Mentre io parlava, un risonante corno sentiva in una selva assai vicina e di can molte voci udiva intorno. Fra me pensai che fusse la regina
venuta a caccia forse in quel contorno, e però dissi: – Ergotele, camina, volge la prora del burchiello a riva, ch'io parlar possa a quella casta diva –.
In breve tempo a terra lo spingeva e in la giarosa arena dismontati, a uno arboscel la corda revolgeva del schiffo, e in ver il sono ambi aviati
de l'alto corno quale udito aveva, da la rivera un miglio delongati non eravamo a pena, che un pastore scontrai d'un magno gregge conduttore.
Sotto gl'inculti panni un grato aspetto aveva, e se l'è il ver che le fenestre gli occhi di l'alma sian, dentro il suo petto non era certo qual di fuora alpestre,
ma un nobile accidente in vil subietto in lui cognobbi a le parole destre, però che egreggiamente a quelle cose de qual lo interrogai presto respose.
– Dimmi –, dissi, – pastor, (sì Pan deffenda da ingordi lupi il tuo fecondo gregge) qual via de andare a quel castel si prenda, dove la casta dea comanda e regge.
E perché bene il tutto da te intenda, deh, dimme ancor se alle sue sante legge questo paese qual qui intorno vedo, è sottoposto, come penso e credo –.
E ello a me: – Sì il regno è estenüato, che a pena a un miglio cinge le gran porte; e se non fusse il gran castel murato di frigidi topazi tanto forte,
gli arebbe Amor più volte tolto il stato; e spesse fiate ancor con sue coorte fa correrie nel picciolo paese e sempre molte genti mena prese.
Andiam sopra a quel poggio e vederai la magna rocca ne la fredda valle e da me il camin dritto imparerai, il quale è un stretto e poco usato calle –.
Così si mosse e io lo seguitai con Ergotele mio drieto a le spalle. Montati il colle con assai prestezza, mostrommi l'ammirabile fortezza.
E vòlto disse a noi: – Ve ne andarete per questo male agevole sentiero, fin che a quel ponte là voi giongerete, in capo al quale è il revelino altiero,
come credo da qui veder potete –. E io: – O bon pastor, deh dimme il vero, se perigliosa è la scabrosa via de insulto di rapace fiera e ria –.
Assecurommi, e io dil bon servizio il regraziai e poi il camin presi, e el tornava al solito esercizio. Eran sì freddi e sterili paesi
che senza erba parea il terreno arsizio, unde che chiaramente allor compresi che in ogni loco dove manca Amore, bellezza esser non può né alcun vigore.
Da l'alta rocca era ancor longe un poco, quando a martel campane udei per tutto sonar, come per guerra o ver per foco, e molti vecchi vidi e alcun putto
fugire al vasto e inespugnabil loco con altra gente, come a suo redutto, gridando a l'arme e con la faza smorta, venir correndo in ver la fredda porta.
E dimandai dil subito terrore la causa e con fatica ebbi risposta: che i stradiotti questi eran de Amore, quali ardendo e robbando, giù la costa
calavan con solicito furore, e ogni villa a la diva sottoposta ponendo in preda, e erano lì presso. Dicean: – Se aspetti, il vederai tu stesso –.
Ecco gridando – Arme! arme! – in un drapello con archi in mano e con turcassi a' fianchi ninfe venir correndo al gran castello, con soi bei visi per paura bianchi;
e sì velocemente introrno in quello, che non parevan già soi piedi stanchi; e dentro intrate, il casto ponte alzorno, per non aver da quei soldati scorno.
Per questa novità pien di timore, voltato in fuga per tornare a drieto Ergotele, e anche io con batticore uscimo fuor del calle consüeto,
fuggir credendo questo gran rumore. Né fu il nostro partir tanto secreto, che a nostre spalle, come veltri a fiera, non fusser quattro armati a la leggera.
E correvan gridando: – State forte! Fermateve! se non che in un momento da noi receverete ambi la morte –. Ergotel, che era pieno di spavento,
vedendosi condutto a simil sorte, a fermarsi e a responder non fu lento. – Rendomi, o bon guerreri, a voi pregione, ma prego che ascoltate mia ragione.
Sappiate ch'io son servo di Apuano e del compagno Filareto degno. Qua siam venuti per un caso strano in questo inculto e infecondo regno –.
Ma sopragionse allora il capitano, Dolce-risguardo, privo de ogni sdegno, da Soave-parole accompagnato, dal quale anch'io pregione fui legato.
Ma pure al fine tanto ardire io presi, ch'io dissi: – Invitto duce, già venuti non siamo in questi sterili paesi per dare a la regina alcuni agiuti,
ma solo che per vero indizio intesi esser ne le sue mani pervenuti doi mei cari cagnoli in caccia persi, drieto a una bianca Cerva ambi dispersi.
Cercando i mei bracchetti, io capitai in un sì degno e nobile castello, quanto altro loco ch'io vedesse mai. Così come è pallaggio ornato e bello,
non men degni abitanti io glie trovai: il dotto Apuano e un suo come fratello, Filareto, quale è de scienza un mare, anzi la nostra età non ha a lui pare.
E se qual sian costor forse ignorate, Apuano è quel che amò tanto Mirina, cui fiamme ancor saranno recordate fin che correran fiumi a la marina.
E a ciò che a pieno il tutto ben sappiate, Filareto, che ha in sé tanta dottrina, nacque (non so se avesti mai memoria) de un conditor de la Sforziana istoria.
Questi come fratelli al castel stanno, menando vita solitaria e lieta e de Amor servi son, sempre e saranno; così volse il suo genio e il lor pianeta.
Questo suo servo meco mandato hanno, quale è destra persona e assai discreta, a ciò fusse mia fida compagnia, ché a venir solo io non sapea la via.
Però sì come disse il Salvatore, se me cercate, lassarete gire questo compagno mio suo servitore –. Né sì pregare io seppi o tanto dire,
che ambi non ne ligasser con furore come dannati a l'ultimo martìre. Dicevan: – Pregion sete a bona guerra, trovati essendo in questa fredda terra –.
Poi che cattivo nel gelato regno da le squadre de Amore io fui legato, e che la Fede e il Cor vòlser per pegno de esser fidele a lo amoroso stato,
usando a sua diffesa ogni mio ingegno, le orride selve avendo già passato, così pregione in le amorose schiere il fertil piano cominciai vedere.
Chi scese mai da le fredde Alpi allora, quando il ciel vincitor fa de la notte il chiaro giorno, e che la vaga Flora de bei colori con le sue man dotte
depinge il mondo, e che lo inverno ancora remasto è chiuso ne le alpestri grotte, poi gionto al pian tal differenza trova dal freddo monte, che par cosa nova,
tal parve a me calando al bel paese, dove per lo amplo piano e amena valle eran già le amorose squadre scese, lassando il regno drieto a nostre spalle
de la nemica de amorose imprese. E le fiorite rive, e verdi, e gialle e d'ogni altro gentil vario colore, pareano insieme ragionar de Amore.
Non eramo un'arcata intrati a pena nel regno dove quel signore impera, che vidi la campagna tutta piena de carrïaggi e andare a schiera a schiera,
come fa il fido condutter che mena le ricche merce da mercato o fera; e di queste tal salme i mulatieri eran Soavi, Dolci e Van-pensieri.
Approssimato a loro addimandai: – Che merce è questa? dite, o bona gente, ché simil some già non vidi mai –. E risposto mi fu subitamente
da un di' servi gentil più che altro assai: – Ozio, patre e signor nostro potente quanto principe sia in alcuna banda, vittuaglia a la corte de Amor manda.
Questo è cibo de Amore e nutrimento del suo magno esercito trionfante, qual restarebbe in breve spazio spento, se 'l signor nostro placido e prestante
tal provigion mandargli fusse lento; ma la amicizia loro è sì costante, che fin che 'l sol arà soi chiari rai, mandarglien l'Ozio non cessarà mai –.
Fatto di mia domanda assai ben chiaro, e regraziatol, caminando in fretta, legato e con il mio compagno caro, ecco pel verde pian così soletta
venir ver noi con passo grave e raro una matrona, che fra l'altre eletta a l'abito e a l'andare esser mostrava e gionta al capitan, così parlava:
– O imperator de le amorose schiere, a te con puro core io son venuta a chiederti di grazia un gran piacere, qual se 'l farai, io ti sarò tenuta
per fin che gireran le eterne sfere, per fin che l'ordin suo il ciel non muta. Questo è, che quel pregion per grazia chieggio, quale qui inanti a te legato io veggio.
E di questo securo io voglio farte, e per lui la mia fede io ti prometto, ad Amor presentarlo da tua parte, se da la sorte ria non me è interdetto.
Così ti giuro oprar mio ingegno e arte che quel ch'io dico sortirà ad effetto. Sòglielo adonque, invitto duce, io prego, e a mia domanda non voler far nego –.
E ello a lei: – O reverenda e saggia donna, che da ognun merti cortesia, sappia che preso ne la fredda spiaggia l'han quattro de la nostra compagnia,
a ciò che non credesti ch'io solo aggia sopra questo pregione ogni balìa. Ma far convien con lor qual bon compagno, dividere egualmente ogni guadagno.
Quattro gran dame a la leggera armate, o Ragion santa, o donna de onor degna, a prender questi doi prime son state: certo nel bel paese ove Amor regna
non son persone a lui di lor più grate; queste le pose già sotto mia insegna, però, madonna, chiamarem costoro e quel piacerà a me che piace a loro.
Fama, o gentil trombetta de mia gente, senza dimora a me qui chiamerai Bellezza con Virtù tanto fulgente, Maniera-accorta, Liggiadria, e dirai
che vengano qua a me subitamente. Tu stessa, o magna donna, intenderai il suo parlare, e poi pigliarem modo, se non sòglierlo, almen lentare il nodo –.
Queste al gran duce inante appresentate, unanime negorno arditamente renderme la mia cara libertate. La gran matrona che era ivi presente,
disse: – Deh, questo almen non mi negate, possa meco venir liberamente, promettendo a ogni vostra petizione renderlo a Amor, sì come or qui pregione.
Deh, relentate le catene un poco! Se per crudeltà vostra al fin giongesse, biasmo sempre averesti in ogni loco, però respetto abiate anche a voi stesse.
Ah, che pena crudel! catene e foco quale è mortal che tollerar potesse? Che maraviglia è poi se un fido core chiama tiranno e dispietato Amore? –.
Modestamente la Ragion turbata queste poche parole gli avea detto, e vedendola allor così alterata, gli ebbero pure al fin qualche rispetto,
però che ogni catena relentata fu a me non sol, ma al servitor diletto. Così ella se obligò per patto chiaro reconsignarce, e Fede fu il notaro.
Liberi in vista e più che pria legati da la amorosa Fede avendo i cori, drieto a la gran madonna ambi aviati per sentier pien di amaraco e di fiori,
per gli affanni soliciti passati, per gli amorosi avuti già timori, tutti sedessemo a pigliar reposo in mezzo un prato, sotto uno olmo ombroso.
Sedendo sotto l'arbore frondosa, incomenciò la nostra fida scorta meco parlar con vista assai pietosa, e disse a me: – Per far tua mente accorta,
sappi che questa via è perigliosa e remaner gli sòl gente assai morta. Però da molti lo avisato ho inteso, che dal periglio quasi è poi diffeso.
Io credo certo che ambidoi sappiate come Venere e Marte da Vulcano fur presi ne le reti fabricate a questo effetto de sua propria mano,
e se dil tutto ben vi reccordate, scoperti furno a quel stroppiato e strano dal radïante gran signor di Delo, che fabula non è più nota in cielo.
De lo adultero amante e vulgar dea un figlio nacque nominato Antero; e perché patre bellicoso avea, tutto marziale e furibondo e fiero
è nato; e perché Amor signor vedea in sì gran stato naturale e vero, per esser figlio del spietato Marte, per forza gli n'ha tolto una gran parte.
Pel regno iniusto di quel gran tiranno noi passarem non senza gran periglio: i soi sugetti sempre in guerra stanno, ché dove è tal furor, non è consiglio.
Ma se passar desiate senza danno, né far volete quel terren vermiglio dil vostro sangue, pronti a me attendete, e tutto quel ch'io dico osservarete.
Noi trovaremmo sul bel prato ameno una che de cangiante va vestita, con vaso d'oro in man de liquor pieno, con qual ciascun che passa a bere invita;
audace ne la vista e senza freno nel parlar, nel vestire e andar sì ardita, che l'augel si cognosce a la sua voce e a le penne, al volar tardo o veloce.
Ormi è costei più appetitosa e nova, che un signor giovenetto, ricco e in pace. Costei de ogni mortal fa vera prova, qual fabro del metallo in la fornace;
né sì robusto al mondo omo si trova, che non tema il liquor che tanto piace: Ercul già fu da questo umor confuso, quando fu visto con la rocca e il fuso.
Credo che quella esizïal pozione Ciceon de Circe a questa simil fusse, quando trasmutò in fiere le persone qual seco Ulisse da Ilïon condusse
dopo la miserabil destruzione. Come del petto Moli a quello escusse, l'erba divina, fuora il rio veneno, mei recordi faran né più né meno.
Però da questa blanda adulatrice vi guardarete e dal liquor soave, con qual promette fare ognun felice, ma induce ebrïetate ottusa e grave,
a quale impirsen tocca la sua vice. Questa fa ancora furibonde e brave, come fiero leon nel bosco folto, quelle persone che ne beven molto.
E però, essendo ambi da me avisati, guardate il dolce gusto non ve inganni: qual dal medico infermi abandonati, non saria più remedio a' vostri danni,
da tal bevanda essendo inebrïati. Al favellare, andare, a' gesti, a' panni cognoscer vi l'ho fatta, or state accorti che lo appetito al fin non vi trasporti.
Or s– passiamo il passo periglioso. Disponetive arditi a l'alta impresa, ché la Fortuna agiuta lo animoso, ché qualunque ha Ragion per sua diffesa,
raro avvien che non sia vittorïoso. Noi andaremo a la procliva scesa, in capo de la quale Ormi sogiorna, che chi la smonta, raro in s– mai torna.
Se Ormi passiam securi come ho fede più alto pigliarem nostro sentiero, pel qual sempre fia egual piede con piede. Ben che paese sia selvaggio e austero,
e bestiale il signor quale il possede, pur nondimeno di condurvi spero per questa strada senza aver molestia d'alcun di questi insani o d'altra bestia –.
Come al suon di la tuba il guerrer forte e lo esortar dil degno capitano securo abassa il capo in ver la morte e entra ardito in ogni caso strano,
tal fece anch'io per le parole accorte ditte da la Ragion con viso umano. Intrepidi così al dubioso loco presto giongessem, che era lontan poco.
Con l'animo disposto a ogni tormento giongemmo avante a quel fallace aspetto, qual far promette in vista ognun contento, né segue a le promesse poi lo effetto.
Mentre nel volto de Ormi io stava intento, mi sentei sì cangiare il cor nel petto dal sguardo suo sì dolce e venenoso che attonito restai tutto e dubioso.
Gionti dove era lei, con lieto viso il vaso porse insieme a tal parole larvate sotto un simulato riso: – Qualunque in questo regno venir suole,
per darti di la nostra usanza avviso, convien del liquor ber quanto ne vòle. Questo fa l'om più che Argo vigilante, e qual laude maggior si dà a lo amante?
Se la pozion soave beverai, prima che al suo fin giongan gli anni toi, ogni piacer mondano gusterai. Or su, perché il pentir non giova poi,
il tempo perso non retorna mai, prendilo e beve, mentre che tu pòi –. E come infermo allora io il tolsi in mano, che desia bere e teme sia malsano.
Così di desio pieno e impaurito, posi il calice a bocca con suspetto, e vòto lo averei al primo invito, se non mi retrovava al gran cospetto
di la matrona, quale ogni appetito sfrenato caccia fuor de lo uman petto. Ma pur quel che io gustai mi piacque tanto, che inebrïarmi dubitai alquanto.
Bevuto arei di quello umor piacente, che di dolcezza ogni altra cosa eccede, quanto idropico, qual la sete ardente bevendo accresce e estinguerla pur crede,
se non che la Ragion continuamente aveva inante, e avendo in lei gran fede, spense quel gran desio dentro il mio seno, come Alicorno spegner suol veneno.
Poi che quel ceco guado e suspettoso per mia sorte campai, sì come nave che scoglio passa sotto le onde ascoso, né via passando al fondo ha tocco trave,
io mi revolsi in drieto timoroso, sol per veder se dal liquor soave Ergotele mio caro era sì offeso, che 'l sentier ruinoso avesse preso
e traboccasse giù nel fondo basso per la pendente e lubrica discesa. Ma poi ch'io il vidi con il torto passo andar come ebro al quale il capo pesa,
per soccorrere al mio compagno lasso e per far contra al dolce umor diffesa, io corsi e strettamente lo abracciai e il suo viso in ver Ragion voltai.
Il viso gli voltai gridando aita, ché retenerlo solo io non poteva; ma la matrona savia e espedita le man presto a la fronte gli poneva,
soccorrendo a l'onore e a la sua vita, e sul dritto camino il revolgeva. E poi per dar reposo al corpo lasso, sedere il fece sopra un freddo sasso.
Chi vidde mai fanciul col passo incerto lassarse da la matre con paura, che per non esser de lo andare esperto, cerca pur de appogiarsi a banchi o mura
o ad altro sustentacol che gli è offerto, cader temendo su la terra dura? Così egli vacillando in piè levosse, poi stabilito in compagnia aviosse.
Smarrito in vista e pallido nel volto, non essendo anche in sé ben revenuto, come om da grave sonno allora sciolto Ergotele pensoso stava e muto;
ma pure al fine il spirito raccolto, poi che 'l periglio grande ebbe veduto il qual passato aveva, assai maggiore sentì che prima la paura al core.
Allor la donna: – Qui adoprar lo ingegno –, disse, – bisogna, pel deserto piano passando il tristo e doloroso regno. Noi lassaremmo a la sinistra mano
la amara valle, ove Furore e Sdegno regono sotto Antero il popul strano, e condurovi per più stretta parte ch'abbia il rio stato dil figliol di Marte –.
A la matrona de sì mal paese addimandai chi fusser gli abitanti, e a mie richieste tal resposte rese: – Sappi qua dentro gli infelici amanti
le furibonde fiamme in loro accese vanno esalando con suspiri e pianti. E vederai, se attendi a mie parole, che non si die impazzir, se amar si vòle.
Pasifaè qui il scelerato amore mandò ad effetto, e qui Medea i figlioli e il fratel lacerò pel gran furore. Qui Filomena patì gravi duoli
da Tereo ne la lingua e il suo dolore ancor piangendo par che reconsuoli. Filli, per Demofoon venuta stolta, se stessa si ha la corda al collo avolta.
Quante morti, ruine e casi strani causati son da l'impïo tiranno! Sesto Tarquinio il sa, sanlo i Troiani, che già il provorno con suo grave danno.
In conclusion son furibondi e insani quelli abitanti che qua dentro stanno. Qui incesti e sacrilegi in favor sono: pensa se abitar qua può uno uman bono! –.
Come colui che per il bosco folto, temendo de latroni o de altra fiera, ratto camina pauroso in volto e più se affretta assai, ché da la sera
dubbia nel mal camino essere accolto, ché ogni fatica fa parer leggera il timore e a i piè gli agionge le ale, ché 'l maggior mal fa leve il minor male,
così caminava io con la mia scorta sollicito e da quella impaurito, ché un timoroso la paura il porta. Per quel parlare il quale aveva udito,
Ergotele anche con la faza smorta stava con la madonna e meco unito, e ben che fusse allora alquanto lasso, accelerava per timore il passo.
Io vidi allor cangiar tutta nel viso la nostra savia guida e compagnia, come colui che bissa a l'improviso col piè calpesta in mezzo de la via.
E vòlta a me diceva: – Io ti do aviso, ver noi vien gente sì malvagia e ria, quanto altra fra costor trovar si possa, però nel core e in volto io mi son mossa.
Pantolmo è questo, temerario e audace, Imero è seco pien de vil desio, a cui ogni piacer spurco sì piace che fra costor tenuto è quasi un dio.
A questi doi profani troppo spiace la mia presenza e il bon consiglio mio; fra noi la inimicizia eterno dura, dispari essendo molto di natura.
Però cediamo a questa gente un poco, ché licito è tallor per manco male dargli la strada o renonziargli loco; perché parlar gentil con lor non vale,
e tiene ogni civil costume a gioco tal gente temeraria e bestïale. Intriamo in quella selva picciolina di verdi lauri, quale è qui vicina.
Da i sacri rami soi sarem diffesi, a la fresca ombra noi staremo occulti e non saremo da costoro offesi; né temerem soi temerari insulti,
né aremo in vano nostri passi spesi, tollendosi denanti a questi stulti. E perché il sol dil giorno è a l'ultima ora, ivi starem fine a la nova aurora –.
Così nel trionfante bosco intrati, dal camin longo stanchi e dal calore, fussemo in breve tempo restaurati. Ecco venir costor con gran furore
e in un momento furno via passati. E come Ragion disse, il suo splendore mandando il sole a fare altrove il giorno, giacendo ivi spettassem suo retorno.
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