Illustrissimo Signore, Un pacifico Dottore Comparisce a voi davanti Senza urlar, come fan tanti,
Che con strepiti e clamori Sbalordiscon gli Auditori, Che alle volte più non sanno Poveretti! quel che fanno.
Io dirò le mie regioni Con risparmio di polmoni, Né l'orecchia delicata Fia del giudice stancata.
Il mio Padre, pover'uomo! Era un degno galantuomo; Uom cristiano, uomo di lieta Compagnia, dotto, poeta,
Non avea vizio di gioco, Con le donne stava poco, Non sprecava in pranzi, o in cene .... Era insomma un uom per bene;
Ma fra trappole, e fra scrocchi, Si faceva mangiar gli occhi Dai cristiani, e dagli ebrei, Lux perpetua luceat ei.
Pur, non creda il Tribunale Ch'oggi audace io qui mi porti Di mio Padre a parlar male, Né a turbar la pace ai morti,
No: soltanto ho detto questo, Per poi farmi strada al resto, E mostrar, che quando Iddio A sé il volle, e resta' io,
Degli antichi e nuovi acquisti Vidi fatto repulisti; Talché al mondo or più non ho Se non quel che ci lasciò
Il prim'uomo, e ognun lo sa, Come per eredità. Nondimeno, morto il Padre, Con la dote della Madre
Sperai viver, ma anche qui Il mio calcolo fallì. Babbo avea dal Gamurrini Acquistato un fondo, che
Per mancanza di quattrini, Al Del Bono rivendé; E pel caso d'evizione, La mal cauta genitrice
Accedé mallevadrice Obbligando una porzione Delle sue doti a favore Del ridetto compratore.
Ah non mai l'avesse fatto! Son sei mesi che ad un tratto Il postiere mi s'accosta, E mi dice che alla posta
V'è una lettera per me; Vado, l'apro e leggo .... ohimè! È il Del Bon (che d'esser buono Forse avrà con gli altri il merto,
Ma per me non l'è di certo), Che mi scrive con quel tono Che si prende il creditore Quando parla al debitore:
« Mio Signore Eccellentissimo, « E padrone colendissimo: « La ragion per cui le ho scritto « È, che il fondo è stato evitto
« Che acquistai dal fu suo padre; « Sicché pensi o la sua madre, « O ella in proprio, a rilevarmi, « E del tutto a indennizzarmi;
« D'ogni imbroglio ella può uscire « Con duo mila cento lire, « O diciam scudi trecento; « Sicché attendo il pagamento;
« Se non paga, in caso tale, « Io la metto al Tribunale; « E di lei mi dico, e sono « Servitor - Mauro Del Bono. »
Ah Signor! se in tal frangente Non mi venne un accidente, Fu la Vergin del Conforto, Altrimenti sarei morto.
Io pagarlo con il mio? Io pagarlo? pagarlo io? Io che nulla ho ereditato, Che niun debito ho creato,
Che m'ingegno e fo il maestro, Che a tortura metto l'estro, Ed ardisco in versi scrivere Per cavar tanto da vivere,
Né mi giova, benché sudi, Io ho a pagar trecento scudi? Ma d'altronde che si stilla? Qui l'affare urge; ai compensi;
Non v'è altro che si pensi A far vendere la Villa Che abbiam prossima ad Arezzo, E pagarlo con quel prezzo.
Tanto, a noi cotesto effetto Non dà util né diletto; Che se in Pisa dimoriamo, Stare in villa non possiamo.
Fu ad Anton di star concesso In due luoghi al tempo istesso; Ma noi siam, per quanto io so, Buoni sì, ma santi no.
E una villa già abitata, Poi deserta e abbandonata, È l'immagin d'una bella Derelitta vedovella
Che ogni giorno più di prima Deteriora nella stima. E anche il fondo annesso, il fondo Pria fruttifero e fecondo,
Col padron così lontano, Non dà più né vin, né grano; Anzi ascolto ogni momento Ch'or la grandine, ora il vento,
Or la nebbia, or la brinata La raccolta ha consumata. E il pagar l'imposizione, Che dà poca soggezione?
Ah signor, vi parlo schietto, La coscienza non m'aggravo, È più quel che ci rimetto, Che sia quel che ne ricavo.
Nondimeno o prima, o poi, Non vendendola da noi, Qualcheduno vi sarà Che per noi la venderà;
E fra due mali, il minore Parmi il vender con onore, Che aspettar che venga fatta Una vendita coatta.
Ma siccome il detto stabile È per legge inalienabile, Giacché vender non si puote Tutto ciò che spetta a dote;
È per questo, che al presente Faccio istanza reverente Che vi piaccia autorizzare La mia Madre ad alienare
Detta villa col podere, Per pagar chi deve avere; E di quel che avanzerà, Farem ciò, che piacerà
D'ordinar che fatto sia, Alla vostra Signoria. Non dirò che una tal vendita Non minori la mia rendita;
Ma la Mamma s'è obbligata, E la somma va pagata; E la paghi o Mamma, o io, A ogni mo' ne va del mio.
Però, parmi men dannevole, Far le cose all'amichevole; Altrimenti, rotti i patti, I legali inizian gli atti,
E il trecento, divien mille; Vadan pur palazzi, ville, Fattorie, poderi e campi, Ma da liti Iddio ci scampi,
E dall'ugne dei legali, Che fan conti da speziali! Voi che siete il mio presidio, Deh! toglietemi all'eccidio,
Che con brusca e dura faccia, Il Del Bono mi minaccia. Voi, che il giusto conoscete, Sollevate, proteggete
Un poeta sventurato: E se troppo v'ho seccato, Distendetemi il Decreto, Ed allora starò cheto.
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