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1798–1858

ALLA SIGNORA GIUSEPPA DEL GRECO

Antonio Guadagnoli

Come rimane estatico un villano Quando il giocolator di porgli finge Un francescone sulla vuota mano, E stringila, gli dice: ed ei la stringe,

Poi l'apre, e più non trova la moneta, Così è rimasto il povero Poeta. Per me non già, che per me nulla io merto; Ma per l'anima grande, e generosa

Dell'Augusta Padrona, e per Voi, certo Sperai, nol niego, d'ottener qualcosa, E con tutta fiducia lo sperai ... Ma questa volta non l'indovinai.

Pur di sperar non cesso: e poiché siete Benefica e gentile per natura, Spero che ad Essa mi ricorderete: Dice il proverbio: vince chi la dura;

E batti, balli, entra alla fine il chiodo Che alle prime picchiate è stato sodo. Ma se de' casi miei male informata Ricco mi crede più di quel ch'io sono,

Legga la Vita che ho di già stampata, E la Domanda per Mauro Del Bono, E fatto poi di mie sciagure il novero, Giudichi se son ricco, o se son povero.

Spari l'avito patrimonio: sola Della Madre restavami la dote: Anche metà di questa mi s'invola, Ed io rimango con le mani vuote:

Se ogni ben di fortuna è andato via, Dunque dov'è questa ricchezza mia? Son'io forse il Borghesi, od il Corsini, Che non abbia bisogno di denari?

I Poeti son tutti poverini, Ed è un miracol se si cava pari: Non lo credete? ebben: di quel ch'i' ho Qui presto presto il computo vi fo.

Sessanta scudi il Principe mi dà; E cencinquanta me ne passa all'anno Come Maestro, la Comunità; Cencinquanta e sessanta, quanto fanno?

Dugento dieci scudi: - or la partita Confrontiam dell'entrata con l'uscita. Tiriamo giù all'ingrosso: per salario Al servitore, uno zecchino al mese:

Trenta monete all'anno per vestiario: Mettiam trecento tra pigione e spese, Ma ne van più; sicché dentro l'annata È maggiore l'uscita dell'entrata.

Della casa rimastami in Arezzo, Ch'è l'avanzo dotal, come vi ho detto, Rilascio in mano al conduttore il prezzo Affinché pensi a risarcirne il tetto

Il quale è vecchio, e di cader minaccia, Altrimenti rovina, e te lo schiaccia. Dunque, Geppina mia, cosa mi resta? Ve lo direi, ma il prenderete in gioco:

Mi riman solo un briciolin di testa; E una testa poetica val poco; Pur mi contento: scrivo in poesia, E a forza di libretti tiro via.

Ma se nel mezzo a tante mie disgrazie, Tutte le Dame, e tutti i Cavalieri Cui reco un libro, mi dicesser: grazie, Questo libro l'accetto volentieri,

Ma a pagarvi l'importo mi vergogno, Perché voi non ne avete di bisogno; Allora, cara mia, come si campa? Oltre a far delle croci in quantità,

Vi si rimette il prezzo della stampa; E l'industria in tal caso dove va? È inutil dunque l'imparare a scrivere, Se poi gli scritti non ci dan da vivere.

Oh tempo benedetto a che non torni Quando il corvo dal cielo al grand'Elia Portava il pane per quaranta giorni; O quando all'uscio, i Servi di Maria

Che omai più non avean le forze salde, Trovavan le pagnotte calde, calde! Ma disgraziatamente i miei peccati Hanno fra il Cielo e me posto un ostacolo,

Perché rinnovellarsi di que' frati, E del profeta Elia vegga il miracolo; Or: se dal cielo il pan più non discende, Senza quattrini in terra chi lo vende?

Pregate Voi l'Altezza Sua Reale Che mi sovvenga per l'amor di Dio, Altrimenti le cose vanno male Male, ma male pel bisogno mio;

Possibile sarà, che ai vostri prieghi Non si senta commossa, e ve lo nieghi? Io non pretendo già che in abitudine Passi l'elargizione, ed allegata

Venga per questa la consuetudine: Per una volta tantum mi sia data Per mezzo vostro generosa aita, E dopo questa la farò finita.

Dice il Vangel: chiedete, ed otterrete: Picchiate, e da qualcun vi sarà aperto: Cercate, che alla fin ritroverete: Ed io ne debbo dubitar? no certo:

Anzi il momento di vedere anelo In me avverato il detto del Vangelo.

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