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1463–1537

270

Antonio Tebaldeo

Bandito in questo loco solitario, fra fiere fo mia vita miserabile: colpa del ceco Amor perfido e vario, anci pur per cagion di donna instabile,

anci per mia, però ch'io dovea ponere speranza in cosa ben fundata e stabile. Ma mal de se medesmo pò disponere chi condannato vien dal ciel erratico,

e niun al suo destin pò legge imponere. Domestico a'leon', cum gli orsi pratico son facto hormai, che meco se accompagnano, e agricultor son facto de gramatico;

e Progne e Philomena, che se lagnano de l'onta di Tereo, a veder vengono i pianti mei che l'herbe verde bagnano; e gli pesci l'orecchie attente tengono

a'mei lamenti che nel ciel rimbombano, e gli correnti fiumi se ritengono; i venti, che per l'aria errando trombano, se firmano ad odir mio grido horribile,

e i sassi per pietà dei monti spiombano. Ingrata e disleal, come è possibile che tanto amor sia spento in picol spatio, che sol spenger dovea Morte terribile?

Crudel, come di me fai tanto stratio? Come offendi chi mai non ti fe' ingiuria, chi de servirte mai non resta satio? Rafrena alquanto questa ardente furia,

ché, se ben pensi, tu potrai comprendere che in me fu vera fede, e non luxuria. Ma tu stai sorda e non me vòi intendere, però che sciai ch'el ti serebbe vitio,

odendo la ragion, volerla offendere; non mai fu a Roma sì fidel Fabritio come io stato ti son col cor purissimo, e per mia fideltà vo in precipitio.

Non sciai il peso duro, aspro e gravissimo, ch'io ho sofferto per voler depingere in carte il viso tuo chiaro e bellissimo, aciò che Morte mai non l'abbia a tingere

nel tempo che de nui prende victoria, possa il bel nome tuo sotterra spingere? Acquistata t'ho al mondo eterna gloria, e tu per premio m'hai lassato il piangere,

aciò che 'l vulgo di me facia historia. Potess'io a te sol una volta tangere la mano, e dirte il mal mio che è mortifero, ch'io sperarei anchora il tuo cor frangere!

Tu fuggi come io fusse angue pestifero, celando a me la tua divina imagine che il sol de invidia accende e il ciel stellifero; né mai verso Romani ebbe Carthagine

tanto odio, quanto in te si vede nascere contra chi t'ha laudata in mille pagine. Ma un animo gentil non si suol pascere di sdegno, e però vil gli homin' te chiamano,

ché pietà morta in te dovria rinascere. Le male lingue che han bramato e bramano di por nel nostro amore inimicicia hor son contente, e de tradirti tramano;

e tu, sciocca, non vedi la malicia, prestando fede a chi il tuo mal desidera, a chi te cerca dar pena e mesticia. Considera tra te, ceca, considera:

vedrai che a torto son spinto in exilio! Ma la furia te abaglia, arde et assidera. Veggio una setta far novo concilio sol per tenerte come ocello in gabia,

sì che apri gli occhi e pensa al mio consilio: ché se 'l suo desiderio avien che abia effecto, giongerai a tanta inopia che morder ti vedrò le man di rabia.

De amanti trovarai sempre gran copia, ma me non trovarai: cerca Numidia, gli Indi, i Britanni, i Scythi e l'Ethïopia. Solo un conforto mi è che per perfidia

non son scacciato, ma per mia contraria Fortuna e per ben far e per invidia, ch'io ho contra l'aqua, il foco e terra et aria.

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