Lasso, a che fine, a che malvaggia sorte condotto io son! a che infelice passo, che anchor mi nega il suo soccorso Morte! Miser, ch'io mi pensai su un firmo sasso
esser fondato e trovome su un vetro, e quanto alto già fui, tanto hor son basso; rivolto è il tempo chiaro in fosco e tetro, ché mai gaudio ad alcun non fu concesso
che non avesse il suo contrario dietro; e se non ch'io ho pietade di me stesso, tanto è il duol che mi struge a nervo a nervo, che a darme morte hormai mi seria messo.
Non le chiare aque l'affannato cervo giamai tanto desiò, né porto nave, exul la patria o libertade un servo, né stanco peregrino ombra süave
quando più scalda il sol l'arida terra, né fuor de' ceppi uscir chi è in pregion grave, quanto io desiai ne l'amorosa guerra cogliere il fructo che ogni amante expecta,
il fructo che mi manda hora sotterra; ché Fortuna, che romper se dilecta ogni principio bel, ve se interpose per far mia vita al mal sempre sugecta.
Chi arìa creduto mai che quelle rose che fur da me cum sudor tanto accolte avesser sotto sé tal spine ascose? Quanto già iubilando, quante volte
dissi: “Qual altro è più di me beato?”! Ma Amor ridea de mie parole stolte; e tanto me fidava nel mio stato, ch'io non credea mai più viver scontento,
non stimando Fortuna, Amor né Fato. Hor, tardo accorto del mio error, mi pento, facto specchio et exempio a ogni mortale che non repona sue speranze al vento.
Quanto è l'human iudicio infermo e frale in fidarse de Amore e di Fortuna! ché una in su rote sta, l'altro in su l'ale. Ma de che mi doglio io? Tu sei quella una
donna crudel de che doler mi deggio, e non di lor, ch'io non ho causa alcuna. Altra fortuna, amor altro non veggio che mi possa far lieto a un punto e tristo,
se non te sola, a cui soccorso chieggio; tu la mia fede e il mio servir hai visto: vo' servir più che mai, vo' servar fede, purch'io non perda un sì precioso acquisto.
Scio pur che in cor gentil regna mercede: se me l'usasti già, non ti pentire, ché ogni virtù perseveranza excede; non è gloria il principio, ma il seguire,
de qui nasce l'honor vero e perfetto: che vale entrare in campo e poi fugire? Non credo aver commesso alcun diffetto per il qual meritar debia un tal stratio,
se tu non tieni il troppo amar dispetto. Non fui, non son e non serò mai satio d'averte per mia dea insin ch'io vivo, benché io credo fia breve il vital spazio;
a ciò me stringe il tuo celeste e divo viso, da inamorare uno huom silvaggio, da fare arder per forza un marmo vivo. Qual spirto è sì sagace, accorto e saggio,
che stando intento al tuo süave lume non arda e avampi d'amoroso raggio? Taccio gli modi honesti e il bel costume e mille altre virtù che in te fan nido,
cagion che inanti tempo io me consume. Ne l'humil mia pacienza io mi confido, ché vedendome ognhor più al servir caldo alfin si piegarà tuo core infido.
Ahimè, che lamentando io me riscaldo, tal che la rima mal cum l'altra accordo: non pò l'ingegno pel dolor star saldo. Alcuna fiata, quando io me ricordo
quei vaghi risi, quei toi dolci sguardi, disperato le man' mi straccio e mordo; e sento dentro al cor sì acuti dardi, che vagabundo vo de monte in monte,
biasmando i dèi che a occidermi son tardi. Vedess'io di Medusa almen la fronte, poi che la toa veder più non me lice, che uscirei fuor de tanti affanni et onte!
Un sol conforto al mio stato infelice sono li doni precïosi e rari ch'io ebbi da te nel tempo mio felice; a lor narro i mei stenti acerbi e amari,
dico a lor quel che dir non posso teco e assai più che la vita mi son cari; questi meco staran sinché del ceco mondo mi parta, e ne la tomba oscura
commandarò che sian sepulti meco. E sper col tempo che toa voglia dura se pentirà d'averme usato torto, conoscendo mia fe' constante e pura,
e quel che vivo odiasti, amarai morto.
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