Dimme, Titiro mio, qual caso adverso te tien cussì lontan da nostra schiera, o qual cagion fa che t'abiamo perso? Tu solevi pur già matina e sera
ridurti ai campi cum tua dolce lyra, che non poco dilecto ai pastori era; hor te ne fuggi, e par che tolti in ira abbi i compagni: e pur tra i soi sfogarse
suol chi per caso alcun piange e suspira. Mira come non pò più ralegrarse questa smarita e vedoetta valle che solea del tuo grege adorna farse:
rinchiuso se ne sta dentro a le stalle, né mai se vede e tu, qual somnolento, posto hai questi pensier' dietro a le spalle; onde ciascun pastore è mal contento
e volentier sapria perché te affanni: et io, che t'amo più, più duol ne sento. Mopso, vero è che già nei mei primi anni presi dilecto di cantar cum voi,
comunicando mei piaceri e affanni; et ebbi già vacche infinite e boi in stalla e bestie de ogni qualitade: e tu, mio Mopso, ricordar te 'l pòi.
Ma riguardando a questa ultima etade, ferrea, maligna, inusitata e strana, ove il vitio ognhor s'alza e virtù cade, conosciuta ho di poco frutto e vana
esser questa arte nostra pastorale: gionto è a vil precio il lacte cum la lana. Però più di tal studio non mi cale, e sol m'ho tanto gregge riservato
che le spese mi rende, benché male; ma la cagion che sta cussì serrato e che non va cum gli altri a pascer l'herba dirò, poi che saper cerchi il mio stato.
Questo paese tanti lupi serba che scoprir non si pon le pecorelle: tanto è la voglia lor ingorda e acerba! E già de giorno in giorno odìa novelle
del gregge mio che m'era guasto o tolto, tal che stracciata avea sempre la pelle. Titir, di te mi maraviglio molto: non sol a te molestia i lupi dànno,
ogni pastor è in questo danno involto. Deh taci, Mopso! A me più noia fanno: o che sia grassa o che odio il ciel mi porti, pur volentier a la mia torma vanno.
Forsi che i toi pastor' son poco accorti; tenir seco dovresti de' buon' cani, che fusseno sagaci, astuti e forti. Più te vo' dir se sono audaci e strani,
che a mezo il giorno vengono a l'ovile e spesso m'han l'agnel tolto de mani. Trovarem freno a questa rabia vile! Vo' d'altro hora parliam: tu col tuo canto
di' qualche cosa, Titiro gentile. Excusato m'arai, Mopso, io non canto: non vòl Fortuna, che me tiene in guerra; da me non expectar altro che pianto.
Ché poi che quella che ogni cosa atterra mi tolse Galathea, mio sol conforto, sempre piangendo l'ho cercata in terra; e bench'io viva in vista, io son qual morto,
ché lei avea di me la miglior parte, tal che le membra a gran fatica porto. Né il mio dolore ho scripto sol in carte, ma in lauri, in mirthi, abeti, in pini e in faggi;
e chi non scia le lacrime ch'io ho sparte? Questi boschi d'intorno aspri e silvaggi te 'l saprian dir, che m'hanno odito spesso narrar di Morte li spietati oltraggi.
Et era gionto a tal, ch'io avea dismesso ogni pensier agreste, et ebbi voglia ben mille fiate de occider me stesso. Titir, tu sciai quel che tra nui far soglia
questa malvagia e inexorabil Morte: e però acquieta tua sfrenata doglia. Mostrar conviente in simil' casi forte: non se pò sempre in terra esser felice,
non tu sol nato sei sotto tal sorte; quello antico pastor perse Euridice e, se la trasse de la valle inferna, pur ne la fin restò triste e infelice.
Non sciai ben tu che questa legge è eterna? Ordinato è nel ciel che non si mova, ché cussì piacque a Quel che ci governa. Ma tu non sciai una mia angustia nova:
hor chi potrebbe mai esser constante, se ognhor Fortuna i colpi in me rinova? Non scio qual marmo che a sì grave e tante percosse hormai non si spezasse in tutto,
o qual saldo metallo o qual diamante; ché poi che alquanto insieme avea ridutto il gregge mio, che già gran tempo giva per la ruina mia perso e destrutto,
vidi una nympha che de un bosco usciva, che mi levò ciascun pensier del petto, cogliendo fior' longo una fresca riva. Non avea humano, ma divino aspetto:
onde io mi ascosi in un secreto loco, ché sol in veder lei prendea diletto; lei, che se accorse del mio ardente foco, hora a me un riso, hora un süave sguardo
porgendo, alzava il mio sperar non poco; et io stolto, qual dama e legier pardo, la seguitava per caverne e sassi, sempre avendo nel cor l'acceso dardo.
Lasso, quanti suspiri e quanti passi ho persi, e quanto tempo ho speso invano! Quanta aqua ho sparta cum questi occhi lassi! Ché essendo un dì costei sopra un bel piano,
Dameta, ch'è tra nui noto pastore, s'accese, visto il suo bel viso humano; l'avara, che 'l conobbe esser magiore di terren, gregge, armento e di thesoro,
da me fugendo a lui converse il core. O ceca, insatiabil fame d'oro, piena di fraude e a la ragion nemica, donque per tua cagion mi strugo e moro?
Quanto felice fu la gente antica, che avea per cibo suo sol giande et acque, quando anchor non fioria vite né spica! Senza tetto, secura in boschi giacque,
libera, scalza e senza alcuna veste: ben fu beato chi in tal' giorni nacque! Non era fame alhor, guerra né peste, ma uno aere salubre e pace e copia;
hor son le gente a se medesme infeste, hor regna al mondo sol miseria e inopia, tal che per non veder tanta ruina esser vorei talhor ne l'Ethïopia;
però disposto son sera e matina piangere e suspirare insin che viene Morte,che hormai dovrebbe esser vicina. Hor ti son note tutte le mie pene,
inteso hai, Mopso, il stato ove io mi trovo: iudica tu se il canto mi conviene. Titiro, il caso tuo non me è già novo; Amore è ceco e in sé non ha fermeza,
e spesso anch'io de gli soi inganni provo. Rafrena il largo pianto e la tristeza, lassa questa superba, ingrata e rea! Altre nymphe ge son de più belleza:
il c'è Cardelia, Glaucia e Isofilea, e par ne gli atti fuor, s'io non son ceco, che del tuo amor sia accesa Deiopea; odito t'ho già ragionar cum seco,
onde quanto lei t'ami ho visto certo, ma non ardisce appalesarlo teco. Poi che tanta fatica è senza merto, non vo' che donna più mi metta legge:
basta che Amor crudel due volte ho experto! E se 'l ciel non se muta che mi regge, mai più non mi vedrai per queste rive: la patria lassarò, lassarò il gregge.
Adonque fien le selve al tutto prive del grato suon di tua süave cetra? Titir,no 'l far, se in te pietà più vive. Prima mover potrai ciascuna pietra
che volger mei pensier' fermi e constanti: ogni altra gratia da me, Mopso, impetra. Tu, che mai non provasti al mondo pianti, prendi la lyra mia, se la ti piace,
poi che la sorte mia non vòl ch'io canti; sì che lassame star, vatene in pace.
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