Poiché reduce da Serra , La gentil vostra Cognata Seco trassemi a Volterra La domenica passata,
Per veder le rarità Che presenta la città; Se sapeste, o mia Signora, Quel che ruppi alla Fattora!
A me accadde, che nel bere Messi il naso nel bicchiere; Ma siccome era il mio naso Troppo grande per quel vaso,
Nell'entrar l'orlo sforzò, E il bicchiere si spaccò. Qualche Dea forse discese E il mio naso allor difese!
Se il Fattore lo trapela, Giacché il rotto non si cela, È una testa sì bislacca... Dio sa i moccoli che attacca!
Ripensando ai casi miei, Io, per dirla, non vorrei Tòrre un'anima al Signore Specialmente d'un fattore!
Dunque a voi scrivo, o Contessa, Per isgravio di coscienza; Poiché quel che ruppi ad essa È di vostra pertinenza.
Se il mio naso in tal frangente Fu un pochetto prepotente, Perdonate a me, che sono Meritevol di perdono.
Or che so che poco dura Cosa fragil per natura, Da qui in poi non ci ricasco; Beverò, ma sempre al fiasco,
Come fanno i bevitori; Così il naso starà fuori. Ed infatti, dite il vero, Giacché ho il naso bello intero,
Non sarebbe egli un peccato Il vederlo decimato? Se sapessero in Arezzo Ch'io non l'ho tutto d'un pezzo,
Le linguacce che direbbero? In tal secol, crederebbero Che il mio mal fosse prodotto Da un bicchier, che mi s'è rotto?
Fra le muse nel Parnaso, Che si fa con mezzo naso? Fra le donne in società, Senza naso che si fa?
Quando un uomo ha il naso corto, È l'immagine d'un morto; E le donne han dei motivi Per voler gli uomini vivi.
E anche Vostra Signoria, Ch'è la stessa cortesia, Io scommetto che se, a caso, Le venissi or senza naso
A implorar perdono e aita, Mi direbbe indispettita, Con bruttissime maniere: Ripagatemi il bicchiere!
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