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1798–1858

PER LE NOZZE CERU E GIOMIGNANI

Antonio Guadagnoli

Or che il Ciel propizio accoglie Il più bel dei voti umani, E Giovanni Giomignani La Cerù prende per moglie;

Nella pubblica esultanza, Gentilissima Costanza, Voi volete che alla Sposa Anch'io faccia qualche cosa?

Ma e che cosa le ho da fare? Uno Scherzo! ma vi pare Che nel giorno dell'anello, Ch'esser dee secondo il rito

A Lei messo dal Marito, Ma vi par che sul più bello, Ex abrupto scappi un terzo, E le faccia qualche scherzo?

Poi ridir come potrei Il piacer degl'Imenei Io che vivo in celibato, E che ancor non l'ho provato?

V'è più d'un, che delle Spose Penetrar vuol nelle cose Più secrete, e presagire Quanti figli han da venire:

Per me poi, circa alla prole, Segua un po' quel che Dio vuole, Nel mio nulla mi concentro, E non vedo tanto indentro.

Il descrivere un banchetto, Dà più pena che diletto; Perché, in fondo, quel parlare E di bere e di mangiare,

E non essere al convito, Né cavarsi l'appetito, Sarà idea felice e lieta, Ma non già per un poeta!

E che v'è riguardo al resto, Che non sia già manifesto? Chi non sà che la Cerù È un'amabile figliola,

Che ha paura a dormir sola, E non vuol dormirci più! Che la Zia, per contentarla, Ha cercato maritarla

Dentro Lucca, e c'è riuscita, Perché infatti si marita; E il Marito che ne coglie Il bel fiore, è un Giovinotto

Dell'età d'anni ventotto, Giusta età per prender moglie! Lui beato! oh quanta piena Di dolcezze! oh qual gradita

Di piaceri aurea catena Non l'attende! d'anno in anno Nel sentiero della vita Quanti fior gli spunteranno!

Ma quand'anche il genio mio Rispondesse al buon desio, E trovassi in Elicona Da intrecciar nuova corona

Per fregiarne e lui e lei, Deve ognun persuadersi Che quel dì non è pei versi, Molto men pei versi miei.

La mattina, per esempio, Come c'entrano i Poeti? Se ne van gli Sposi al tempio E a cantare tocca ai Preti.

Torna poi la comitiva, E tra i plausi, tra gli evviva, Tra lo strepito e il via-vai De' rinfreschi e confetture,

Non pensar, badano assai A coteste seccature! - Co' miei versi, a pranzo poi Chi volete che s'annoi?

Se si guarda ai convitati, Mangian come disperati: La Sposina, oh quella sì Che non bada punto lì;

È novizia, e ancor non sa Come diavol finirà! Dello Sposo, non ne parlo: È un peccato l'occuparlo;

Eh lasciamolo mangiare, Che pur troppo avrà da fare! - Dopo pranzo, le persone Voglion far la digestione;

Né le rime son mai state Per lo stomaco adattate. Nella sera si potria Dare un'ora alla poesia

Pria che vadano al riposo; Ma credete che lo Sposo, Per improvida etichetta, Onde a me fare un elogio

Voglia star coll'orologio! È tutt'altra la lancetta Che per lui misura l'ore: Chi decide il presto, o il tardi,

Della Sposa son gli sguardi, Sono i palpiti del core; E se l'occhio, o il cor s'esprime Ch'è già tardi, le mie rime

Restan subito interrotte, Vanno a letto, e buona notte! E faccenda non è questa Da sbrigarsi in due minuti;

Quando dormon, chi gli desta? Dunque zitti: - e Dio gli ajuti!

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