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1798–1858

LA LINGUA DI UNA DONNA ALLA PROVA

Antonio Guadagnoli

Un Contadin vivea ne' tempi andati In un villaggio presso Pontedera; Che in isconto, cred'io, de' suoi peccati, Ebbe in moglie una femmina ciarliera;

Ella Mea nominossi, ed egli Gosto, Come fa fede il libro del Proposto. Se con tal donna al fianco era paziente, Gosto poteva andar di volo al cielo;

Ma sulle spalle a lei fece sovente Scender legnate da levare il pelo; Uso, che bene spesso e volentieri, Passò poi dai villani ai cavalieri.

E questo fra parentesi sia detto. - Or bisogna saper, che Gosto avea Già preso il lume per andare a letto Dopo cena una sera, allorché Mea

Sbatter sentì con urlo violento L'uscio di casa allo spirar del vento. E siccome le donne non di rado Sono più del dover maliziose,

(Parlo quì delle donne del contado) Mille castelli in aria a far si pose, Onde veder d'indovinar, se il può, Perché Gosto al tornar non lo serrò.

Che quando io dormo, ella dicea fra sé, Mi pianti, e scappi via! Che sì ch'egli ha Qualche altra donna, e l'antepone a me! Ma giuro al ciel non gli riuscirà;

La Mea lasciarsi sopraffar? cucù! Al fin del salmo te n'avvedrai tu. Senza giudizio! Ma guardate voi Se si deve lasciar l'uscio di strada

Spalancalo a quell'ora! ... eppoi ... eppoi. Fosse stato per caso, che la vada; Ma a bella posta! per tradirmi! Ah certo E un miracol di Dio se l'ho scoperto!

Chi? disse Gosto, che alla moglie intese Quest'ultime parole uscir di bocca - Anche chi? mi domandi, ella riprese: E tacer sempre, e tollerar mi tocca?

Hai ragion che son donna; se così Non fosse, oh ti farei veder ben chi! Ma prega il ciel che te la mandi buona, Che un giorno, Gosto mio, non mi ci metta ...

Insomma? la finisci, chiacchierona! O spedisco la solita ricetta ... Soggiunse Gosto allora, eppur sai che ... Io chiacchierona? chiacchierona a me?

Sentite? or che sul vivo lo toccai, Lo sentite il briccon come mi tratta! Io chiacchierona, che non parlo mai? Ma da quì avanti non sarò più matta

Di tacer, come ho fatto pel passato; Sì, vo' parlar finché avrò lingua, e fiato. Tornare a casa ... Non serrar la porta ... Ma che credi che siamo tanto sciocchi

Da non capirla? ... Ma l'hai fatta morta: Non mi si dà la polvere sugli occhi, No, no, non mi si dà. - Gosto allor fisse Tenne al ciel le pupille, e cosiì disse:

Quasi ogni anno, Signor, privo restai Or di vacche, or di pecore, or di buoi: Solo la moglie mia non muore mai! Tu che provvedi sempre al ben di noi,

E che l'uso trovaste delle mogli, Tu me la desti, e tu me la ritogli. Fa' che teco sen' venga, e che s'estingua La smania in lei di stare a tu per tu:

Ma se le lasci un briciolin di lingua, E d'averla s'accorge costassù, Sien falsi i miei presagj, io ben m'avviso Che cangerà in Inferno il Paradiso. -

Indi voltosi a lei che infuriava, E piangeva, e mordevasi per rabbia Le mani: ed i capelli si stracciava: Ti par, dice, ti par ch'io lasciat'abbi

A posta l'uscio aperto? se rimaso È stasera io quel modo, è stato un caso. Vanne a letto: ed aspettami colà, Che la porta a serrare intanto io vo;

Si serrerà sì, sì, si serrerà: - Ma che dico serrar? signora no: Vo' che prima tra noi facciamo un patto: E l'espon quel che vuol che venga fatto.

Il patto consistea, per farla corta, Nel convenir: che chi parlato avesse Primo di loro due, la nota porta, In pena, anche serrar primo dovesse;

Gosto in tal guisa stravagante e nuova, Della lingua di lei volle far prova. I primieri calmati impeti ardenti, Si serenò la femmina proterva;

Né luogo ebbero i finti svenimenti, Le convulsioni, e i colpi di riserva Che in oggi molte donne adoprar sogliono, E ottengon dai mariti quel che vogliono.

Sul primo fece un poco la smorfiosa; Ma veduto che Gosto colle buone La prendeva, e che ciò ben altra cosa Era, che il suon di ruvido bastone,

E ben, ci sto: ella disse: quindi presero Il lume, e quelli in letto si distesero. Dal mulin ritornava un certo Maso, Grand'amico d'entrambi, e al raggio incerto

Della luna, di lì passando a caso, Vide ch'era di Gosto l'uscio aperto, (Cosa insolita) ond'egli dubitò Di ladri, ed a chiamare incominciò:

O Gosto! o Mea! - che sete sordi? - o Gosto O Mea! l'uscio di asa e aperto eh! - Ma udito che non gli venìa risposto, Voll'entrar per veder che diavol'è;

E invece di trovarli addormentati, Vede che han tanto d'occhi spalancati. Gua'! figliaccio di ella! o unn'enno a' lletto! Iama, iama, mi sono spormonato!

Nun senti, ne? sordaccio maledetto! Nun senti, ne, quando tu se' iamato? O Gosto! dio, o Mea! nun rispondete? O ch' aete pe' orni, ne' ch'aete? -

Ma quando vide il pover'uom che Mea, E il compar Gosto non dicevan niente, Cominciò a spaventarsi nell'idea Che gli fosse venuto un accidente;

Sicché, via a gambe: ed affannalo arriva Dal Parroco, ma il Parroco dormiva. Batti, dagli e ridagli, e picchia e mena, Non c'era modo che verun sentisse.

Dopo un pezzo alla fin s'affacciò Nena (La serva del Curato) e così disse: Chi è? - Son'io? - Chi io? - Presto; son Maso - Guarda chi è, possa cascarti il naso!

Che vuoi? - Presto a svegliar corri er Curato, E digli che si spicci in carità, Che Mea ... che Gosto ... oimmei! mi manca er fiato ... L'uscio ene aperto ... so' nentrato là ...

E gli ho trovi ... ma presto vienga giù. E gli ho trovi che nimo parla più. - Don Gabbrielle che dal letto sente La serva bisbigliar: così è successo?

Grida; ed ella risponde: un accidente - Eh! un'accidente per l'appunto adesso Che dormivo sì ben! poffareddina Non poteva aspettare a domattina!

Il Prete è un buon affar, non ho che dire, Che con poca fatica il corpo è pieno; Ma quella poi di non poter dormire Quanto si vuole ... e a chi è venuto, almeno? -

Poverini! a Mea, e a Gosto - Eh! non canzoni? Quà, quà, Nena, le calze, quà i calzoni; Presto: vammi a pigliare il Rituale ... Quel libro che ho lasciato giù in cantina;

La stola sarà sopra al canterale; La cotta è sulla panca di cucina; L'aspersorio è attaccato coi treppiè: Il resto poi lo prenderò da me.

Come persona che per forza è desta Sbavigliava frattanto e si stirava; Ma indossatasi poi la bruna vesta, Le scale non scendea, precipitava,

Per dare all'uno e all'altro moribondo. Il passaporto per quell'altro mondo. Lettor, sai che ne' secoli passati, Essendo ognun più corto di cervello,

Avean qualche difetto anche i Curati Ed è però che il mio Don Gabbriello, Un poco tondo, ed egoista fu; Cose che inoggi non accadon più. -

Pax huic domus, colà giunto disse: Et omnes habitantibus in ea; Quindi coll'aspersorio benedisse La muta coppia che colà giacea;

Aggiungendovi quel che si suol dire Allor che andiamo a farci benedire. Poi cominciò pieno di fé e di zelo: Gosto! figliuolo mio, fratello amato,

Vedi? il ciel ti vuol ben, per questo il cielo T'ha con un accidente visitato; Trar dunque da tal visita profitto Convien, caro figliuolo - e Gosto, zitto.

Ma le scale del ciel sono di vetro, Ed al volo convien esser leggeri, Né la roba si può trascinar dietro; Vedi? e Principi e Duchi e Cavalieri,

Al par di chi sta in umile abituro, Devon morire ignudi - e Gosto, duro. Infelice per altro è, o figliuol caro, Chi pone amore alle cose terrene!

Se tu dunque mi lasci del denaro, Penserò a farti dir poi tanto bene, E allor potrai d'un avvenir più lieto Godere eternamente - e Gosto, cheto.

Quindi il buon Prete a Mea si volse, a cui Disse: chi fa del ben, se lo ritrova: Anche a voi dico quel che ho detto a lui; Se i lenzuol, dunque, e la coperta nuova,

E le panche, e il saccon mi lascerete, Meglio per voi; se no, non canta il Prete. Io non so come Mea la lingua tenne A quel parlar, né come si frenasse;

Ma quando il caro Prete a dir poi venne Che avrebbe prese ancor le materasse, No: gridò Mea, che ci ho rifatto il guscio ... E Gosto allor proruppe: o serra l'uscio!

Oh contadini bestie ... e mancò un ette Che di peggio non disse il buon Curato. I suoi passi peraltro non perdette, E non del tutto si trovò burlato,

Che Gosto volle ogni anno celebrare Quel fatto, dando al Prete un desinare. Ove sappiam ch'ei grand'onor si fe': E se dobbiamo credere alla storia,

Dicesi che mangiasse almen per tre, E che alzasse un pochetto anche la gloria: Questo si sa, ma non possiam sapere Se poi Mea lasciò a Gosto ben' avere.

Per me, credo di no: - perché con gli anni Perdon le Donne il fior di giovinezza, La beltà, i denti, i femminili inganni, La salute, i capelli, la freschezza,

Le grazie, il buon umor, gli scherzi gai ... Ma in quanto a lingua, e' non la perdon mai!

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