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1463–1537

281

Antonio Tebaldeo

Lasso, quanti suspir' costa un sol riso in questa vita lubrica, che drento è un ceco inferno e in vista un paradiso! Tu sciai, Galeazo, cum che prosper vento

navigassemo insieme il mar de amore: invidia n'ebbe ogni nochier contento e, quando avean le vele più favore, turbosse il cielo in un momento e l'onda;

Borea, Zephyr scacciando, apparve fuore, tal che spersi per l'aqua atra e profonda ne andor remi, l'antenna, e a' nostri frali legni non restò sana alcuna sponda.

E quel che fa più gravi i mei gran mali è che il navilio tuo trovato ha il porto, e il mio ne resta a' venti aspri e mortali; ché a un misero non è poco conforto

ne la ruina sua trovar compagno: giova sfogar il suo cum l'altrui torto. Se hor piango, ridi e s'io mi doglio e lagno, tu canti: ahimè, gli è cosa iniusta al danno

pari non esser nui come al guadagno! Non trovo come il mio ostinato affanno possa aver fin: ch'io me starei patiente, s'io sperasse posar doppo qualche anno.

Veggio da me chi me tien vivo absente, in guardia de cento occhi e sotto mille chiave, né a me Mercurio è obediente; né mi è concesso in precïose stille

di quel metal più rico transformarme che già spense de Giove le faville; né mi posso giovar per lamentarme, ché sordo si fa Amor, madonna è longe:

questo non vòl, non pò quella ascoltarme; e se alcuno altro miser se congionge a dolersi cum me, non mi consola, ché al mio gran duol nessun dolore agionge.

Era a la mia la tua miseria sola equale: ond'io comprendo che l'ingrato che per i cori human' col foco vola non tornò te nel loco tuo beato

per voler il tuo ben, ma per far privo d'un tal solazo il mio infelice stato; né sper de tanti affanni in che ognhor vivo uscir per morte, ché l'iniqua e atroce

corre ai felici e gli infelici ha a schivo. Hor guarda se gli è ben crudo e feroce e senza legge Amor, quando men stima chi più l'honora e premia chi gli noce!

Poscia che ad ambedui giù da la cima de la sua rota ne fe' fare il salto, somergendone in valle oscura et ima, bench'io fosse al cader vetro, e non smalto,

tacqui, portando la percossa in pace, ché fugir non si dê per uno asalto; e tu, cum lingua libera e mordace, dannasti in versi la puerile etade,

il mal governo suo, l'arco e la face. Me, che levar dovea per l'humiltade, lassò depresso e die' al superbo mano: sprezò il buon servo, a l'empio usò pietade.

Ma poi che a te gli è sì cortese e humano, godi felice! Io, poi che 'l cielo il vòle, me ne starò da gli homini lontano: andrò per selve inhabitate e sole

calcando serpi, et a la tygre ingiuria farò quando lactare i figli suole; e accenderò ver' me tanto la furia de gli animal', che a queste membra lasse

la morte donaran, de che ho penuria. Ma se reliquia alcuna se trovasse di me, te prego che gli faci fossa; e dica il mio sepulchro a chiunque passe:

“Qui son del Bentivoglio Hannibal l'ossa, che non men danno per amar sofferse che quel che a Roma die' sì gran percossa: se Italia quel, questo la vita perse”.

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