O Voi, che dalla sferza del pedante Passate a darvi l'aria di conquista; E farfallini del mondo galante V'invaghite d'ognuna a prima vista;
Questo fatto leggete, che accadea Dieci anni or sono nella dotta Alfea. Dalla città che guarda la marina, E da Giano bifronte il nome prese,
Andò a Pisa a studiar la Medicina Un tal che si spacciava per Marchese; E forse sarà stato, chi lo sà? Ce ne van tanti all'Università!
Al teatro una sera il giovinetto, Mentre cupido volge attorno i sguardi, Vede, o pargli veder, che da un palchetto Vaga giovine immobile lo guardi;
Sicché le punte del solin si adatta, E rifà meglio il fiocco alla cravatta; Fuor della veste i manichini caccia; La tesa del cappel più giù si tira;
Poi con la man finge coprir la faccia; Ma di mezzo alle dita la rimira, (Poiché le dita tien discoste alquanto Come la Vergnosa in Camposanto);
E, oh cosa veramente singolare! Segue a veder che verso lui tien fiso L'uno e l'altr'occhio del color del mare, E le dolci sembianze, e il caro viso,
E dal piacere sentesi venire Quel non so che, che non si può ridire. - Diavol! direte: una fanciulla onesta Fissar gli occhi in un giovine studente,
Che quando han poi la laurea sulla testa, Se ne van via, non pensano più a niente, E si ridon di quelle scimunite, Che a lor dier retta! - Ma, di grazia, udite.
Ella è savia; ma in lei spesso succede, Che se un pensiero a meditar la invita, Fuor della mente il guardo suo non vede, Come so fosse in estasi rapita;
Sicché la miri con le luci immote, Finché improvvisamente si riscote. Era in questo momento, che costui Le si volse, e credé che lo guardasse
Perché gli occhi fissati eran su lui, Senza che veramente lo mirasse; Ma ciascun crede ver ciò che desia, E fra se disse: la ragazza è mia!
Quando poi terminato lo spettacolo, Passar la vide, e contemplonne il bello Interamente, e senza alcun'ostacolo; L'Ecla, il monte Vesuvio, il Mongibello
Sono un foco di lucciola, rimpetto Al grande incendio che gli bolle in petto. Con tale opinïon dal ver lontana, Usando fraude a se medesmo grata,
Si nodrì quella notte della vana Speme, ch'ella ne fosse innamorata; Ed occhio, ohimè! non chiuse il poveretto, Di quà, di là tutto stancando il letto.
Ma sembra che men vivo un piacer senta Chi col compagno suo non lo divide, Ché dell'amico col piacer s'aumenta Tutta la gioja che nel cor ci ride;
Ma oh Dio! che raro è il ritrovare in questi Tempi corrotti i Piladi, e gli Oresti. Spirava appena l'aura mattutina: Balza dal letto, infilasi il pastrano,
E sen' va nella camera vicina A ritrovare un giovine Romano, E a lui che amico, e confidente gli era, Narra l'istoria della scorsa sera.
Figuratevi voi come rimase, E se sul serio prendere potea Una cosa che priva era di base, Egli, che l'uno e l'altra conoscea;
Sicché varj pensieri in mente volve, E di fargli una burla alfin risolve. Felice te! sclamò; quanto t'invidio! Ma già per incontrar con le Signore
Ci vuol cotesto viso, dice Ovidio; Ma sta' zitto: io conosco il servitore, E volendo una lettera mandare, Io glie la posso far recapitare.
Dici davvero? - Davver, ti do parola: Ma bada, già lo sai, con certa gente Unger bisogna un po' la cariola, Che senza niente non si fa mai niente. -
Quanto gli s'ha da dare? - E che lo so ... Un francescone? - Ebben, glielo darò. - E tutto allegro in camera si chiuse, E prese carta, penna e calamaio,
E a scriver cominciò; ma si confuse, Fatta appena la data di Gennaio, Sul titolo, ignorando le maniere Che si usan con le donne forestiere.
Mio tesoro - no, è troppo: e il cancellava; Idolo mio - anche questo non sta bene, S'offenderebbe forse: e lo fregava; Adorata cagion delle mie pene -
Nemmeno - Del mio cor sola regina - Non mi piace - ho capito: SIGNORINA. Dalla città di Genova quà venni, o Signorina, Onde studiare e apprendere la bella medicina.
Non giù ch'abbia per vivere bisogno di studiare, Ma il fervido mio genio mi parta ad applicare. Quà giunto, molti encomj per tutta la città Sentii far dell'angelica e rara sua beltà;
Ma io che come figlio di Palla, e non di Venere, Adescar non mi lascio dalle lusinghe tenere; Non volli al primo credere che questa sua bellezza, Che facea tanto strepito, giungesse a tale altezza.
Ma, oh Dio! dacché Domenica vicino al suo palchetto Trovandomi al teatro, la vidi di prospetto, Ne son così fanatico, che di pensier mi cangio; E da quel giorno, ahi misero! non dormo più, né mangio.
Ad ogni altro invisibile, in Lei, se ne rammenti, Senza badare all'Opera, tenni gli sguardi intenti. Ma quel che a darle pregio viepiù mi sprona e m'anima, È, che non solo ha il corpo, ma ha bella ancora l'anima.
In quanto a me, vantare non posso i merti miei: Son Marchese, ma bello non sono al par di Lei. Posso però vantarmi d'avere un cor cotale Ch'ama d'amore immenso, e soprannaturale;
Però pieni d'indivia gli amici a tutte l'ore: Felice quella, esclamano, che avrà cotesto core! Ah sì, mia Signorina, lo creda in verità, La renderò felice, se lo possederà.
Solo da Lei mi basta ch'io sempre amato sia, E s'io son tutto suo, sia Ella tutta mia; Intanto sradicandomi questo mio cor dal petto, Lo chiudo in questa lettera ravvolto in un Sonetto.
Veramente bizzarra è la maniera: Ma dal Petrarca in giù, gl'innamorati Han creduto che i versi sian la vera Strada per esser dalle donne amati;
Sì! i versi! lo so io quel che ci vuole ... Ma adesso non vo' perdermi in parole. Sigillata la lettera, la manda Per mezzo dell'amico, a chi desìa;
E per l'amor di Dio si raccomanda, Che se il suo bene una risposta dia, Subito gliela rechi; e in man gli pone, Oltre al foglio, il promesso francescone.
L'assicura l'amico, e gli promette Di renderlo felice al suo ritorno. Figuratevi voi com' egli stette In convulsion per tutto quanto il giorno!
Ma sul finir di quell'eterno dì In lui s'avvenne, ed esclamò: e così? Nulla - rispose quei con faccia tosta - Non mi canzoni? nulla? proprio nulla?
Eh via! tu ridi: dammi la risposta. Quegli allor trasse fuor della fanciulla Il foglio, ch'ei gli tolse dalle mani Rapido, come un osso tra due cani.
Era già notte, e non ci si vedea: Sicché postosi sotto ad un lampione, La sospirata lettera scorrea Con tanta fretta, e tanta confusione,
Per cinque volte o sei, che mai capire Ei non poté quel che volesse dire. Ma quando poi calmato alquanto fu, E rilesse lo scritto attentamente,
Vide ch'essa gli dava un randevù Per le cinque ore del mattin veniente; Ond'ei si trovi nella via maestra, Ch'ella sarebbe stata alla finestra;
E un servitore gli aprirà la porta, Appena si sarà quivi condotto; E poi col mezzo di sì fida scorta Si troveranno insieme in un salotto,
Ove a lui tutta ella spiegar la fiamma Potrà del cor, finché si desti mamma. Amici miei, galanti giovinetti, Se mai per bella donna amor vi prese,
Se riceveste mai tali biglietti, Ben capirete qual del Genovese, Avendone voi fatto esperimento, Fosse allora la gioja ed il contento.
Corse dal parrucchier pieno di festa, E si fece la testa accomodare; Ma quando io dico accomodar la testa, S'intende che si fece pettinare;
Perché in oggi la testa più apprezzata È quella, che sta meglio pettinata. Per non scomporne poi l'acconciatura, Si mise in una sedia, e se dormìa,
Libero il capo in quella positura Senza guastarsi dondolando gìa; Un giorno il Galileo vide in tal guisa Dondolare la lampada di Pisa.
Ma quando l'oriol batté quattr'ore, Tutto ei si profumò, d'acqua di rose, (Ché al suo ben sa che piace un tale odore). Uscì di casa, ed in cammin si pose
Senza pastrano, attillatino, e in falda, Onde sembrare un'anima più calda. Batton le cinque, suonano le sei: E tu l'odi, o infelice! e tutto è chiuso;
Invan passeggi, invan ti volgi a lei: Non v'è che Borea che li gela il muso; E mentre pesti i piedi e ti stropicci, Con lui l'adiri che li sciupa i ricci.
Aspetta, aspetta, al tocco delle sette Apresi una finestra, ed ei n'è lieto: Ma oh Dio! gli è un servitore che si mette, Senza badarlo, a sbattere un tappeto;
E mentre ei volea chiedergli pietà, Quei serra la finestra, e se ne va. S'apre poi l'uscio - Oh ecco la ragazza! Ecco, esclama, il mio bene, il mio soccorso! -
Era lo spenditor che andava in piazza, Né il mira; ond'ei per attaccar discorso, Gli si accosta; eh, - gran freddo fa stamani - Gli dice; e quegli: - eh sì, freddo da cani! -
E si ravvolge poi nel ferraiolo, E segue il suo cammino, e non gli bada. Che far dovea lo sventurato, e solo Giovin morto di freddo sulla strada?
Degli Scolari udito il campanone, Andò in Sapienza per disperazione. Là il Romano che avea la tela ordita, Assiso in una panca ritrovò,
Che gli richiese: insomma? com'è ita? Cui sospirando il tutto raccontò. E l'amico: oh per bacco! oh questa poi! ... Scrivile un poco, e dille i fatti tuoi.
Dille: che se ti vuole esser amica, Non si tratta così coi giovinotti; Che se non ti vuol bene, te lo dica, Ma non ti faccia perdere le notti,
Perché non vuoi tornare a casa morto ... Scrivi il foglio, e vedrai se glielo porto. Quand'ei si fu ben bene assicurato Che il Professore non facea la chiama,
E ch'esser non potea cruce-signato; Ritornò a casa, e scrisse alla sua Dama Una seconda lettera, così Come l'amico suo gli suggerì.
Scrisse; e n'ebbe in risposta: che dolente Era dell'accaduto, ma che stata Era sì poco bene veramente, Che nol volle ricever da malata;
Ma che fosse a cavallo il giorno appresso Alle Cascine, ed anderà con esso. Vi fu, e mirò (quando si dice i casi!) La sua Diva, e due donne circondarla,
Con un Signor che avea gli occhiali, quasi Per raddoppiar la vista a vagheggiarla; Ond'ei, per non sturbar la compagnia, Dietro dietro trottando la seguia.
E a ogni moto di braccio che vedea. Penso ch'ella così lo salutasse; E a ogni moto di spalle, si credea Che un sospiro dal petto le volasse;
E pieno di fiducia, e più sicuro Deduce dal preterito il futuro. Ma già la compagnia fugge a galoppo Rapidissimamente, e si dilegua;
E avendo il suo cavallo un piede zoppo, È impossibile omai ch'egli li segua; Ma pur per caso ritrovolli alfine Nella gran prateria delle Cascine.
Io dico che per caso ritrovolli, Poiché, mentre il desìo gl'invoglia, e muove, Discesi appena sovra l'erbe molli, A ritornar dalle Cascine Nuove;
Al lor compagno un fatto tal seguì, Che obbligò le tre donne a restar lì. Retta prima la staffa alle Signore, Ultimo il Cavaliere un piede caccia
Nella sua, per montar, ma il corridore Exabrupto gli fece un volta faccia; Ond'egli, uscito d'equilibrio a quella Mossa, batté col naso su la sella.
Scorre di sangue, e oh di qual sangue! un rio: Si turbaron le Donne al fero caso, (E a dirla mi sarei turbato anch'io), Credendolo rimasto senza naso;
Ma quel ch'ei reputò peggior dei mali, Fu, ch'oltre al naso, fracassò gli occhiali. Dalla casa vicina con la secchia, Come in tai casi disgraziati avviene,
Corser tosto e la giovine e la vecchia, Perché se lo sciacquasse bene, bene: Ei tirando su l'acqua dalle mani, Malediva i cavalli italïani.
E oh coraggio, e virtù! quasi ridente Il suo naso additando alla fanciulla, Che gli chiedea: vi siete fatto niente? Rispose: no, non mi son fatto nulla.
Ma in verità sbucciato è un pocolino, E una fragola sembra di giardino. In mezzo a tutta questa confusione, Eccoti lemme lemme il Genovese,
Che udita del successo la cagione, Non se ne rallegrò, né se la prese; Solo si volse alla donzella, e questa In altra parte rigirò la testa.
L'essergli stata d'uno sguardo avara, Ei lo prese per tratto di modestia, Sicché disse fra sé: quanto gli è cara! E noi diremo a lui: quanto gli è bestia!
Ma in città quei tornar dopo il periglio; E il Genovese resto addietro un miglio. Varj furono in seguito i biglietti, Varj gl'inviti, varie le promesse:
Ma non ebber per lui de' buoni effetti, Perché non fu giammai che si vedesse Giungere il felicissimo momento Del tanto sospirato abboccamento.
Era omai per finire il carnevale, E la burla un po' lunga gli era parsa; Sicché il Roman credette prudenziale Di dover porre un termine alla farsa;
E invitò a cena il Ligure garzone In un palco, in serata di veglion. Al teatro a vedere, e ad esser viste, Corrono e spose e vedove e donzelle
In sere tali, e pescano conquiste; Ma questa nostra, che non è di quelle, In casa a farla a posta si trattenne In quella sera, ed al veglion non venne.
La cena cominciò con allegrìa: Ma l'amator che sempre era voltato Per veder se il suo bene comparìa; Quando vide l'affare disperato,
E ch'ella omai più non venia s'accorse; Ambe io labbra per furor si morse. E battea i piedi, e non volea mangiare: E un tal gli chiese: ma che diavol hai? -
Ti prego, in carità, lasciami stare ... Rabbia com'ora, non l'ho avuta mai, La mia ... (e nomolla), a cui vo tanto bene, M'ha scritto che veniva, e poi non viene. -
Eh, eh! t'ha scritto! allor gridaron tutti: Vuol far altro che perdersi con te! Ci vogliono dei belli, e non dei brutti Per far fortuna con le donne, eh, eh! -
Non lo credete? eccovi quì lo scritto .... E il Roman l'interruppe: eh via, sta' zitto! Chi vuoi che t'abbia a scrivere? scempiato! Lo dici dalla voglia che ne avresti. -
E il Genovese replicò alterato: Questi son suoi caratteri: - No, questi Son caratteri miei; questi altri poi, Che mi levo di lasca, sono i tuoi.
Ecco quì tutte quanto le tue lettere, A cui per celia rispondeva io stesso; Io solo in burla t'ho voluto mettere; E coi danari, che mi hai dati spesso,
Agli amici imbandita ho questa cena, Per darli una lezione a pancia piena. Ma questo è poco: ti dirò di più, Che la ragazza sa la scena, e che
Quando il tuo amore a lei svelato fu. Ella rise moltissimo di te, E delle tue scempiaggini, e giurò Che mai, neppur per sogno, ti guardo.
Arse di sdegno l'amator deriso: E per far sul Roman pronta vendetta, Un ovo sodo gli scagliò sul viso; Ma non lo colse perché fe' civetta;
Che se la fa più bassa quattro dita, Pel povero Romano era finita. Pur dell'amico suo l'inganno ordito Presto poté scordar; ma non l'idea
D'esser dalla ragazza anco schernito, Ch'era tal che scordar non si potea; E affogato dall'ira, che l'afflisse, Ah donne! donne! ... disse: e più non disse.
E prorompendo nella rabbia estrema, Poiché la vita gli sembrò molesta, Afferrato il cucchiajo della crema, Se lo voleva dare sulla testa;
Ma fortuna da Dio che riparata Fu dagli amici quella cucchiajata! Ferma! ferma! gridarono: sei matto? Di te stesso vuoi far barbaro scempio?
E sotto gli occhi degli amici, a un tratto Dei Gianfaldoni rinnovar l'esempio, O rinnovare in così lieta sera L'atroce caso della Bordighiera?
Ah non fia ver! - torna tranquillo e gajo, E qui gli eccessi tuoi restino spenti: Se si risà l'affare del cucchiajo, Il ludibrio del pubblico diventi;
Ma se occulta tra noi resta la cosa, Potrai trovarti una più bella sposa. Cheto, pensoso, torbido, ed intriso, Di sangue no, ché meglio sarìa stato,
Ma di liquida crema i panni, e il viso, Fu dagli amici a casa accompagnato; Ove convinto risolvette poi D'ire o dormir, come faremo noi.
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