Donne, perché se qualche volta, a caso, Gli occhi, senza pensarci, in me volgete, Io vi sento esclamar: guarda che naso! E sotto i baffi poi ve la ridete?
L'ornamento più bel d'un uomo integro Vi desta, Donne mie, l'umore allegro? Se piaciuto è alla provida natura Favorirmi d'un naso magistrale
Che d'interrogativo ha la figura, E che far ci vorreste? in caso tale Al par di me, Donne, sapete bene Che bisogna pigliarlo come viene.
Anzi vi giuro sulla mia parola, Parola di poeta e di dottore, Che questo naso fece sempre gola A chi seppe comprenderne il valore:
Che indizio è un naso maestoso e bello, Di gran ... e di gran che? - di gran cervello. E adesso ch'è fra noi comune usanza, Birci o non birci, di portar gli occhiali,
Per darsi una cert'aria d'importanza; Ci voglion nasi grossi e madornali: Se no, scusate la domanda onesta, Metteteci gli occhiali, e che ci resta?
Sicché, parlando senza fasto e boria, Se il Berni, il Mauro e il Casa, in altra età Fecer di cose frivole l'istoria, Perché con più ragion non si potrà
Farla d'un naso, il qual, se non mi gabbo, Si può chiamar di tutti i nasi il babbo? Mia madre, onde aumentar l'itala fama, Fin dall'istante che si maritò,
Di fare un bel ragazzo ebbe la brama; E per quattr'anni intieri il ciel pregò Che la facesse di tal grazia degna; Prega e riprega poi, diventò pregna.
Giunto del parto il sospirato giorno, Fra le solite doglie e fra gli omèi, Fece accendere i lumi intorno intorno Ai Santi della stanza e agli Agnusdei,
E l'assisté con molta gravità Un vecchio Professor della città. Ma quando alfin del matern'alvo fuore, Qual piacque al ciel, questo bel cesto uscì,
Cascarono gli occhiali al Professore; Ond'ei che ci vedea così, così, Feto e naso tastando appena nati, Li credé due gemelli appiccicati.
Ma poiché con gli occhiali rimirò Che in tutto era un sol naso, e un figlio solo, Poffaremmio! l'ostetrico gridò, Se cresce il naso al povero figliòlo
In proporzion, col crescere degli anni La cupola parrà di San Giovanni. Ed in men che nol dico, le novelle Se ne sparsero in tutta la città;
E maritate, e vedove e zitelle Tratte da natural curiosità, Corsero in folla a me. Tanto fe' caso Nell'Aretine femmine il mio naso!
Come dentro ai cipressi in sulla sera S'odono cinguettar le passerette, Nella stessa stucchevole maniera Tutte quelle pettegole ristrette
In un sol loco, a un tempo discorrevano, Ed un casa-del-diavolo tacevano. Ma voglio, prima che m'esca di mente, Dirvi una cosa; ed è, che assicurato
Mio padre fu da quel dottor valente, Ch'io per altro fortuna avrei trovato, Con quel tòcco di naso, in ogni loco; E il saperne il motivo importa poco.
Ben importa però ch'io vi dimostri Suoi pregi tutti, onde non resti oscuro Un naso, ch'è l'onor de' tempi nostri, Né vi piaccia d'averlo pel futuro
Qual d'averlo vi piacque nel preterito; Che si faccia, vo' dir, giustizia al merito. Lungo, grosso è il mio naso ed aquilino, Come vedete; ed è stimabil più
Che se tondo egli fosse, od asinino, O schiacciato, o depresso, o volto in su: Almen se mi vien voglia di soffiarlo, Gran fatica non duro a ritrovarlo.
Ma ciò un nulla sarebbe. La ragione Più forte, più plausibile, più vera E, che con questa raccomandazione Vo per tutto, per me non c'è portiera;
Ed un uom singolar son reputato, Benché; poeta e nobile spiantato. E sapete perché? ve lo dich'io Perché ha fatto conoscer l'esperienza
Che quei ch'ebbero il naso come il mio, Furono ai tempi antichi arche di scienza; E queste non son frottole, né favole Che raccontino ai putti le bisavole.
Autentica è la prova, o chiara: Sì, Madonne; in un raro libro istorico D'un certo Stilicone di Megara Trasportato in latin dal sermon dorico,
Alla pagina undecima, o lì presso, Scritto trovai quanto vi dico adesso: Aristippus, Isocrates, Cratippus, Aristoteles, Crantor et Xenocrates,
Solon, Crates, Demosthenes, Xantippus, Xenophon, Epitettus et Arpocrates Nasum porro mirandum habuere, Et praetium sapientiae retulere.
Fu ad Ottaviano e alla real famiglia Ovidio accetto; ma non già perché Avea moglie leggiadra, e vaga figlia: Dio guardi! a ciò non mai badano i Re;
Ma perché avea gran naso: e infatti poi Di Nasòn col cognome è giunto a noi. E oh! vate degno di men dura sorte: Te visto non avria lo Scita e il Geta,
Se, cauto più conoscitor di corte, Frenavi quella tua smania indiscreta Di ficcarlo per tutto! E chi t'insegna A dar di naso in tasca anco a chi regna?
Se mal non mi sovvien, fu Domiziano Che ordinò dei Censori al magistrato, Che, nel crearsi un senator romano, Il naso pria gli fosse misurato,
E non potesse alcuno esser promosso Se lungo non l'avea, ricurvo e grosso. E narra Lucio Floro che Tiberio, Quando, all'oggetto d'impinguar l'erario,
Impose sopra i nasi dell'imperio In virtù d'un editto straordinario, Chiuse, dicendo, che ogni naso egregio Dell'esenzion godesse il privilegio.
Ma forse qualche inetto bell'umore Reputerà canora bagattella Che volesse un romano imperatore Por sui nasi la tassa. O questa è bella!
Se le bocche pagavano i Toscani, Pagar poteano il naso anco i Romani. Scritto di Montelupo è sui boccali Che il naso è quel, che più nell'uom s'estima;
E però quando volle il Caporali Cantar di Mecenate in terza rima, Non principiò la sua leggenda a caso: Mecenate era un uom, che aveva il naso;
Ché dal naso incominciasi ogni azione: Comincia dal soffiarlo il ciarlatano, L'accademico pria dell'orazione, Prima del benedicite il guardiano;
E talor se lo soffia onde pensare, Se nell'esame inciampa, uno scolare. Derivano dal naso anco i Casati Nasi, Nason, Nasali, Nasimbeni,
Nasicchi, Nasincresci, Nasidati, Nasolini, Nasucci, Nasidieni; E noto è sul Tirreno a questi e a quelli Il valoroso General Naselli.
Direi di più; ma più che val ch'io dica, Se Scipio ancor si reputò beato Di sentirsi appellar Scipion Nasica; E se il Terzo Filippo fu chiamato,
Dai Francesi Nasaccio, ovvero Nasino, Secondo il Vellutello ed il Landino? Donne, in serio vi parlo o non in gioco; Giacché tutti mostriamo un tale arnese,
È assai meglio abbondar, che averne poco. Oh come godo allor che pel paese Mi sento dir da ognun: vosignoria Ha il più bel naso che visto si sia!
Allor ch'io giunsi dalla patria terra A far le viste di studiare in Pisa, Mi fecer quelle donne un serra serra, Ed il mio naso a lor piacque in tal guisa,
Che il mangiavan cogli occhi, c aprian la bocca ... Ma il mio naso si guarda, e non si tocca. Pur d'essere un bell'uomo io non mi picco; Son brutto anzi, son piccolo, son secco,
Ho il viso del color dell'oro-chicco ... Ma che val? quando il naso ho fatto a becco, Fossi nel resto peggio d'un Calmucco, Io sarò sempre delle donne il cucco.
E va ben, perché avendo per natura Piccol naso le donne, in conseguenza Vedendo un naso di buona misura Desta in loro una certa compiacenza
Che non si può spiegar se non da chi, Trovandosi nel caso, la sentì. Perché credete voi dunque, o mie care, Che Venere sposasse un brutto zoppo
Di figura sì sconcia e singolare? Perché un bel naso le piaceva troppo: E Vulcan, come appar da cento lochi, Aveva un naso, che si vede a pochi.
Quanto compiango quei Guerrier di Francia Che incontro al freddo abitator del polo Mosser per farsi traforar la pancia! Poiché ognuno dormì sul nudo suolo,
Chi può ridir come sarà rimaso Quando destossi, e non trovò più il naso? Oh avesser tratte, barbari! le cuoia Que' mostri, che dettàr leggi alle genti,
Pria che imponesser, che per man del boia Fosse il naso tagliato ai delinquenti; E quando senza naso si fur visti, Ahi! dura terra perché non t'apristi?
Riman, se un piè si perde, l'altro piede; Se si taglia una man, l'altra vi resta; Se un occhio va, coll'altro ci si vede; Ma se va il naso, termina la festa.
Ah! perché piacque ai sommi Dei del polo Far tante cose a doppio, e il naso solo? Il perché lo so io, se ad un poeta Pur lice qualche volta indovinare
Degli alti Dei la volontà secreta, Perché ognun sel sapesse conservare: E a me crediate, ell'è una gran fortuna Serbarlo saldo a tai lumi di luna!
Numi del ciel, se a me sovrasta un male, Vi prego in carità, fate che sia Colica, gotta, tise-tracheale, Emicrania, quartana, pleurisìa;
Ma non abbiate il barbaro piacere Di farmi senza naso rimanere. Meco nacque, con me fu bambinello, E a misura ch'io crebbi, crebbe anch'ei;
Or ch'è venuto grande grosso e bello, Come! veder rapirmelo dovrei? Morir piuttosto io vo', né mi confondo, Che restar senza naso in questo mondo.
Uom pingue e d'alto portamento austero Piace, e snello talor, gaio e giocondo; Chi d'occhio azzurro il vuol, chi d'occhio nero, E qual ch'abbia il capello o bruno o biondo;
Ma domandate un poco se per caso Una ce n'è, che il brami senza naso? Alla bella Francese il Cigno d'Arno No, senza naso non sarìa piaciuto;
Dante per Bice avrìa penato indarno Se un grosso naso non avesse avuto; Solo il Tasso gettò l'inchiostro e l'opra, Per la ragione che v'ho detto sopra.
Ma per tornare al mio Protagonista Degnissimo d'istoria c di poema, Di cui, notate ben, la sola vista A riso muove qualche festa scema,
Dirò, che la comun madre amorosa Quando lo fece, fece una gran cosa. Credo certo, che al mondo non si dia Un naso come questo, che innamori;
Merita d'esser posto in Galleria, Per servir di modello agli scultori, E onde i lontani ammirino e i vicini, Che hanno buon naso ancora gli Aretini.
E se pel Vate, ch'Albïon sublima, Splende in ciel di Belinda il Riccio adorno; Or chi sa che cantato in sesta-rima, Con sette stelle risplendenti intorno,
Tratto dai Silfi al più vicin dei poli, Non brilli il Naso ancor del Guadagnoli!!
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