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1798–1858

MUSICA E AMORE

Antonio Guadagnoli

O Giovinette che musiche siete, Voglio dir che la musica imparate, E chi sa! forse anche all'amor farete, In me l'idea piacevole destate

Di farvi oggi sentire un lavoretto, Che forse forse vi darà diletto. Io dunque vi farò toccar con mano Che l'Amore alla Musica somiglia;

Ma piano! sento dirmi: piano! piano! Condotta non abbiam qui nostra figlia Perché impari da lei, signor Dottore, A guastarsi la testa coll'amore.

No, care mamme, non temete che Offenda col mio dir la pudicizia, O metta la malizia ove non è; Ma già, che apprender possan la malizia

Queste colombe dagli scherzi miei Nel secolo in cui siam, nol crederei. Dunque vi mostrerò la somiglianza Che passa fra la Musica e l'Amore,

Siccome io vi dicea nell'altra stanza, Prima che mi rompesser le signore Madri, temendo qualche mio trascorso, Rompesser, dico, il filo del discorso.

Non la crediate idea strana e bizzarra, Se l'Amore a un concerto io paragono Che ha molti accordi, e se uno è falso, o sgarra, Non può dirsi un concerto, ma un frastuono;

L'amor così, se un cor coll'altro core Non è d'accordo, non può dirsi amore. Già per capirla e inutile esser dotto, Perché la cosa è chiara e manifesta,

Come tre e tre fan sei, quattro e quattr'otto; Pur se a taluna entrar non vuole in testa, Si farà tanto e tanto si dirà, Che dagli, dagli, poi le c'entrerà.

Ma in quella guisa che tuoni alti e bassi Formano musical grata armonia, Così certi puntigli, certi chiassi, Qualche sospetto e qualche gelosìa,

Servono a mantener l'amor più sodo, E a ribadir, come suol dirsi, il chiodo. Vedeste mai, se a lauta mensa e grande Qualche scroccon famelico si asside,

Come l'occhio qua e là sulle vivande Gira prima di scerre e poi decide? L'uom così getta gli occhi sul bel sesso, E sceglie il meglio; e anch'io farci lo stesso.

Ogni animal d'amar si riconsiglia; Tutti cadon d'Amor dentro la rete; Recar per ciò non debbe meraviglia Se il Signorino, uscito allor dal Prete,

Consuma della vita i dì più belli In passaggi ed in fughe e in ritornelli. L'asin così, scusate il paragone, Se a caso in maggio la cavezza snoda

Con cui legato lo lasciò il padrone, A orecchi ritti e con arcata coda Salta, e s'aggira per l'erboso piano, Libero dalla soma e dal villano.

Incomincia l'Amor piano, pianissimo, Quindi rinforza e cresce a dismisura, E poi va a terminar presto, prestissimo; La femmina desìa l'abbreviatura,

E si cruccia se l'uom per varie cause Ricorre agl' intervalli ed alle pause. E infatti: se una giovine ci aggrada, Ché non chiederla presto per isposa?

Se non ci piace, a che tenerla a bada? La verginella è simile alla rosa. Oh! per me poi, trattandosi d'amori, Avrei gusto a sbrigarmi; o dentro, o fuori.

La donna ancor pone ogni studio e ogni arte Per accender nell'uom fiamme vulcaniche; La chioma in grossi riccioli comparte, La gonna increspa e fa gonfiar le maniche;

Semplicetti fuggite da costoro, Ché vinta la materia è dal lavoro! E se pronto hanno alcune ogni momento, Quando il rossor, quando il pallor sul viso,

Il tremito, il dolor, lo svenimento, Sugli occhi il pianto o sulle labbra il riso, Se mentiscon perfino i fianchi e il petto, Si ha da dir che non studiano il falsetto?

Ma pian, per carità: non v'irritate, Non mi saltate agli occhi a dirittura; Di voi non parlo che ad udir mi state, In voi si vede che non c'è impostura;

È grandi a un tempo d'anima e di core, Pagate amor con altrettanto amore. E se talor fin quattro o cinque amanti , Vedervi attorno non avete a schivo,

È colpa vostra se piacete a tanti? Ogni ben per natura e diffusivo; Sarebbe bella che di fiori un vaso Non spandesse l'odor che per un naso!

Basta che se si accasa una fanciulla, Muti registro, e all'unico marito Dia del core ogni affetto, e agli altri nulla; E agli altri nulla, avete voi capito?

Ché ogni ben diffusivo è per natura, Fuorché per altro in questa congiuntura. Ma un sentimento tenero e soave Come ispirar d'una fanciulla in petto,

Se non si ha prima del suo cor la chiave. Toccala nel più debol: mi vien detto: Ma in una donna, che saper potrà Qual la parte più debole sarà?

V'è taluna che guarda di buon occhio Il Marchesino, il Conte ed il Patrizio Per poter dire: oh sarò vista in cocchio! Senza pensar se c'è o non c'è giudizio.

E poi si piange e dopo si singhiozza; O pigliate! l'aveste la carrozza ? Né sol le dame, ma la gente ignobile, La modista, la sarta, la crestaja,

Se vedesi ronzar d'attorno un nobile, Si pavoneggia, e vien più arzilla e gaja, E dice alle compagne: io spero assai Di farmene uno sposo; - oh sì, l'avrai!

Or' aman le persone letterate, Per far tra le altre femmine più spicco; Ora i poeti, ond'essere adulate; Ed or fresche d'età, sol perché è ricco,

Sposano un vecchio, talché dir si ponno Cotante nipotine accanto al nonno. Ma che per vanità, per interesse Soltanto ami la donna, io non lo credo;

Anzi e Dame e Contesse e Baronesse Filosoficamente io porger vedo Spesso la man, per trarlo fuor dal fango; A un uom che è bello, ma non è di rango.

Eh la filosofia da un pezzo in qua Entrando nella testa ad ambo i sessi, E specialmente nella nobiltà, Ha fatti dei mirabili progressi!

Più a titoli ed a gradi or non si osserva: Quanti signori sposano la serva! Dunque in secolo tal non dee sorprendere Ch'anco una dama sposi un cameriere;

O che per meglio il sigaretto accendere Accosti il nobil labbro un cavaliere A quello d'un facchino, o d'una spia: Filosofia ci vuol ! filosofia ! -

Quando han la chiave, dagli amanti accorti Pongonsi in opra i più efficaci modi Per fare i bucacori e i cascamorti. Si profondon sorrisi, occhiate e lodi,

Si saluta, si scrive, si regala, E la conquista è fatta; ecco la scala. Si scrive! o come? - Oh! non vi vuol fatica; Si cerca guadagnar la cameriera,

E quando questa è divenuta amica, A lei celatamente sulla sera, Ond'evitare le pubblicità, Un'amorosa lettera si dà.

Al primo tutte fan le schizzinose, Onde anch'essa dirà: ma! signor mio Per chi m'ha presa! non fo certe cose; le lettere portar? mi guardi Dio!

Mi comandi tutt'altro, lo farò; Ma queste cose brutte, oh! non le fo. Prendete: ecco uno scudo - Uh! ma le pare? Quel ch' i' fo, non lo fo per interesse....

E perché si vuol'ella incomodare? Grazie.... mi creda che se si potesse.... Ma la vedo difficile, perché Se mi scuopre il padron, povera me!

Basta: mi proverò. Per carità, Di quel che dico non ridica niente; La padroncina ... ma lo ridirà? La padroncina l'ama .... uh! sento gente;

Vada via, se no entriamo in qualche imbroglio ... Torni domanisera per il foglio. - Immaginate un povero Scolaro Che indebitato, scriva per la posta

Al padre che gli mandi del danaro, E impazïente aspetti la risposa; Tal'egli attende al convenuto loco Un refrigerio all'amoroso foco.

Ecco che vien la replica - « Mio bene: « Non posso più dormire, né mangiare « E anch'io da voi lontana vivo in pene; « Tisica mi vedrete diventare

« Se a sposarmi sollecito non siete, « Come brama di core - chi sapete. » E oh quante volte il facile amatore Presso la bella lamentar si udì

In tuon d'alamirè terza minore, E si sentì rispondere in bemmì! Sposatevi, ragazzi, e andate là, Che il bemmì cangerassi nel be-fà!

Tutto ha i confini suoi; non v'è che un passo Dal salire allo scendere: si ruota Dal basso all'alto, e poi dall'alto al basso. Nella Musica è il sì l'ultima nota,

E spesso anco in due sposi il « sì signore » È l'ultimo gradino dell'amore. - L'uom non avvezzo a tanta legatura, Della moglie il pensier lascia in brev'ora;

A lei d'altronde un po' d' appoggiatura È necessaria o per le scale o fuora, Chè puo' inciampare, quando men sel crede, E andare a rischio di slogarsi un piede.

Cerca dunque un servente; per servente Io non intendo un uomo mercenario, Ma un uomo, che si presta fedelmente In quello che a una donna è necessario,

Gratis, e col contegno il più pudico, Tanto è vero che chiamasi l'amico. Ma stando sempre con un braccio alzato Poveretta! una donna alfin si stanca;

La donna è un esser molto delicato, E un bracciere vi vuole a dritta e a manca; Dopo questi ne vengon dei più buoni; Ecco eseguite delle variazioni.

Pur non è cosa da pigliarsi a gabbo; Perché intanto le figlie piccoline Veggon la mamma che non va col babbo; E avvezzate così fin da bambine,

Seguon l'esempio poi che ha in lor trasfuso Della materna libertà l'abuso. E perciò que' capricci e fantasìe Che v'escon dal volubile cervello,

Son sempre fuor di tempo, o Donne mie; Ma è stato provveduto ancora a quello: Perché il marito con la man maestra Batte la solfa e regola l'orchestra.

Io discuter non vo' se con le spose Il sistema sia questo da tenersi, Perché non parlo mai di certe cose, E non m'occupo d'altro che di versi;

Pur mi sembra che detti la ragione Che non sia per le femmine il bastone. Che se aveste dovuto, o Donne belle, Ricevere il baston sovra le spalle,

La natura v'avria data la pelle Grossa come alle ciuche e alle cavalle; E se v'ha la natura favorito, Perché da bestie trattavi il marito?

Ma in quanto a voi, pacifici Toscani, Egli è inutile adesso che v'esorti Contro le mogli a non alzar le mani, Perché so che le amate, e le consorti

Aman voi di buon cor, di buona fede; E peggio per colui che non lo crede. - Infra i lacci però, che mille sono Quei che ci tende il tristarel d'Amore,

Nessun ve n'ha, che come il canto e il suono Söavemente c'incateni il core; Ah sì sei tu, dolcissima armonia, Se' tu, che t'apri ad ogni cor la via!

Tu fra la polve dell'arringo Elèo I tebani spirasti inni canori; Del tuo fuoco accendeste un dì Tirtèo, E n'ebbe Sparta i trionfali allori;

Per te l'uom, che vivea come le belve, Agli altri unissi e abbandonò le selve. Or, se addolcire i barbari costumi Potesti un giorno di feroci genti,

Che non potrai nel secolo dei lumi, In cui c'è tanto amor per gli strumenti, Che da mattina a sera, a quanto pare, Altro non si farebbe che sonare?

Donne, ditelo voi, se nell'estate Mentre prendete i freschi alla finestra, Vi fan delle brillanti serenate Quei che si ferman sulla via maestra,

Confessatelo pur liberamente, O non andate a letto più contente? E affrettate co' voti la mattina, Per saper chi sonava così bene;

Vi prendete interesse; e spesso avviene Che anche il cor più inflessibile si piega; Com'entri in voi l'amore eh! non si spiega. E in noi? Se suona l'arpa, od il pian-forte,

Una ragazza con maestre dita, Principia il core a batter forte, forte, La faccia ci divien più colorita, Scottan gli orecchi qual carbone acceso ...

Felicissima notte! il merlo è preso. E il canto che non può? sol per gli Eroi Era in Grecia il cantar laudabil cosa; E di cui certo avvien ch'anco tra noi

Donna che canti è detta virtuosa; È detta, e che lo sia ciascun lo crede, Ma poi non è un articolo di fede. Madri, che fate a me gentil corona,

Non la crediate azion peccaminosa Se la vostra figliuola o canta o suona; Anco il facesse per trovar marito, Sarebbe il primo caso ch'è seguito?

Donna che canti, ogni amarezza toglie Con quella dolce voce insinu5ante; E anche a me, se dovessi prender moglie, Piacerebbe dimolto una cantante,

Non una già che fosse sempre al «do» Ma ch'eseguisse almen qualche rondò. Ed intender da me qui non si vuole, Di quelle che al teatro si son messe,

Poiché, saran buonissime figliuole, Ma avvezze in palco a far da principesse, Tirano alla grandezza e alla moneta, Ed io son piccinino e son poeta.

Vorrei dunque una docile donzella Che in me destasse col suo canto l'estro, O mi sonasse qualche cosarella A solo o a quattro mani col maestro,

Il quale io sceglierei tra i più provetti, E non tra quei che portano i biglietti. Provetto, ma però che fosse sano, E non soffrisse di paralisìa,

Che gli potrebbe saltellar la mano Talora su quella della moglie mia, O col piè, sdrucciolando dal pedale, La potrebbe pestare e farle male.

Ma non parliam di moglie, perché ho fretta. - V'è un accademia: ecco una Signorina Che al cembalo li spippola un'arietta, Una romanza, od una cavatina,

E poi, siccome è stil, finito il canto, Va dalla madre e le si asside accanto. Chi può ridir, mentre costei cantava, A quanti colla voce toccò l'alma?

Tutti quei che gridavan: brava! brava! E quelli che battevan palma a palma, Erano dall'amor fuori di sé, E ci scommetto: sì! ditelo a me!

E non vedete infatti, quanti e quanti Svenevoli attillati milordini Alla madre di lei si fanno avanti Con mille smorfie e lezïosi inchini,

Tratti dal bel principio che gl'infiamma, Chi vuol la figlia accarezzi la mamma? Madre non v'è, per quanto sia modesta, Che sentendo lodar la sua figliuola,

Non ci abbia gusto; e la ragione è questa: Se capita il buon-uom, se resta sola, Non avendo più figlie a cui badare, La madre allor può far quel che le pare.

Che voce! le diran, com'è intuonata! - Non val la pena di sentirla - Oh il merita! - Anzi le duol la gola, e un po' infreddata, E poi, se in mezzo a tanti la si pèrita

Va compatita, povera figliuola, È avvezza a star lì sempre sola, sola! - Come! sta sola? ma non ha occasione ... - Eh! in questo avaro secolo e corrotto,

Allor che in matrimonio si propone Una fanciulla a qualche giovinotto, Ei non cerca se sappia, o no, le note: Ma sol dimanda: quanto c'è di dote? -

Dunque, sia che o più libero, o più vuoto È di cure in quel punto il nostro petto, O sia del sangue accelerato il moto, O sia del dolce imaginar l'effetto,

Non v'è cosa che faccia innamorare Quanto un bel labbro che sa ben cantare. Quando a Leda piacer volle il Tonante Cangiossi in cigno ed a cantar si pose;

E Leda che di musica era amante, Per ammazzar del dì l'ore nojose, Si vuol che gli facesse a dirittura Nel suo pian-forte l'accompagnatura.

Ma forse voi non mi darete retta. Dicendo che il pian-forte non usava; E bene! sarà stata una spinetta; Poiché, quel che da Leda si sonava,

Era, al dir d'Aulo Gellio e Teofrasto, Non strumento da fiato, ma da tasto. Ridete? Oh sì! anche voi, se un bel tenore A cantar vi venisse « o mio tesoro,

Dolce mio bene, idolo mio, mio core, Deh! vieni a questo sen, t'amo, t'adoro, Stelle! o dio! chi mi regge? o giorno! o notte! » Ci cadereste come pere cotte. -

Ah! se sapeste voi quanto mi pento Di non aver nel fior degli anni miei Imparato a sonar qualche strumento, Perché adesso sonar ve lo potrei

Per ogni società, per ogni crocchio, E voi mi guardereste di buon'occhio. Non vorrei già con lo strumento mio Ire all'inferno a ricercar la sposa;

Se fossi matto! per restarci anch'io! Capita sempre al mondo qualche cosa, Ed un uom che non ha pensieri storti, Suona tra i vivi, e lascia stare i morti.

Ma ormai non son più in tempo. Il clarinetto, Il fagotto, la tromba, l'oboè Il flauto, il corno, chieggono buon petto; Vi par dunque che facciano per me

Che a certi ragazzacci do lezione Che sputar fanno un'ala di polmone? Potrei cantare, ma non ho coraggio; E infatti: che volete voi ch'io canti,

Che son peggio d'un asino di maggio? Anzi chiedo perdono a tutti quanti Se in mezzo a compagnia sì scelta e lieta, Ho preteso cantar come poeta.

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