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1463–1537

269

Antonio Tebaldeo

Se mai nel lamentarvi fusti caldi, versi mei tristi, lacrimosi e mesti, hor più che mai il furor prego vi scaldi, aciò che a tutto il mondo io manifesti

il mio martyr, che ogni altra pena avanza. Purché il dolor la voce non me infesti: ché poi ch'el non v'è segno di speranza, che se dê far, se non sempre dolersi?

Benché la colpa sia de mia ignoranza; ché quando al primo sguardo gli occhi apersi di costei, che si mostra un sole in terra, fugir dovea il secondo ch'io soffersi,

come bon capitano accorto in guerra, che se vede al nemico disequale, tìrasse adietro e i passi intorno serra. Essendo costei dea et io mortale,

examinar dovea tal cosa meco, ché mal segue un ocel chi non ha l'ale; ma il primo sguardo suo mi fe' sì ceco, ch'io non potei mai più reavere il lume,

e più me duol che 'l cor n' andò cum seco. Da indi in qua di carte un gran volume depingo, e dove io vo gli occhi mei molli lassano un largo et abundante fiume;

e vagabundo per campagne e colli sempre son gito, qual silvestre fiera, vivendo sol de pensier' stolti e folli. O quante fiate mi fu detto: “Spera,

spera, che arai del tuo servir mercede!”. Sperai, e pur son quel che al principio era. Sempre vissi secur su la tua fede, ma facil cosa è offender chi è senza arme,

facilmente se inganna un che non vede. Sasselo Idio che spesso dislegarme volsi! Ma i lacci me stringean sì forte ch'io non poteva in parte alcuna aitarme.

Più fiate mi cercai de dar la morte, ma poi ebbi timor di magior pena e incorrer de una trista in pegior sorte. Non cussì ben giamai dolce syrena

dal suo corso ritenne alcuna nave, quando un bon vento più la cacia e mena, come il tuo bel parlar saggio e süave e i modi honesti e il mansüeto viso

trasseno il cor mio tristo in pregion grave. Tu cum piacevoli atti e dolce riso te me mostravi, et era sì felice che invidia non aveva al paradiso;

poi, quando gionto fui ove non lice salir più in alto, si levò tal vento, che roppe a l'arbor mio rami e radice; e s'io era fra gli amanti il più contento,

hor son facto sì tristo, che 'l mio stato permutarei cum ogni grave stento. E però non se chiami alcun beato mentre che è chiuso in questo carcer tetro,

ché fermo seggio a niun di qua vien dato: chi corre inanti e chi ritorna indietro, e tal esser si pensa in su un diamante, che al fin si trova sopra un fragil vetro.

Ma benché ciascun stato sia inconstante, non è cosa però sotto la luna più varia de la vita d'uno amante: non mai sua mente è di pensier' digiuna,

hor se ritrova in riso et hor in pianto; chi no 'l crede se specchi in mia fortuna. Deh, porgi a' preghi mei l'orecchie alquanto! Discaccia l'ira hormai fuor del bel petto:

come in un cor gentil pò durar tanto? S'io ho commesso ver' te fallo o diffetto, non è di tal ragion ch'io merti al tutto esser bandito dal tuo sacro aspetto.

Donque, per poco mal serà destrutto ogni mio ben? Fa' che punito sia l'errore e che 'l servire abbia suo frutto! Non refiuto patire ogni aspra e ria

pena, purch'io rimanga in la tua gratia, ché altro cibo non ha la vita mia. Prendi pietà de la mia gran disgratia: simplicità me indusse a quel ch'io fei,

ché offender te non averei audatia. Perdonan sempre a chi se pente i dèi: se sei dea, s'io peccai, s'io son pentito, perché sì dura a perdonarme sei?

Deh, non voler ch'io sia mostrato a dito dal vulgo, ché se dura il tuo furore, scoprir fia forza il foco sepelito! Sofrir più non potrà l'aflicto core:

s'io ho perso il tempo, che è sì bel thesauro, provedi ch'io non perda almen l'honore! Porpora, gemme, perle, argento et auro apresso quello, e ogni gran regno, è vile;

né facil cosa è far de lui ristauro. Ma muta pur, se sciai, natura e stile e scacciame da te, famme ogni torto: quanto serai superba, io tanto humile,

ché 'l ciel me t'ha donato e vivo e morto.

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