Io me partì' da te: s'io n'ebbi doglia sciallo il Po, sciallo l'empia navicella che portò via la exanimata spoglia; ché del gran pianto mio quel crebbe, e quella
spinta da' mei suspir' corse qual penna, tal che fui spesso per perir cum ella, ché, sforzata da quei, cadè l'antenna. Ma il ciel, che nega a' miseri il morire,
fe' che per più mio mal gionsi a Ravenna; qui me firmai, né mi sapea partire, trovando del tardar mio scuse molte: ma a chi ad altrui si dà forza è obedire.
Partìme, e fra me mille e mille volte io maledissi la gloria e il guadagno, che fan serve venir le gente sciolte; ecco, io, per farme in l'arme excelso e magno,
per trar l'afflicta Italia de fatica, da te, da la qual pendo, me scompagno. E che mi giovarà che il mondo dica di me, quando serò consumpto e spento?
O humana gente stolta e a sé nemica, che va dietro al fastidio et al tormento, e perde questa vita dolce e amena per acquistarne una de fumo e vento!
Quel mi par saggio, che soi giorni mena cum letitia e piaceri, e al fin camina fuggendo più che pò travaglia e pena; credo che offenda la bontà divina
chi la vita se abrevia e, aciò che lassi fama di sé, cerca l'altrui ruina. Io me ne vo per boschi e alpestri sassi cum l'exercito mio, e ognhora expecto
di trovar gli nemici oculti ai passi; e perché sempre fisso ho l'intelletto a te, temo de aver danno et incarco: ché a dui signor' non se sta ben sugetto.
Non era meglio, oimè, de l'arme scarco goder la patria e il tuo bel lume santo, che a gli ingordi occhi mei non fu mai parco? Ché, quando io penso ben, non è chi tanto
si possa glorïar de la fortuna: io ho la cità che il nome ebbe da Manto – più fertil, né più forte è terra alcuna –, io ho subditi fideli, io ho te che me ami,
che fra le donne te pòi dir sola una. Non è ragion chi ha te più oltra brami, ché gli è pur troppo, e solamente questo può far che fortunato uno huom se chiami;
e iustamente merto Amore infesto, che un don mi fe' non mai più conceduto ch'io lassai per seguir Marte funesto. Prender mai non dovea lancia né scuto,
se non per te, quando me fussi tolta: perisco, ahimè, per dare ad altri aiuto! Ma fallando se impara! Una altra volta aprirò meglio gli occhi; hora che il piede
ho inviato al camin, non vo' dar volta. Il pacto che ho cum quel senato chiede ch'io seguiti l'impresa: ch'el si vòle insino a gli nemici servar fede!
Cercarò de expedirme; e ben mi duole che il tuo amante far se abia empio e inhumano, che esser sì mite e mansüeto suole: ché, qualhor pensarò ch'io son lontano,
diverrò contra l'hoste de più rabia che non fa persi i figli il tygre hyrcano; e spero de condure una gran gabia piena de Galli e di donarte tanti
pregion', che a scioglier me la tua mano abia. Deh, che dico io? Io non vo' alcun se vanti, fuor io, de tanta donna esser pregione: troppo per te son dolci i lacci e i pianti!
Più süave per te me è la passione che non me serìa star per altri in gioco: che benedecto sia chi fu cagione, il giorno, l'anno, la stagione e il loco!
E quando caro ti fosse altri che io, sii certa ch'io starei in vita poco. Questo te scrivo aciò sapi che il mio spirto non è, se 'l corpo è, da te absente:
gran cose son, ma le fa Amor che è dio. S'io andasse ai Scythi, te serò presente; prego, se ne son degno, che tu anchora vogli al tuo fidel servo aver la mente:
al servo che non t'ama, anci te adora, che un suspir solo o una sol lacrimetta chiede a te, s'avien che in l'arme mora. Vale: scripta a cavallo, in gridi, in fretta.
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