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1463–1537

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Antonio Tebaldeo

Chi disse esser felice chi non nasce o, se pur viene ad habitar la terra, rende il spirito al ciel mentre che è in fasce, fu de un iudicio saldo e che non erra:

ché chi apre gli occhi ben, vedrà che 'l frale viver nostro non è se no una guerra. Quale è de l'huom più misero animale? Sùbito che è dal materno alvo tolto

piange, che è augurio de perpetuo male; nudo esce fuor e nei legami avolto vien, che mostra che sinché in vita stia deve in miseria e in lacci esser sepolto.

Sciai tu chi questa vita ama e desia? Chi al sonno, a Baccho e al crapular se dona, né d'altro pensa e l'honor spreza e oblia. Ma 'l saggio volentier quella abandona,

perché fra quante dar Fortuna suole felicità non vede integra e buona: uno ha richeza, ma non pò aver prole e, se l'ha pur, l'ha sì col vitio insieme

che cum il cielo ognhor se lagna e duole; in roba e in figli un prospera, ma geme per esser de vil stirpe; uno è de sangue gentil, ma povertà l'afflige e preme;

uno ha questi tre doni, ma un fier angue gli è al cor, la moglie infame; e se l'ha honesta, infermo ciascun giorno in lecto langue. Sempre una parte c'è che ne molesta,

e il male e il ben costei cum tal misura ne dà, che pari la bilanza resta; la vita in ogni guisa è amara e dura: se depresso sta l'huom, forza è se roda,

se posto è in alto, ha de cader paura. E per sfogar il cor voglio che se oda il stato mio, e per far altri acorto, cussì traronne refrigerio e loda:

ché senza tregua, senza alcun conforto, provati ho sì diversi e gravi affanni che esser dovrei già fa gran tempo morto. Io era ne gli immaturi e teneri anni

quando in ciel tolto a vita più süave mio padre fu: qui comincior mei danni, ché mal de un regno la difficil nave sta in man de un giovenetto e, se ad altrui

la dà, se expone ad un periglio grave, perché, come se vede ognhor tra nui, ben spesse fiate a chi è il temon comesso fa sua la barca e nel mar getta lui.

Essendo anchor garzon, me tolsi apresso un che era de anni e de experienza pieno, un che da l'avo mio fu in alto messo; nutrimmi l'angue venenoso in seno,

ché de agne non fe' mai lupo tal sempio qual lui del popul mio come ebbe il freno; né solo i citadin, ma ciascun tempio spogliò, né satio anchor, tòrme l'antico

sceptro e la vita volse il crudo et empio; né un sol dei servi mei mi fe' nemico, ma molti, e fui qual pesce al cibo preso: tal premio ha chi a vestir tole un mendico!

Gettato che ebbi a terra questo peso, posto me fu su gli humeri un tal carco, che m'ha ogni membro conquassato e offeso: stato da indi in qua son segno a un arco,

tirato da un sì saldo e forte braccio, che me trova se mari e monti varco; equale a questo non ha il mondo impaccio, ché quella che dai bruti ne divide

perdiàn sùbito intrando in questo laccio. Extinta la ragion, forza è ne guide l'error, che sempre tende al precipitio, che altro non serba in sé che pianti e stride;

questo ne fa parer leve il servitio, grave la libertà, che tanto se ama – Utica il scia, sepulchro al gran patritio –; questo far non ne lassa alcuna trama

che non sia bassa e vil, questo ne face instabil più che non è al vento rama: hora a l'amante vita, hor morte piace, hora avampa, hor agiaccia, hor teme, hor spera,

e mille volte il dì fa guerra e pace. Io, che in quella età molle e inexperto era, ricevei de madonna al cor l'imago, ché facile è improntar tenera cera;

sempre doppo de suspirar fui vago, e de gli occhi me son tante aque corse che dentro, come fuori, ha Mantoa un lago. E per più pena, quando il cor mi morse

Amor, lassar la patria mi convenne per un tumulto che in Italia sorse: Carlo, qual fulgor, giù de l'Alpe venne e cum victoria insin là dove Sylla

latra ne andò, che mai non se ritenne; scacciò Alphonso de seggio e, poi che ancilla facta s'ebbe Parthenope, tornava superbo de la sua sorte tranquilla;

quando, desta dal sonno, Ausonia ignava se gli fe' incontra, che altrimente in tutto il gran nome latin spento restava. Sendo io al stipendio del Leon condutto,

ve andai: pensa cum qual ira e travaglia, ch'io fui qual pianta svèlta in su il far frutto! O quante fiate se bagnò la maglia del pianto mio, che altri il stimò sudore,

inscio de la mia intrinsica battaglia! E benché lodar sé sia dishonore, pur dirol cum perdon, ché merito io de Camillo e de Cesare più honore:

de altro fastidio fu il combatter mio, ché loro ebber la pugna sol cum Galli et io cum Galli e cum Amor, che è dio; era divisa a dui diversi balli

la mente mia, e son degno de scusa s'io avesse nel pugnar commessi falli. Ahi lasso, quante volte, essendo chiusa la tenda e cum la guardia armata intorno,

come in salute de chi regge se usa, mi venne ad assalir da mezo giorno questo ardito fanciullo insino al lecto, lassandome cum gran ferite e scorno!

Et altro c'è perché debbia esser detto de quei dui gran roman' più forte e invitto, senza l'età minor ch'io non gli metto: a lor fu obediente in quel conflitto

il campo tutto et io, al menar de mani, da l'exercito mio fui derelitto. Io disegnai, ma i mei disegni vani restoro al colorir, e dire io posso

ch'io vinsi cum ducento mantüani; pensa da che cordoglio io fui percosso quando vidi quei fidi citadini quasi tutti giacer su il terren rosso!

Seco ebbe quella laurea molti spini, ma dui fra gli altri de sì mala sorte, che sempre arò il cor tristo e gli occhi chini: l'uno fu il patruo mio prudente e forte,

l'altro il mio Iano, oimè, ch'io me alevai: o come tosto me 'l rapisti, Morte! A questo i mei secreti apalesai, né credo più che di dolor se mora,

poi che morendo lui vivo restai; morto costui, non vissi lieto una hora né vivrò, s'io vivesse ben l'etade di quel che sorger fa presto l'aurora.

Pianto che ebbi, trar fuor feci le spade perseguendo il nemico: tanto vinto m'avea del popul mio la gran pietade! Né posai mai, finché non l'ebbi spinto

oltra i monti; e se gli era chiuso il passo da chi potea, di qua restava extinto. Le gran fatiche e le vigilie lasso che in le reliquie galliche soffersi,

che Ferrante teneano afflicto e lasso. Avea quel re molti bei lochi persi, né de tenire il resto era securo pei populi che a Francia eran conversi;

io de le gente mie gli feci un muro, che fu terra sì fina e sì ben cotta, che a l'hoste parve più che un scoglio duro: tal che se mise disperato in rotta

e obsesso al fin, lassando il rico acquisto, a pacti venne, senza expectar botta. Lì il mio sincero cor nudo fu visto: ché, per volere amare Italia troppo,

spinsi il cognato a fin misero e tristo. Apena vinto avea, che ecco uno intoppo crudel: ché, visto ch'io avea il gran Ferrante legato a me de indissolubil groppo,

e che col tempo mie fatiche tante poteva ristorar, Morte mi tolse, che sempre ha l'occhio a le più nobil' piante. Non huomo fu, ma sasso, a chi non dolse

de quel re l'immaturo e acerbo occaso, che ebbe ingegno e corpo apto a ciò che volse; accolte le virtù tutte in un vaso mai più non furo, e al suo partire il mondo,

ch'aver no 'l meritò, ceco è rimaso. Cerchi pur cum l'ingegno suo profondo Natura produr spirti excelsi e magni, che Ferrante a nesun serà secondo!

Perso un tanto signore e i mei compagni più cari, me inviai al natio loco, e il danno assai magior fu che i guadagni; e nel ritorno mio Morte non poco

me spaventò, ma poi ritrasse il piede per aver del mio mal più longo gioco. E quando aver credea qualche mercede del sudor mio, da chi dovea farlo

tolta fu per suspecta la mia fede; dissero ch'io avea pratiche cum Carlo: sciocca fiction! Chi me vetava in Hasti, in Puglia e a Parma, s'io voleva aitarlo?

O Invidia crudel che il mondo guasti, che tanta rissa mai sparger non pòi che a la tua sete arabiata basti! Le corte il scian; né sol regni tra noi,

ma in la religion, né loco veggio ove non abian forza i denti toi; già fusti in ciel quando il sublime seggio occupar volse chi hora ha i regni stygi:

al seme human che potea acader peggio? Nacque la guerra sua de quei letigi; non te poteva il ciel meglio punire, ché, se altrui noci, anche te stessa affligi.

E quel che più me infiamma è che ebbe ardire de Dio un servo in mio male esser busardo, che quando io errasse me dovria coprire. Quanto son varii più che lynce e pardo

che paion santi! Ove è il fulmine, Giove? Che expecti contra uno orno esser gagliardo? Né picol sdegno al cor me excita e move che de la fede mia prendesse dubio

chi n'avea viste sì efficaze prove! Non ebbi mai più de una tela al subio, né poi che del Leon fu facta moglie cercò la fidel Mantoa altro conubio.

Ma che dir più? Gran fe' tal fructo coglie! Raro i nemici de la patria extinse che non avesse al fin per mercè doglie: al gran Iulio, che 'l Gallo ribel vinse,

fu il trïumpho interditto et in exiglio Tullio e Camil l'ingrata Roma spinse. Et io premio non men degno ne piglio: persi ho i mei citadin', gli amici e quello

che me fe' parer dolce ogni periglio, dico l'honor; ma saldo al dur martello starà lo or mio, sì come sempre è stato, e posto in foco ognhor verrà più bello;

netto son dentro, se son fuor macchiato, ché ben esser pò tinto un marmo bianco, ma non del suo colore esser mutato. Ecco la spada ch'io ho portata al fianco,

Marte, ecco l'elmo e il scudo: io te li rendo, vestine uno altro, ch'io son satio e stanco. Valete, trombe, col suon vostro horrendo! Cussì potess'io uscir fuor de la danza

d'amor, che fa che a precio vil mi vendo! Io vorei pur, lassando la speranza vana e tante catene e tanti homei, goder quel breve tempo che me avanza;

ma il cor, i pie', l'orecchie e gli occhi mei son sì a pensar de la mia donna assueti, a seguitar, a odir, a mirar lei, che s'io dico talhor: “Vui pur correti

a legarve!”, mi fanno sacramento che viver non potrian senza tal' reti; e se racoglio il freno e non l'alento, forza è che seco in gran discordia vegna:

e per no aver due guerre ge 'l consento. Expectarò che 'l tempo me sovegna, il tempo che a ogni cosa suol fin porre: lui al foco pian pian torrà le legna.

Potrei ben io cum un sol colpo sciorre l'alma da questa tedïosa gabia: ma non voglio ad alcuno il piacer tòrre! Vo' che sopra di me sfoghi sua rabia

Fortuna, Invidia e Amor, che ognhor me impiaga, aciò che quando a dire un miser se abia, el se dica: “Francesco da Gonzaga”.

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