Dapoi che la mia sorte adversa e dura
non vòl che teco cum il corpo io stia,
mandoti, Timotheo, l'effigie mia,
simile a quella che mi fe' Natura.
Ma perché è cosa muta la pictura,
mi son sforzato trovar modo e via
di far che al vero più propinqua sia,
agiongendo la voce a la figura;
alligato ho cum lei certi fragmenti
che per Flavia già scrissi suspirando,
aciò me vedi e che parlar me senti.
Sì che di questo don che hora ti mando
prego, Timotheo mio, tu te contenti
sin ch'io ritorno a te, che non scio quando.