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1463–1537

279

Antonio Tebaldeo

Già cum süavi e mansüeti carmi cercò farse sentir l'humil mia musa, hor de un rigido stil convien che s'armi; ché se ogni crudeltà Cupido me usa,

forza è che usi anchor io verso crudele, ché dentro il foco hormai troppo mi brusa. Qual è colui che, al suo signor fidele sendo visso, non mandi al ciel le strida,

vedendosi premiar come infidele? Chi è offeso a torto, se pò, taccia e rida, che non posso io: tanto doler mi voglio, che ognun l'intenda che d'Amor se fida!

Securo facto son più che non soglio: ché, non potendo hormai lui farme peggio, dirò senza temer l'empio suo orgoglio. Né qui, come son uso, il favor chieggio

di Baccho, Apollo o de le sue sorelle, ma giù sotterra dal tartareo seggio; che a volere imprecar male a le stelle, chi soccorrer pò meglio il mio intelletto

che le maligne Furïe, al ciel ribelle? Venite, adunque, col squarciato petto e cum le tempie de cerasti armate, Megera mia, Tisiphone et Aletto!

Pregovi in questo caso me portiate qualche carta non scripta del volume ove se notan l'anime dannate, e per mia penna un calamo de un fiume

de abysso, e temperatime uno inchiostro cum infernal caligine e cum schiume che escon di bocca a quel triforme mostro che, legato a la porta de l'inferno,

spaventa ognun che scende al regno vostro. Vui, sacri habitator' del ciel superno, excusarete il mio furore insano, ché questo vien dal vostro mal governo.

A che rectori far del stato humano Fortuna e Amor? ché ceca è quella e quello. Mal sta un regno a fanciulli e a donne in mano! E se direte: “Perché servo ad ello

ti festi, cognoscendolo garzone e simil de ale a un vagabundo ucello?”, rispondo che se vui questa passione non potesti fugir, che immortal' sète,

manco fugir pòn le mortal' persone; poste legge inhoneste in terra avete per nostro mal, però non ve dispiaccia se inhonesto parlar da me udirete.

Perduto ho il tempo in l'amorosa traccia, il core, il spirto e sol la lingua resta, che insin che ha forza non vo' mai che taccia; maledicendo disperata e mesta

homini, dèi, terra, aqua, aere e foco, farà le mie vendette in parte questa. Non abia più qua giù iustitia loco, ma sol la vïolenza e fraude regni,

non se finisca senza sangue gioco; ciascun buon servo de tradir se ingegni il suo signore, e ogni figliol la madre, come il thebano infortunato, impregni

e ne nascano monstri infesti al padre; tra gli elementi non sia pace alcuna, fulmini giù dal ciel vengano a squadre; ogni fanciul suffochisi in la cuna,

e il dolce lacte mutesi in veneno che al pecto de la madre si raduna. I volanti corsier' di mano il freno togliano a Phebo e, discorrendo intorno,

faccian di foco l'universo pieno, sì che s'asconda di vergogna e scorno Apollo, né mai più su il carro monti, lassando eterna nocte e morto il giorno.

Cresca par l'aqua a gli più excelsi monti, né più se trovi Deucalion che renda gli homin' coi sassi a transmutarse pronti; apra la terra la sua bocca horrenda,

l'un fratel contra l'altro fratel vada, né altro fra nui che biastemar se intenda; surga Orïon cum la tremenda spada, Eolo il suo furor di carcer scioglia,

che rotto in scogli ogni navilio cada. Né biada alcuna né liquor s'acoglia, secchinsi l'herbe e ogni arbor che fa frutto, tutti i cibi vitali il ciel ne toglia,

tal che da fame ogni animal condutto corra ne le citade; e per gran rabia se stesso il seme human coroda tutto, mostrando al ciel le sanguinose labia.

Poi l'aër si corrumpa e peste nasca, aciò che a compimento ogni mal se abia; e, come fronda per l'automno casca, caschino in spatio breve gli animanti

e, spento il seme lor, mai non rinasca. E finite l'angustie e i nostri pianti, l'antica madre ogni suo sforzo mostri in produr, come già, fieri giganti,

che a prender vadan gli celesti chiostri; e, spaventati i dèi, ciascun concluda de armarse contra gli terribil' mostri; e nel più bel de la battaglia cruda

mova l'humero Atlante e cader lassi il grave peso per cui spesso suda; né sol ruine a questi lochi bassi, ma più giù cali e, gionto al fondo extremo,

cum sue stelle e pianeti se fracassi. Non scio se basta, e de dir poco io temo: venga peggio, se pò, dopoi che a torto per ben far piango, ardo, suspiro e gemo.

Stolto, che aver credea qualche conforto doppo tante fatiche! Hor veggio chiaro che chi ama mai non posa, se non morto. Crudel signor, signor ingrato e avaro,

che per cibo a la mensa altro non hai che sangue de' toi servi e pianto amaro! Senza i lamenti lor dormir non sciai, contrario a ognun, ché chi dormir desia

cerca il silentio, e tu fuggendo il vai. Ben sapesti trovar, crudel, la via di porme al basso, dimostrando fuore che procedesse da Fortuna ria!

Ma mal s'asconde chi ha commesso errore, forza è che se discopra a gli acti e al volto: raro d'acordo son la fronte e il core! Secretamente il forte braccio hai tolto

di Fortuna, e cum essa te acordasti, ché sempre a inganni il tuo pensiero è volto. Lasso, quanti per te regni son guasti, quante cità son divenute ville,

quanti homin' degni a tristo fin tirasti! De ciò pieni ne son volumi mille; ma quel che molto più condanna e infama toi dardi accesi di mortal' faville

è che festi saciar l'horribil brama: Mirrha col padre, e vacca a un thoro farse Pasiphe, onde ne fu gran gente grama. E non ti bastò questo: ché anchor arse

Vener, tua madre, da' toi colpi offesa alhor che il legiadretto Adon gli aparse; né manco se sentì per Marte accesa, quando insieme cum lui, presenti i dèi,

sotto la rete da Vulcan fu presa. E di voler sì insaciabil sei, che il pecto saettasti di te stesso per Psiche, ma non già quanto io vorrei.

Donque, come un che a te stia sottomesso trovar ne le tue man' pietade expetta (quel che né a te né a Venere hai concesso)? Non sperar che dal duol vinto mi metta

a occiderme, ch'io scio che d'un tuo servo quanto è il biasmo magior più ti diletta. Non arai tanto gaudio! A te riservo le membra mie: tu mi darai la morte,

se tu vorai ch'io mora, empio e protervo. Scio che da molti, che hor ne la tua corte godeno cum favor lieti e contenti, questi mei versi fien biasmati forte,

parendo a lor che a torto io me lamenti; ma non andrà per quattro segni il sole che piangeran, come io, tristi e dolenti, ponendo in note d'or le mie parole;

e s'io serò già polve, spargeranno sopra il tumulo mio rose e vïole. I dolci giorni lor non duraranno, ché il ben che da te vien non molto dura,

né al fin se n'ha se non vergogna e danno. Qual altro ebbe di me miglior ventura? Ma fu sì breve ch'io la vidi apena, come chi è preso subito che fura,

che ne l'oscuro carcere si mena, né pò godere il furto e, a un tempo solo, del thesor ride e piange de la pena. Cussì ad un tratto ebbi io letitia e duolo:

quella fuggì, questo rimase meco, ché sì grave è che non può alzarse a volo. Ma tu, nympha gentil, che sempre hai teco il fidel spirto mio, che mutò stanza

quel dì che al tuo bel lume io restai ceco, poco spatio de vita hormai me avanza! Vivrò tuo, come son visso sino hora: serai mia prima et ultima speranza.

Causa ho de amarte vivo e morto anchora: e sol incolpo quel che porta l'ale, che sempre afflige più chi più l'adora. Volentier moro per finir mio male

e il tuo, ché, perché me ami, te è nemico; onde, mancato me, l'homicidiale porrà giù l'odio e a te farasse amico.

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