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1463–1537

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Antonio Tebaldeo

Quella che a te se rese al primo sguardo te manda questo epistola, Hanniballe, perché hormai al tornar sei troppo tardo. Poscia che tu volgesti a me le spalle,

te chiamai tanto che imparò il tuo nome ciascun monte vicin, ciascuna valle; stracciammi il viso e l'innocenti chiome, che sì laudavi già, quando col vento

scherzando eran de gli humer' grate some. Poi deposi le lacrime e il lamento, pensando che al partir m'avevi ditto: “Non pianger, ché a tornar non serò lento!”.

Non sei tornato e, quel che è peggio, scritto anchor non m'hai; e pur per questi monti il passaggio a' corrier' non è interditto! Lassa, l'hore, come io, e i dì non conti,

come io tòcco non fusti de un stral d'oro, ché seriano i toi pie' ver' me più pronti! Tu godi ne la patria, io qui me acoro, tu in braccio ad altra donna et io a la Morte,

chi te ama fuggi, io chi me occide adoro; né me sola hai conducta a simil sorte, ché – chi potesse ben sapere il tutto – per te, crudel, son mille donne morte.

Ma sempre non arai il volto asciutto, ogni successo tuo non fia beato: al fin secondo il seme serà il frutto. Spiace al rector di sopra ogni peccato,

ma cum flagel magior sempre percote chi è al fidele infidele e al grato ingrato. Deh, perché non mi fur tue fraude note il primo dì che Amor di te me accese?

ché hor non serei su sì volubil' rote! Legomme il tuo parlar dolce e cortese e l'aspecto, che non solo il cor mio, ma le più alpestre fiere arebbe prese;

l'empia Natura è da incolpar, non io, che per ingannar me cum altre molte ti fe' dentro sì crudo e fuor sì pio. Ma più non trovarai di queste stolte,

ché a bocca e in carte doglieromme tanto che le tue insidie non staran sepolte. Son questi gli trïomphi, è questo il vanto che aver cerchi? O magnanima victoria

portar al tempio un mulïebre manto! Sfòrzate, come il nome, aver la gloria di quel Carthaginese, animo franco, de cui rinverde ognhor più la memoria,

che cum le squadre armate sempre al fianco, Libya lassando, in queste parte venne: per altro non tremò sì Roma unquanco. In extrema miseria Italia tenne

– scia 'l Ticin, Trebia, Canne e Trasimeno –, sinché Fabio tardando la sovenne; e de Italia scacciato e del terreno nativo, non si perse, ognhor cercando

come potesse porre a Roma il freno. Cussì visse quel spirto, trïumphando, non per dar morte a questa donna e a quella, come tu, che de ciò te vai gloriando!

Deh, che fa Marte che non monte in sella? Ogni dì acenna, mai non move guerra, giacendo in grembo a la sua Vener bella. Tanta avaritia nei signor' si serra

che, benché l'uno e l'altro odio se porti, non però alcun di lor la spada afferra; e più presto soportan mille torti che trar de l'arca piena la moneta,

credendola portar cum seco morti; né val se in ciel si mostra il gran cometa, né, se adombrandol, Cynthia al sol fa ingiuria: più l'avaritia pò che alcun pianeta.

Ché se 'l bifronte dio per qualche furia aprisse il tempio suo, forza venire ti serebbe a guardar la bella Hetruria: onde a le fiate io poterei fruire

l'aspecto tuo, che sì me piacque e piace che convien che cum gli occhi il cor s'adire. Per me non fa che sia in Italia pace, per me fa che Tisiphone e Megera

vadano intorno cum l'ardente face! Non mi vo' anchora disperar, ch'el spera chi ha al col la corda, chi è spezato in scoglio: scio pur che il lacte non te die' una fiera!

Confortame il cognome Bentivoglio che vorai il mio bene, e che tu sei di nobil sangue, ove non regna orgoglio. Intender da te, perfido, vorrei

qual causa fa che in le felsinee mura rinchiuso stai, lontan da gli occhi mei; il padre vive et ha del stato cura, sì robusto e prudente, che sotto esso

Italia tutta potria star secura, et ha molti altri soi figlioli apresso. Acquista, hor che tu pòi, fama di fuore: col tempo il regger te serà concesso;

non perder ne la patria il tuo bel fiore: veder varii costumi e varie genti fece ad Ulisse in vita e anchor fa honore. Pensa che gli soldati, da te absenti,

son come membra del suo capo senza, diventano ocïosi e somnolenti: ché, se vi fosse tua regal presenza, hor col disco, hor in giostra, hor in palestra

farebbon de le membra experienza; e tu, cum la persona agile e destra, pareresti tra lor quel che Chirone nutrì ne la spelonca aspra e silvestra.

Duolme che non mi occor qualche ragione più forte per poter meglio piegarte: l'ignorantia me offende, e la passione. Ma a che però tanti argumenti farte?

Vincer ti deve un sol: ch'io ti son serva. Tu correrai, se pensi, a questa parte; e se altra donna apresso sé ti serva, crederò ben che assai più bella sia

de me, ma non che cum tal fe' ti serva! Inteso hai come io sto: mettite in via! L'estade passa et è il verno vicino, che fa dubiosa la speranza mia:

ché, se hor non vien', che è facile il camino, ben manco alhor verrai, quando ogni sasso fia di neve coperto in Apenino. Mentre è l'aër temprato, mentre basso

è ciascun fiume e solide le strate, fa' presto, come hirundinella, il passo. Quando poi le montagne arai passate, prego che il cielo in modo si commova

che mai non sia più primavera o estate; e senza mai cessar nevichi e piova, tal che somersi sian poggi e campagne, faccia grandine e venti ogni lor prova,

aciò che più da me non ti scompagne, sinché la terza e inexorabil suora divida i corpi e l'anime acompagne. Se a le fiate il mio verso uscisse fuora

a dir cosa, signor, che te offendesse, gli è il duol, che vince i più saggi talhora. Voria ingiuria trovar che ti potesse accender de ira sì sfrenata e intensa

che tua man per dispecto me occidesse, per liberarmi da la fiamma immensa, ch'ha d'Amor per tributo tante legna quante volte di te l'alma mia pensa.

Adonque vieni, o scriveme ch'io vegna! E se forsi il tuo core arde e sfavilla per altra, che di me stimi più degna, piacciate almen ch'io venga per sua ancilla.

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