Dapoi che la caduca e fragil vesta lassato avevo a nostra antica madre, al ciel me ne volava in canto e in festa; e acompagnata da superne squadre
gionta era già dinanti al motor santo, ove cose vedea degne e legiadre, quando giù fra mortal' sentì' gran pianto; onde, piena fra me di maraviglia,
dissi: “Chi del mio ben se atrista tanto? Chi del mio lieto stato dolor piglia?”. Tanto tenni a quel suon l'orecchie accorte, che a la voce compresi esser mia figlia;
onde, commossa dal tuo pianger forte, convien che questi pochi versi io scriva per farte intender mia beata sorte. Tu me piangi per morta et io son viva,
morta era quando viva me stimavi: immortal è chi a questi gradi ariva. A che consumi gli occhi humidi e gravi? a che stracci i capegli, il volto e i panni?
Scaccia simil' pensier' noiosi e pravi! Augusta, indarno te affatichi e affanni: non creder che per lacrime si mova l'infernal Parca a ristorar toi danni!
Parer non ti dê già tal cosa nova; non sapevi ben tu ch'io era mortale? Cussì va chiunque nato esser si trova. Thesauro, nobiltà, forza non vale
tardar di Morte il taciturno passo: tutti siàn sotto la sua falce equale. Che valse aver de l'oro a Mida e a Crasso? che valse il summo imperio al divo Augusto?
Hor il suo ciner copre un picol sasso. Morte è comune, e insieme cum l'iniusto il iusto occide senza differenza, né più al gioven perdona che al vetusto:
questa è data nel ciel ferma sentenza, non è cosa più certa a nostre menti, legge non è che abia magior potenza. Né sol le fiere e le terrestre genti,
ma col tempo ne vanno in precipicio fiumi, monti, cità magne e potenti; et è de alcun philosophi iudicio che 'l mondo finir debba una qual volta
però che se ritrova avere inicio. Che piangi adonque? a che te struggi, stolta? Se ben cum teco io fosse in vita anchora, Morte col tempo me te avrebbe tolta:
o presto o tardi a ognun prescripta è l'hora. Se Morte sol ver' me fosse rapace, direi: “Iusto è il dolor che sì te acora!”. Lavinia, Portia, Iulia extinta giace,
poco a Lucretia valse pudicicia, che donò cum sua morte a Roma pace; benché fusse de stirpe alta e patricia, Cornelia in poca polve si converse,
e a simil sorte andò Claudia e Sulpicia, e la greca per cui Troia si perse, e quella che expectò tanto il suo Ulisse, che del mondo cercò parte diverse.
Ov' è Virginia, che sì honesta visse, e Martia, moglie del constante Cato? ov'è Sapho, che in stil sì dolce scrisse? ove colei che 'l suo figlio ostinato
ritrasse da l'impresa empia et acerba, che non piegò tutto il roman senato? Inexorabil Morte, aspra e superba, tutte le ha ricondutte in tetra fossa
e sol il nome lor tra nui si serba. Mira la patria bella onde io son mossa: vedrai singular' donne in tempo corto aver lassate in terra le nude ossa.
Donque di Morte te lamenti a torto: essendo universale, a che tal doglia? Morte non me, ma il fragil corpo ha morto. Come nel tempo de l'auton' si spoglia
ciascun arbor de fronde e a primavera poi se riveste d'una nova foglia, cussì va il stato human: chi questa sera finisce il corso suo, chi diman nasce.
Sol virtù doma Morte horrida e altera: chi vive ben nel suo morir rinasce, ma chi seguendo vitii il tempo spende meglio era assai che fosse morto in fasce.
Io me ne godo in cielo, e non comprende tua mente il ben che qua su se riceve, ché ingegno human sì alto non se extende; però excuso il tuo pianto acerbo e greve,
ché sì gran nebia te è dinanti a gli occhi, che manca il tuo veder come al sol neve. Vui ve pensati perché Morte scocchi il stral contra de vui, quel sia morire:
o miseri, insensati, ciechi e sciocchi, anci quello è de un carcer tetro uscire! Redriza l'alma dal dolor smarita; vòi tu del vulgo l'opinion seguire?
Saper vorrei come si pò dir vita questa vostra, che ognun tanto desia, che fra continui affanni è sepelita, subiecta a guerra, a fame, a peste ria,
a foco, ad aqua et a crudel veneno, pessima, benché bella in vista sia. Per ogni poca infirmità vien meno il fragil viver vostro, il nostro è eterno,
questo di pace, quel de lite è pieno; fermo è il nosto rector, vostro governo cangiase spesso; hora l'auton' mutabile, hor primavera aveti, hor state, hor verno,
qua sempre è un tempo solo, alegro e stabile; chi è felice qua su sempre è felice, vostra felicitade è varia e instabile. Donque di me non pianger, ché non lice
piangere un vivo tu che morta sei; piangi la sorte tua dura e infelice. Prego che acquieti i dolor' gravi e rei, se la salute e la mia pace brami,
e non turbar il ben ch'io ho da li dèi. A che piangendo ognhor dal ciel me chiami? Se seguirai i mei costumi e l'orme, alhor conoscerò certo che me ami.
Risveglia il spirto tuo, ceca, che dorme, lassa i piaceri e ogni terren dilecto, studia d'essere, Augusta, a me conforme; ferma in laudabil' cose l'intelletto:
questa ti serà via de gire al cielo, ove bramo vederte, ove te expetto. Alhor, disciolta dal corporeo velo, vedrai l'opre mondane esser de ragni,
né mai più temerai di caldo o gielo, né che Morte da te me discompagni.
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