Per dar riposo a l'affannata mente posto m'era a giacer sotto un bel lauro sopra la riva d'un roscel corrente, ne la stagion che cum le corna il Tauro
pinge il mondo de varii e bei colori, che a gli animi gentil' suol dar ristauro. Ivi disteso, in fra süavi odori, incominciai fra me pianger sì forte
ch'io bagnava d'intorno herbette e fiori, maledicendo mia perversa sorte e il mio crudel destino e l'empio fato, tal ch'io bramava per men mal la morte;
e ciò facea per ritrovarme nato in questo secul ferreo pien di fango, contra il qual veggio il ciel ognhor più irato. Ma quando poi ben penso perché piango,
ritrovo che del cielo e di Fortuna mi doglio a torto, onde muto rimango: ché se la gente de ben far digiuna scaccia da sé la povera iustitia,
che al mondo più non regna in parte alcuna, se gli animi son dati a la pigritia, a l'ocio sonnolento, a la luxuria, se sol se studia in gola e in avaritia,
gran cosa non mi par se cum tal furia contra nui il ciel la spada sua diserra, vedendo ognhor multiplicar la ingiuria! Ché poi ch'io venni ad habitar in terra
insino a questo dì, non mi ricordo mai sentire in Italia altro che guerra; questo avien sol da uno apetito ingordo che ha ognhor più fame, e non mi maraviglio
se 'l cielo a' nostri preghi si fa sordo. Cussì, de vista priva e di consiglio, in precipitio va la nostra etade, né fede alcuna è più tra il padre e il figlio;
hoggi gloria non s'ha se non per spade, per furti, per violenza e per inganni, felice chi pò usar più crudeltade. Narrar non vo' tutti i passati danni
che in Italia son stati a' giorni mei, ma di quel che visto ho solo in dui anni: che non gli homini sol, ma anchor gli ocei ne gridano, e le fiere, i sassi e l'acque.
Se non piangi, lector, ben crudel sei! Ché poi che tra il Leone et Hercul nacque l'odio da cui la guerra principio ebbe, mai la mia patria de gridar non tacque;
e tanto sopra lei l'incendio crebbe, che del regno troiano il caso duro apresso questo poco mal serebbe; non mai Thebani in tanta angustia furo,
né a Carthago si sparse tanto sangue, né a Canne, di Roman' sepulchro oscuro. Poi che Venetia se era facta exangue e che Ferrara aver dovea victoria,
abandonata fu, che anchor ne langue: questo è l'immortal nome e la gran gloria che hoggi se acquista, e la perpetua fama che i signor' lassan de la lor memoria!
Impara, patria mia dolente e grama, de non credere a pacto o sacramento, ché ognun più lo oro assai che la fede ama. Hor che 'l vigor de Italia è in tutto spento
in queste imprese perigliose e vane, del nostro ultimo fin temo e pavento; dal lito orïental se è mosso un cane, più che Cerbero pien de rabia e sdegno,
per darne in preda a crudel' gente e strane; lassò coperto il mar di tanto legno (al passar del gran Xerse non fu visto), che Neptun pose in gelosia del regno!
Ciascun sta muto e non è chi per Christo si mova a la diffesa, e sol se attende in far de l'altrui stato iniusto acquisto; più per la fede argento non si spende,
vèdesse il gran nemico che a la porta sta per entrar, e niun la spada prende. Che fai, curia romana, in vitii morta, albergo e nido de ogni mal costume,
che essere a gli altri doveresti scorta? Posto hai i toi pensieri in calde piume, in soperchi apparati et in vivande, né in te sintilla è de l'antico lume;
la tua superbia ognhor si fa più grande, più non si noma Dio, ma Baccho e Venere: forza è che in precipicio il ciel ti mande e che i palazi toi si facian cenere,
tal che non resti in fondamenti pietra, se non rafreni queste voglie tènere! Io sento la fornace oscura e tetra di Vulcan risonar, che s'afatica
a impir de strali a Giove la pharetra; tu vai pur dietro, e lui l'ira nutrica dentro al suo pecto, e tardi l'arco scocca per darti magior colpo e più fatica.
O tu, sancto pastor, questo a te tocca! Raduna insieme i toi greggi dispersi: non vedi il lupo cum l'aperta bocca? Se gli anumeri ben, molti son persi
da un tempo in qua per esser senza guida, ché a la voglia di quel si son conversi; apri l'orecchie, et odirai le strida di Nigroponte, che fa gran lamenti,
odi Constantinopul, che anchor grida. Tutti li perderai, se ge 'l consenti; ma non temer d'alcun furore externo, se concordia serà tra li toi armenti.
Non ti lassar di man tòrre il governo, ché il mondo è sì disposto nel far male che fede hormai fra nui più non discerno; et è la nostra età venuta a tale,
che a dir di quella non seria bastante Lucilio, Persio, Oratio e Iuvenale. Spiega l'insegne victoriose e sante contra di questo can crudo e infidele
che in Italia firmar cerca sue piante; qual serà mai sì duro e sì crudele signor che non si mova a seguitarte per dimostrar almen d'esser fidele?
E poi che da lontan le voce sparte seranno udite, teco a questa impresa verrà la Spagna e di Franza gran parte. Tempo è de vendicar ciascuna offesa;
ma non tardar, ché 'l sforzo seria nulla quando in Italia fia la fiamma accesa. Scio che ognun di me ride e si trastulla; ma se a tanto furor non si provede,
diran: “Deh, foss'io morto in fasce o in culla!”. Hercule estense, in cui solo si vede fiorir virtù, che è rara a' tempi nostri, non men di forza che del nome herede,
de vitii domitor, de fiere e mostri, amator de iustitia, hor te apparecchia, e fa' che in questo il tuo valor dimostri. Se ben guardi, ciascuno in te si specchia
e Italia a l'ombra tua pur dorme alquanto, che hormai per tanti affanni è facta vecchia. Questo non serà il porco de Erimanto, né il fier Centauro, né il leon nemeo
de la scorza del qual ti festi un manto; questo non fia Acheloo, l'Hydra, né Antheo, né il tauro de che Creta anchor ragiona, ma un nemico de Dio spietato e reo.
Se liberasti il mondo e ogni persona da crudel' monstri, quanto più per Giove oprar dêi quel valor che lui ti dona! Fa' che tra le fatiche e tue gran prove
questa l'ultima sia, come più degna, ché una altra tal non credo che se trove; ogni altra impresa a te serebbe indegna, questa farà cantar tutto Parnaso,
questa de gir al ciel te mostra e insegna. Se non si sferra il mio dextrier Pegàso, disposto son, signor, seguirte anch'io; né curarò di morte o d'altro caso,
ché morir non pò quel che mor per Dio.
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