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1798–1858

LA CIARLA

Antonio Guadagnoli

Allegramente, Donne, allegramente! Oh se sapeste voi di che si parla! Di cosa che vi piace certamente: Si tratta in sesta rima della Ciarla.

Ma a ciarlar tocca a me non tocca a voi: Zitte, potendo; - ciarlerete poi. Tra i più bei doni, che ci ha fatti Iddio, Dopo quello del naso, o Donne care,

È quello della bocca, a parer mio, Perché con essa noi possiam ciarlare; Però non dèssi attribuire al caso Se ci troviam la bocca sotto il naso.

Vana infatti saria quest'apertura Umida o aspersa di natio cinabro, ED invano la provida natura Dato i denti ci avrebbe e il doppio labro,

Se ciarlar non potessimo; e anche tu, Lingua, saresti un ciondolo di più. O di ciarlar prurito almo e giocondo, Che dalla prima che portò la gonna

Al mondo nato, durerai nel mondo Finché crepata sia l'ultima donna; Né avverrà che in eterno in lei t'estingua, Finché le resti un briciolin di lingua.

Te chiedono le serve o i servitori, Te le moleste invocano e i barbieri, Tu coi facchini al par che co' signori, Con tutti egual, conversi volentieri;

Stai pe' caffè, stai per le spezierie, Ed ai caldani delle sagrestie. Deh! se dei gazzellier discendi ai preghi, Se ai critici moderni e ai giornalisti

Reggi la penna, e il tuo favor non nieghi, O prurito immortal, deh ! tu m'assisti, Or che venuta m'è la fantasia Di cantar le tue lodi. - E così sia

Narrasi che Aristotele dicesse Che l'uomo, in proporzion dell'altre membra Quasi che poco o mai ciarlar dovesse, Sortì la lingua piccola; ma sembra

Per altro che ciascun n'abbia abbastanza: Donne, fatene voi testimonianza. Dunque non credo a questa congettura, Con buona pace sia di chi l'ha scritta.

Il ciarlare è un bisogno di natura; Natura è donna, e non può stare zitta; E donna, in fatto, che non sia ciarliera, O non si trova, o non è donna intera.

Né la falsa adottar massima sciocca Noi dobbiam, che inventò la Greca scuola, Che la lingua cioè dentro la bocca Era chiusa per freno alla parola.

Que' saggi, principiando da Bïante, Delle corbellerie ne avevan tante! Anzi un celebre autor d'un nuovo opuscolo Pensa, che della bocca nell'interno

Sia chiuso questo delicato muscolo Onde al sole d'estate e al gel d'inverno Non soffra, e possa ognun con libertate Ciarlar tanto d'inverno che d'estate.

Ma dir mi si potrà: ch'è usato, ed usa Che i Bracmani nell'Indie, e in Tartaria I Lamas, stiano sempre a bocca chiusa; Padroni pur: chi star vi vuol vi stia;

Io però son d'Arezzo, e finché ho fiato Voglio sempre ciarlar come ho ciarlato. Vari4; sono i cervelli e i gusti vari4: Chi nel tempo di tavola non ciarla?

Eppur sappiamo che pei seminari4 E collegi e conventi non si parla. Ma il tacer non è già sempre virtù; V'è ancor chi tace per mangiar di più.

Se gli statuti io scorro attentamente, Se le chiose disamino ed i testi Che sono sparsi innumerabilmente Per l'indigesta mole dei Digesti,

Legge non trovo (e non si può trovare) Ch'abbia vietato di poter ciarlare. Or io non so perché tacer si deva, Quando l'esperïenza ci dimostra

Che libero il ciarlar dai tempi d'Eva Giunto è di bocca in bocca all'età nostra; E che talvolta da' Notari accorti Si son fatti parlar perfino i morti.

E poi, se latra il can, se il leòn rugge, E van così ciarlando in lor linguaggio; Se nitrisce il cavallo, il bove mugge, E se s'ode ne' bei giorni di maggio,

Ora in chiave di basso or di tenore. L'asinello cantar versi d'amore; Perché non debbe l'uom, ch'è la più bella Cosa fra tutte le create cose,

Usar della dolcissima favella, Mentre messer Domeneddio dispose Ch'oltre al giudizio adopri anco la lingua, Affinché dalle bestie si distingua?

Non è ver, non dobbiamo ciarlar poco: Ma per altro distinguere conviene Con chi, di che si ciarla, e il tempo e il loco, Sicché in mal non ridondi quel ch'è bene;

Alias non sol la ciarla, ma se eccede Cangiata in vizio ogni virtù si vede. Se prendiam quello lingue da galera, Lingue da forca, lingue di demonio,

Ch'altro non fanno da mattina a sera Che tagliarla or a Tizio or a Sempronio, E di voi, Donne, o maritate o putte, Dicon tante cosacce brutte, brutte;

Di Dïogene vana è la lanterna, Né d'Herschel abbisogna il canocchiale, Perché ciascuno subito discerna Che in buona coscienza fanno male;

Pur, se a rigor di termine si parla, Quella è mormorazione, e non è ciarla. Ma facean mal le monache in convento, Se un pochino ciarlavano alle grate

(Delle monache parlo del Trecento) Coi parenti, col chierico o col frate, Per tutto ricercar le novità Che in quei tempi correan per la città?

La voce ciarla vagamente suona; E dir non s'ode infatti a tutto l'ore: Oh come ciarla ben quella persona! Che buona ciarla avea quel professore!

Così via discorrendo: e in conseguenza Per facondia si prende, od eloquenza. Ciarla è ancora uno scritto in verso, o in prosa: La mia ciarla stampai, dice il Gravina;

E scrivendo il Martel non so che cosa, Faccio ciarla volgare e non latina; E mille esempi vi potrei citare, Ma adesso ho fretta, e non mi vo' seccare.

E passo a dar notizie più importanti, Che veramente andavano di sopra; Ma chi non le vuol qui, lo metta avanti, Ch'io son contento, né per questo l'opra

Di pregio scemerà. Dunque torniamo Al proposito nostro, e seguitiamo. Di Francia un certo Padre reverendo Di ciarla derivar fa la parola,

De linguarum origine scrivendo, Dal latino vocabolo carola: E forse dirà ben; ma in tal supposito A me sembra ch'ei dica uno sproposito.

Infatti: allor ch'entro festiva stanza Snelle ragazze e giovinotti gai4 Muovono il piede ad alternar la danza, Parlan sommessi, o parlan poco, o mai;

Ché una stretta di mano ed un'occhiata Contan più d'una lunga cicalata. Per altro, amici miei, dir mi potreste Che i costumi adattandosi ai paesi,

Se non si ciarla nello nostre feste, In quelle ciarlerassi dei Francesi; I quali, come chiaramente costa, Per ciarlare han la lingua fatta apposta.

Però le mamme non curate e sole, Come in sera di ballo è naturale, Ciarleranno tra lor delle figliole. Chi ci vien dalla vostra? Il tal di tale.

E dalla vostra? - Un giovine di lieta Compagnia, ma! ... - Che c'è? - Guai! è poeta. - A proposito: è ver che vostra figlia Sposa il tal, che ha passati i cinquantotto?

E voi siete contenta? e lei lo piglia? Eh! datele piuttosto un giovinotto: Che volete che faccia d'un fantasma Brutto, sdentato, con la gotta e l'asma? -

Le fa la sopraddote - Oh! l'è finita, Cara mia, quando c'entra l'interesse. - E la vostra col tal poi si marita? - Per me glie la darei, se la volesse,

E ci pare inclinata la fanciulla; Ma, capite? e' son giovani, gli frulla! Questi ed altri discorsi senza fine, Per non morir d'inedia, potran fare

Alle feste le mamme parigine; Ma e che perciò? Si dee dunque spacciare, Perché si fa da quattro donne un ghetto, Che ciarla vien da ballo? Non l'ammetto.

Ciarla provien da circulus. - Eh via! Dove sei col cervello? - Adagio, adagio; Se credete che dica una bugia, Consultate il Ferrario ed il Menagio,

Com'io più volte ho fatto; e vedrem poi Chi la dice più grossa, o io, o voi. Tanto è ver, che fur detti Circulioni Quei, che in cerchio ciarlando s'assidevano;

Si chiamàr poi Cirloni; indi Ciarloni Ai tempi del Boccaccio si dicevano, Come veder si può dalle Novelle Che lasciò scritte quella buona-pelle.

Poscia venne da ciarla ciarlatore, Ciarlante, ciarlatano, ciangolare, Chiacchiera, chiacchieron, chiacchieratore, Cingottar, chiachillar, ciaramellare;

E trattando di femmina, si dice Cinguettiera, ciarliera, ciarlatrice, Siccome nella Crusca avrete letto. Or dunque torno a voi, Donne amorose,

Giacché per rallegrarvi e dar diletto Ci voglion altro che coteste cose! Basta: vi mostrerò, per terminarla, Come talor possa giovar la ciarla.

Sapete, o Donne mie, che nel parlare Ha ciascun certi modi prediletti, Certe espressioni, certo intercalare Che ripete sovente. Or, chi i difetti

E il carattere altrui conoscer vuole, Giudichi in senso opposto alle parole. Mi spiego. Il metti-scandoli dirà: Son uom di pace, ai fatti altrui non guardo; -

Colla solita mia sincerità, Son mercanzia reàl, dice il bugiardo; - Ed il bindolo poi, l'ingannatore, Io sono un uomo onesto, un uomo d'onore.

Alla buona, io non sto nei complimenti, Sans farons, dirà l'uom cerimonioso; - La donna poi che avrà mille serventi: Per me non tratto alcuno, amo il mio sposo. -

Il dotto esclamerà: sono un somaro; - E l'ignorante: eh, io ci vedo chiaro! Et caetera; sicché la ciarla addita O prima o poi, l'uom savio e l'uom malvaggio;

Onde il malvagio, chi ha cervello, evìta, E sceglie sol la compagnia del saggio; Ma un che non ciarli, non si sa chi sia; Si crede un galantuom, - sarà una spia.

Serve ancora la ciarla a uscir d'intrico, Se a talun far non vuoi qualche piacere; Un no potrebbe offendere l'amico: Onde bisogna usar buone maniere;

Circoscriverlo, e far che non sia tolta A lui la speme per un'altra volta. Tristo quell'uom, che vive in società, E con disinvoltura e con ingegno

Usar dei mezzi-termini non sa Allorché si ritrova in qualche impegno! E lui felice, e lui beato io chiamo Che a ciarla può rivender quanti siamo!

Sei tu con qualche amica o conoscente, Che ha il marito geloso alla follia? S'ei giunge, alzati, e digli francamente: Felicissima sera signoria,

Che fa ella? sta bene? - E il buon marito Dirà fra se: che giovine compito! Vuoi tu nel mondo far buona figura, Benché sii tondo più dell'O di Giotto?

Recipe: un gran di ciarla, un d'impostura, Misce, bollisci, e bevine il decollo; E poi con questa medicina addosso Ti prenderanno per un pezzo grosso.

Oh Grecia forsennata senza fallo! O stolta antichità balorda e cieca, Allorché i dotti col cantar del gallo Si chiudevano in qualche biblioteca!

Ogni merito adesso è in breve accolto: In studiar poco, ed in ciarlar dimolto. - Quando il medico va da un uom che ha male, Non si mostri d'umor serio o bislacco;

Ma ciarli pria coi servi per le scale, Dando loro una presa di tabacco: Ciarli poi con madama; ed affiatato, Passi alfine a ciarlar con l'ammalato.

Se il fattor ciarla col padrone insieme, Faccia pompa di ciarle spiritose; Né lasci l' illustrissimo, ché preme, E i Signori ci stanno in certe cose:

È fumo, lo conosco, son parole; Ma coi Signor quel che ci vuol ci vuole. Ditemi: com'è andata la raccolta? - Lustrissimo signor; male! malissimo! -

E pur parea che dovesse esser molta. - E pareva anche a me, padron lustrissimo; Ma quando fummo a maggio, aspetta aspetta, L'acqua non venne, e il grano ebbe la stretta.

Olio ne avremo? - Oh spero che quest'anno, Se com'anno non vien qualche intemperie, I coppi che ci son non basteranno! - Hai quattrini? - Ah Lustrissimo, miserie!

Miserie grandi! - In faccia al suo signore Mai per ricco passar debbc il fattore. E il granturco? e i legumi? - Eh! se non viene Qualche nebbiaccia, o pur qualche brinata,

Lustrissimo Signore, spero bene. - E le bestie? - Ah che vuole! alla giornata Non si vendon, perché scarso è il contante; E le bestie, Lustrissimo, son tante!! -

Una conversazion, fredda e scipita Riesce ove non è chi tiene a bada, E chi ciarlando all'allegria c'invita. Oh quanto, Donne mie, quanto m'aggrada

Se qualche volta dalla vostra bocca Sentirmi dar del chiacchieron mi tocca! Volete, che affettando serietà, Io mi dia l'aria d'uomo d'importanza,

Talché m'estimi la corrente età Filosofone dell'antica usanza, Come solea la Grecia un di Senocrate Per tale avere, o il taciturno Arpocrate?

Che siate benedette in paradiso! Voi mi fareste dire un'eresia: Vi par che il serio in un ridicol viso, Anche a volerlo, appiccicato stia?

Sarebbe come lucco da priore Addosso ad un villan fatto signore. No, no, Donne: non voglio che si dica Ch'ho, fra l'altre, anche questa debolezza.

Se a me la sorte si mostrò nemica Col darmi nobiltà senza ricchezza, Ho però buona ciarla e umor giocondo, E spero far fortuna in questo mondo.

Più d'un, che al par di me marciava a piede, Con quattro ciarle in prosa scritte o in verso, A cavallo e in carrozza andar si vede. Il pigliarsela, o Donne, è tempo perso:

Dice il proverbio: il mondo è fatto a scale: Scende chi tace, e chi più ciarla sale. - Che il tacer dia però di senno indizio Qualche volta, e il ciarlar rechi del tedio,

E sia comune ereditario vizio Del bel sesso, ebbi a dir senza rimedio, Vorrei, s'io lo negassi, in questo caso, Che mi cascasse la punta del naso.

Ma pur femmina senza ipocondria Tiene allegra ciarlando una brigata; Né si guarda se brutta o bella sia, Ché ad ognun piace, ed è da ognun lodata;

E per dirvi la cosa com'ell'e, Quelle donnette piacciono anche a me. Come? ridete, e vi maravigliate Che piacciano le donne a un capo armonico?

Piacquero al Metastasio? ed era abate, Al Petrarca? e il Petrarca era canonico; Or dunque perché mai maravigliare, Se piacciono a un poeta secolare?

Un ben che poco dura è la bellezza; Ogni di scema, e poco il liscio aiuta I danni a riparar della vecchiezza, Dopo la fresca gioventù perduta;

Onde, chi ha sale in zucca, ed amar brama, Una donna che ciarli apprezza ed ama. Tuttavia d'eccezion soffre la regola Dee la donna ciarlar, ma con maniera:

Ché se s'incontri mai qualche pettegola Che ciarli sempre da mattina a sera, Perbacco! romperà, Signori miei. ... S'io fossi fuor di qui ve lo direi.

E ci guardi anco il ciel dal parapiglia, Che suol far se s'incontra per la strada Donnesca loquacissima famiglia Con qualche altra che passi, o venga, o vada,

Che dopo mille addio licenza tolta, Ritornano a ciarlare un'altra volta. E infin ci scampi dalle dottoresse, ( Se pur nel nostro secolo si danno )

Che, la toga indossando e le brachesse, Voglion parlar di quello che non sanno; E spiattellando errori madornali, Brillar si credon fra le loro eguali.

Diran che un architetto era Platone, Puffendorf un pittor, Locke un castello, E maestro di musica Bacone, E imperator di Roma il Mongibello,

E Stoa una dama, e che Peripatetico Un filosofo fu di setta eretico. No, no: ciarlate pur, Donne garbate, Di trine e nastri, di cappelli e mode,

Di smerli, di crestine ricamate, D'abiti con le code e senza code; E volendo passare anche più avanti, Del canino ciarlate e degli amanti;

Ma non fate i dottor della Sorbona. Bench'io sia nato e mi mantenga un bue, (Grazia che il ciel sì largamente dona ) Desidero che ognun stia sulle sue.

Per altro al vero merto non defraudo, Né poche ve ne son che onoro e laudo. Or che dirò di quei, che non intendono, Né la lingua né gli usi, e pur si assumono

Tuon magistrale, ed in bigoncia ascendono, E cinguettando giudicar presumono Delle nostro contrade, e di decidere? In verità mi fan venir da ridere!

Eh! ciarlino costoro di cavalli, Di carrozze e bottiglie senza fine; Parlino della musica, dei balli E delle gambe delle ballerine,

Ma non vengano a dir mal dell'Italia, D'ogni sapere e genitrice e balia. Del resto, è opinïon degli scrittori Ch'utile sia il ciarlare e necessario;

E infatti gli avvocati ed i dottori Ne dan prove in favor non in contrario; Ché per mezzo di ciarle concludenti Ingrassano alla barba dei clienti.

Qua e là sbalzato Enea dalla procella, Se a Dido non narrava i casi suoi, Eh dato non gli avria la vedovella Tutto quel che gli diè fra prima o poi!

Voglio dir ben da ber, ben da mangiare, Buon letto, ed un ronzin per cavalcare. Ed i mercanti? Ah! se con brusca cera Accòr dovesser chi con lor s'intrica,

O parlargli in laconica maniera, O richiesti rispondergli a fatica, Andrebbero alla fin della funzione Tutti a marcir per debito in prigione.

Bisogna che il mercante faccia invito Al compratore con loquace incanto: Questa è roba di Francia; è un buon partito; Creda in coscienza che mi costa tanto:

Non voglio scapitarci: cento e cento Hanno staccato sì bel finimento; E, domandi! ancor essi l'han pagato Quanto ho richiesto a vostra signoria:

Ma giacché a stiracchiar non son usato, E rimango il medesimo di pria; A lei, guardi, per far la prima posta, Lo voglio dar per quello che mi costa. -

Spaccia ricette e unguenti il ciarlatano, E l'odono storditi i contadini: Questo recipe, dice, è sovrumano: In Roma, in Vienna, in Londra, e nei confini

Più remoti del mondo l'ho esitato, E, non perché sia mio, ma l'han lodato. Prendete: è piccolissima la spesa: Ecco quà la ricetta, ecco il cerotto:

Se qualche vostra parte resti offesa, O qualche membro mutilalo o rotto, Applicatevi tosto un tale unguento, E sarete sanati nel momento.

Reuma, sciatica, iscuria, parlisìa, Getti di sangue, fistole, cancrene, Tisi, coliche, gotta, idropisìa, Rogna, asma, lebbra, tigna e duol di rene,

Il mal del cosso, del forcon, del pino, Nefritide, contagio transalpino; Emicrania, oftalmia, scorbuto, angina, Dolori articolari, ernia, quartana,

Rachitide, diabète, scarlattina, Tutto il balsamo mio, tutto risana: Rispiana i gobbi, raddirizza i storti, Veder fa i ciechi, e resuscita i morti.

A cotai detti industrïosi e strani, Tutti d'intorno a lui correr vedrete Affollati que' facili villani, Come uccelli che voltano alla rete:

Paga ognun quel che può, non quel che deve, Ed ei del ciarlar suo premio riceve. Accorto ciarla il cavalier del dente, E assicura le cene e i desinari;

Lodando Dulcinèa ciarla il servente, E in tasca non gli mancan mai i denari; Ciarla il pedante e il professore ancora, E gli frutta la ciarla un tanto l'ora.

Per lei chi vive ... ma chi vive io taccio: Perché quantunque il Cigno di Venosa Scritto lasciasse in uno scartafaccio Che ai poeti era lecito ogni cosa,

Nonostante nel secolo in cui siamo Tutto quel che si vuol dir non possiamo. Ma per altro impedir niuno mi potrà Ch'erga un tempio alla Ciarla in questo dì,

Che passi eterno alle future età Dai gorghi Alpini a quelli del Chilì ... Ma piano: prïa di tutto, padron mio, Lo scultor, l'architetto ov'è? - Son io!

Io sì, son lo scultore, io l'architetto, Io l'ardua mole ad innalzar m'appresso. Tondo sia l'edificio e senza tetto, Onde le ciarle esalino più presto,

E sorga, come Tebe, e dentro e fuori Senza calcina o senza muratori. L'alte colonne fascino giornali D'istoria, di politica, di lettere,

Pettegolezzi e scritti di legali: E nelle basi che ci abbiam da mettere? Metafisici, voi dir lo potete; Chi sa le belle cose che ci avete!

Ma no: vengan piuttosto del Secento Le iperboliche immagini c i concetti; Svolazzino qua e là pel pavimento E canzoni e cantate, odi e sonetti;

E dagli archi, a festòn pendano i cantici Dei Classici moderni e dei Romantici. Adornin le pareti infino a terra Note, commenti, prefazioni e scòli,

Sette tomi di Corna del Gamerra, E sei del Passeroni e del Fagioli; E romanzi, e dei quondam Avelloni Le commedie, che Dio gliele perdoni!

E drammi figli di sublime ingegno, Che i Romani non ebbero e gli Achivi, Con palle uscite da cannon di legno, Con truppe vere, e con cavalli vivi;

E tragedie da rider ... con scenari4 Con mille navi. Poveri Impresari4!! Della Dea sorga in mezzo il simulacro, Che gran parte di mondo onora e cole;

Ardano eterni sovra l'altar sacro Libri, che dicon cose e non parole: E cori di devoti in toghe nere Questi alternino intanto inni e preghiere.

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