba: andarò a lui col pie' tacito e lento, tenir bisogna ben chiuse le labia. Oimè, parme il terren sanguinolento!
Temo che morto qualche animal l'abia trovandol qui dormir soletto e stanco, ché molti vengon per gran fame in rabia. Che ferro è quel che ha nel sinistro fianco?
Ahi, misero Damon, come t'hai morto? come in breve hora sei venuto manco? È questa la leticia e il gran conforto che lassi a Tirse, tuo fidel compagno?
Chi te constrinse a farme un tanto torto? Vedi che sopra te tutto mi bagno de lacrime e de sangue: o Parca dura, per cui da un tale amico io mi scompagno!
Perché sol ti lassai in questa oscura selva, quando adirato me scacciasti? Ma non pensai che in te fusse tal cura. Deh, perché almen la man non mi toccasti,
dicendo: “Resta in pace, Tirse fido”? Perché l'ultimo baso a me negasti? Che se dirà quando fia sparto il grido “Damon se è occiso cum soa propria mano”,
come già per Enea l'imphausta Dido? Tu serai da ciascun chiamato insano, che eri fra nui tenuto il più prudente: il fine è quel che loda il corso humano.
Che ti varrà se sei stato excellente in piantar vite e in seminar le biade? In un sol punto hai le tue laude spente. Deh, come usasti mai tal crudeltade?
Quanto verso altri dovevi esser crudo, se non potesti aver di te pietade! Hor il tuo corpo sanguinoso e nudo lavo in queste aque, e involto in varii fiori
in bianco marmo lacrimando il chiudo; contento restarai de tali honori, ché per minor tua infamia qui non voglio a le tue exequie convocar pastori.
E benché scriver versi mai non soglio, pur per memoria tua che resti in pietra queste poche parole insieme accoglio: “Damon qui giace, primo in toccar cetra.
Tirse morto trovollo, e per suo honore gli die' sepulchro: de sua morte tetra la cagion non si scia, se non fu Amore”.
Cookies on Poetry Cove