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1798–1858

IL MIO ABITO

Antonio Guadagnoli

Mio pover'Abito, Mio dolce amico, È ver, sei lacero, È ver, se' antico;

Ma t'ebbi al prospero Tempo, ed al rio, Indivisibile Compagno mio;

E di te memore, T'amo, e non posso Mio pover'Abito, Trarti di dosso.

Quei che volubili Seguon l'usanza, Vengano, e ammirino La mia costanza.

Io son per pratica Pur troppo istrutto, Che in questo secolo L'abito d tutto!

Vedi quel nobile Che tien cucito Un nastro serico Sopra il Vestito?

Se togli l'abito, Alle maniere Chi può distinguerlo Per cavaliere?

Dov'è la grazia, La cortesìa, Dove il magnanimo Tenor di pria ?

Pria difendevansi Le donne oppresse: Or si bastonano Le mogli istesse!

Altri va in collera, Mena rumore, Se non gli dicono « Signor Dottore. »

Ma quei che titolo Tale si arroga, Si può conoscere Senza la toga?

Il volgo ignobile, Lo credereste? S'umilia, inchinasi, A chi? a una veste!

Così a quell'asino, Che indosso avea La ricca immagine Di Citerèa,

Mentre la tumida Bestia passava, Devoto il popolo S'inginocchiava. -

O mia carissima Veste, non mai Per fasto inutile Io ti portai;

Né mai per debito Fosti tirata, Poiché, sei lacera, Ma t'ho pagata

Col frutto lecito De' miei sudori, Ché un'alma nobile Non vende amori;

Però la solita Sorte non ha Di quei che trovano Chi glie ne fa.

Sotto, le maniche Mostran la corda; Ma la mia gloria Ciò mi ricorda,

Ché consumavale Dall'estro invaso, Per Voi, mie Femmine, Scrivendo il NASO.

Per troppo volgermi In qua, e in là, Vedete? il bavero Consunto è già.

Pur, ciò non recami Doglia, o martìr, Anzi è il più tenero Mio sovvenir!

Poiché rammemoro Que' giorni gai4 Che di una giovine M'innamorai!

Spesso nell'essere Tra madre e figlia, Per il buon ordine Della famiglia,

Con la politica Più fina e bella, Tenevo a chiacchiera Or questa, or quella.

Ma se alla giovane Piano all'orecchia Volea discorrere, L'accorta vecchia

Che c'è? ( col gomito Urtando il mio ) Che c'è? (dicevami) Vo' udire anch' io!

Ed io rispondere Soleva: eh nulla! E rivolgevami Alla fanciulla.

Ma quel continuo Girar di collo Fu pel mio bavero Un gran tracollo!

Pur, ciò non recami Doglia, o martìr, Anzi è il più tenero Mio sovvenir!

Eh! se alle femmine Siedo vicino, Non fo la statua, Sono Aretino!

E vo' discorrere, Voglio adocchiare, E mi vo' muovere Quanto mi pare;

E se il mio bavero Ne soffrirà, Pazienza! il bavero Si rifarà. -

Qui, dove l'Abito Si sovrappone Presso allo stomaco, Manca un bottone.

Di dieci, ch'erano, Rimangon nove: È il vostro numero Figlie di Giove!

D'argento cupida Spesso la mano Porto alle misere Tasche, ma invano!

Pur questo deficit Non mi dà pena, Anzi più m'eccita L'attica vena;

Sicché gli OPUSCOLI Cangio in moneta. Oh che delizia L'esser poeta!

Tutti si firmano Per amicizia; E tutti pagano! Oh che delizia!

Dunque, o mio lacero Abito antico, Mio fedelissimo Compagno, e amico,

Che meco all'inclita Roma sei stato, E meco all'epoca Del Dottorato,

(Talché lasciandoti Avrei temenza Di teco perdere Mezza la scienza );

Soave ed unica Cagion tu sei De' felicissimi Contenti miei!

Per te m'è il vivere Giocondo e caro, Poiché a conoscere Gli uomini imparo.

Quando eri celebre Per l'elegante Gusto, nel frivolo Mondo galante,

E avevi il merito Dell'esser bello, Tutti si tolsero A me il cappello;

Per le anticamere, Dovunque andassi, M'udia ripetere: Oh passi! passi!

Meco parlarono I gran Signori, Ebbi il Lustrissimo Dai servitori;

Caro alle femmine Vissi, ma ohimè! Gli onor, le grazie Venìano a te!

E or che non ecciti Facil diletto Con quel tuo squallido Informe aspetto,

Al ballo, al circolo M'odo intuonare: « Con cotest'Abito Non può passare ». E se a far visita

Vado a taluno, Mi fa rispondere: « Non c'è e nessuno ». Ciascuno evitami,

Ché teme, scaltro! Ch'io chiegga imprestiti Per farne un'altro. - Mio pover'Abito

Or vedi, se Gli onòr, le grazie Veniano a te! Pur teco il vivere

M'è grato e caro, Poiché a conoscere Gli uomini imparo. Pèra l'inutile

Fasto, né s'oda Più dai fanatici Vantar la Moda, Funesta origine

D'ozio, e di noja; Fra spoglie misere Vive la gioja!

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