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1463–1537

273

Antonio Tebaldeo

Io scio che de saper brami e desideri come io sto, quel ch'io facio, e nel tuo animo perché non vengo a te pensi e consideri. Quercente, io lego Seneca magnanimo,

moral scriptor, prudente e commendabile, e gustando il suo dir dentro me inanimo; perché Morte crudele e inexorabile col suo furor repente e velocissimo

la madre tolta m'ha, che è irrevocabile, onde io mi trovo in stato infelicissimo. Pur mi sforzo scacciar da me il fastidio cum qualche exempio antico over novissimo,

e sento che me è al core un gran subsidio pensar tanti altri che son facti polvere. Questo è del mondo universale excidio: il mortal laccio non si pò disolvere,

e chi ha da terra origine et initio nei soi principii si convien risolvere. Quanti corpi son giti in precipitio, che già vissero al mondo cum gran gloria!

Tutti abiamo ad andare a uno altro hospitio; questa vita mondana è transitoria, e però a viver ben debiamo attendere per lassar doppo nui qualche memoria.

Se per ben far si suole al ciel ascendere, gionta è costei a gran beatitudine, né contenta seria qua giù descendere. In quanti affanni, in quanta amaritudine

vidi quel corpo! Ma il non s'ha gran premio senza fatica e gran solicitudine: hora riposa al suo factore in gremio, fuor di tante miserie e tante smanie,

che a dirle gli voria più gran proemio. Pensando a queste infirmità sì stranie e al mondo incerto, lubrico e pestifero, disposto son lassar d'Amor le insanie;

e sper che inanti al Creator pacifero costei, col prego suo puro e integerrimo, mi darà aiuto a gir nel ciel stellifero. Questo è che alevia il mio caso miserrimo;

pur me è forza, signor, talhor commovere, perché io non son di sasso o ferro asperrimo! De qui, al presente, non mi posso movere, ch'el mi convien mie cose ben componere;

poi ne verrò più lieto a la tua rovere. Se qui me vòi alcuna cosa imponere, signor, commanda! Purché sia possibile, tu pòi di me come di te disponere;

andrei per te fra i can' de Sylla horribile, e soffrirei tutte le pene stygie e se alcun mal se trova più terribile. Merita questo tua divina effigie

e tua virtù, che non sol in Italia, ma in varii lochi ha sparte sue vestigie; per te sorge la chiara aqua castalia, per te si vede il bel Parnaso ridere,

a te gli homini tiri et animalia; da te non mi potran giamai dividere tempo, loco lontan, né alcun periculo, sinché il mio fil la Parca verrà a incidere.

Io vorei far qualche epygramma picolo notar nel sasso del materno tumolo, ma perso ho del componere ogni articulo pel gran dolor che nel mio pecto accumolo;

onde a te vengo, che del dire ausonio vivace lume e sei de versi un cumolo. E prego te, per il tuo caro Antonio e per la dea che adora il lito Paphio,

che vogli, quando arai il tempo idonio, de quattro versi farli uno epitaphio.

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