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1463–1537

283

Antonio Tebaldeo

Cum quel dolor che l'amate aque lassa pesce iretito e salamandra il foco, che è tal che in breve la lor vita passa, cum quel da te mi parto, e in altro loco

ne vo per contentare il destin mio, che spenger vòl di me questo altro poco; sì che per questa volta il tuo desio passi in mirarme, e non sperar, signore,

vederme più, se non su l'altro rio. Hormai satii seran Fortuna e Amore, che non si vergognor tòr l'armatura per aver de una feminella honore!

E quel che fa più la passion mia dura è ch'io comprendo il duol che aver ne dêi, ché a me gratia è l'andare in sepultura; né il mio morir sin qui tardato arei,

ma in la mia cognoscendo esser tua vita, volentieri alongavo i martyr' mei. Or no 'l posso più far, ché la partita disperata me 'l nega e contradice:

però, meglio che pòi, da te te aita. Stolto chi esser qua giù pensa felice! ché quale esser si trova in più bel stato è pianta cum bei fior' senza radice.

Non credo mai tre miglia il vital fiato portar, ch'el se ne andrà vinto e partito: subito cum il tuo fia acompagnato, et io arò grato che stia teco unito,

aciò che 'l corpo tuo debile e stanco sia contra Morte più possente e ardito; e scio ch'el te ama sì, che fia più franco assai del tuo a quel contrasto duro,

e l'ultimo serà che venga manco. Purché abbi vita tu, viver non curo; amame: non voglio altro, ché il tuo amarme me fia anchor grato doppo il giorno oscuro.

La mano al dipartir te piaccia darme e dir: “Tirinthia mia, vatene in pace!”, ché questo arà gran forza a consolarme. L'esser longa in parlar teco me piace,

ma breve esser me sforza il picol spatio: questo, per più mia pena, anchor si face. Vale, di tanta fede io te ringratio.

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