Poi che Apuano mio me ebbe introdutto con tanto amor nel caro suo recetto, e riposato e ristaurato tutto, mi condusse a veder poi per diletto
il sito e come bene era costrutto il palaggio, dil qual lui fu architetto, ché ognun de l'opre sue prende piacere e grato gli è se alcun le va a vedere.
Giace nel fiume quasi una isoletta circondata da le acque eccetto un lato, dal qual se intra per via non molto stretta in questo loco pian, de mirti ornato.
Ma molto a' riguardanti più diletta che in mezzo surge un monticel sì grato che di bellezza ogni altro colle eccede, in cima al qual quello edifizio siede.
Non è il suo circuìto gran larghezza, però che 'l sito bel non è capace, né fatto per la guerra e in gran fortezza, essendo questo stanza de la Pace,
fabricato a quïete e contentezza, per il vulgo fuggir vano e loquace; e pur in questa stanza abita Amore, le Grazie e Muse e il Delfico Signore.
Il primo muro castellan rotondo da logge aperte circondato è intorno, che 'l fan di fuora in vista più giocondo, e quando il sol alzato è a mezzo giorno
e che a noi più riscalda il nostro mondo, sempre venteggia al bel castello adorno; e fatto è con tal arte e così nova che ad aere aperto sempre ombra si trova.
Piazza dentro non ha, ma una gran sala tutto il traversa e a' capi ha due gran porte, per le qual nel giardin vago si cala pieno di piante de ogni varia sorte;
di pietre è fatta l'una e l'altra scala, facil a scender, non pendente forte, per le qual si descende come io dico nel bel giardino dilettoso e aprico.
A la grande aula da ciascuna parte sono tre camerette tanto belle, che più non si puon far con umana arte, cui sopra celo è similmente a stelle,
come ha la sala che 'l palaggio parte; in capo a queste son due vaghe celle, anzi doi nidi, ove questo omo degno parturisce i figlioli dil suo ingegno.
E la suprema parte del bel loco a la già soprascritta è quasi equale in ogni cosa, o differente poco, salvo che non ha porte e non ha scale
da calare al verzero a prender gioco, ma intorno intorno a gradi su si sale per una chiozzoletta molto acconcia, che del bel sito non si ne perde oncia.
Di fuora in su la piazza piana e tonda ombrosi gelsimin la toppia fanno, qual lo edifizio egreggio circonda, e odore e ombra a gli abitanti dànno,
che è cosa assai soave e assai gioconda; qui sotto molte fiate a seder stanno il gentil Apuano e Filareto con dotto ragionar dolce e discreto.
Al piede del fruttifero poggetto un muro se alza alquanto da la terra per util fabricato e per diletto, che 'l vago colle intorno intorno serra,
a ciò che a' frutti del verzer predetto selvaggia fiera non gli faccia guerra o qualche ingorda e insidiosa mano de alcun rapace e perfido villano.
Sopra due porte del predetto muro son due logette sì leggiadre e belle che non è cor sì saturnino e duro che non si realegrasse intrando in quelle;
su una colonna poi di marmor puro siede una naida, qual da le mammelle in mezzo del giardin vago e proclivo sparge in uno amplo vaso un fonte vivo.
Lauri, cedri, limon, pomi granati, spinosi aranci e altre arbori assai presso a questo muretto son piantati: un più bel passeggiar non vidi mai
come gli è sotto, e son ramosi e lati, resistendo con fronde a i solar rai, e perché sempre han foglie e frutti e fiori, ombre sempre hai e cibi e grati odori.
Volge questa isoletta un miglio a pena e fra boschi de mirti e di ginestre de lascivi conigli è tutta piena, e stando nel palaggio a le fenestre
si può veder quella pianura amena. Qual menti donque fian sì rozze e alpestre sì grata solitudine abitando, che al cielo non si alzassen poetando?
In questo loco tanto dilettoso avea Apuano un sol compagno eletto, simile a lui, che è tutto virtüoso, e redutto era in questo bel ricetto,
ché sapea ben che al vulgo è sempre esoso un dotto, un probo, un om giusto e perfetto; per un proverbio antiquo già alcun disse, che 'l simile il suo simile appetisse.
Menavan questi vita solitaria, sciolti da ogni mondana e civil cura, se non quanto è al suo vitto necessaria: di medesmi costumi e di natura
eran, né voglia in lor fu mai contraria, e certo io giurarei senza paura i geni soi d'una medesma stella, vedendo una amicizia come quella.
De ambi fu sempre in studio il desio equale, ognun cerca di lor con penna fare e con inchiostro il nome suo immortale; in questo ancora è la sua voglia pare,
che assai gli piace il viver naturale senza rispetti e in libertate stare, virtù apprezzando più che alcun tesoro e più che altra ricchezza il sacro alloro.
Da poi ch'ebbi veduto a mio piacere il nobile edifizio e il sito lieto, portar sotto la loggia da sedere fece per me, per lui, per Filareto.
Laudato a sufficienza al mio parere la stanza, il viver suo dolce e quïeto, le sequenti parole ancor soggionsi, con quale amicamente Apuano ponsi.
E cominciai: – Apuano mio, se alcuna vita elegger dovesse, eleggerei questa più che altra sia sotto la luna, né con signore alcuno io cangerei
(essendo come tu) la mia fortuna, ma certo assai de Amor dolerti dèi che in questo loco il tuo quïeto stato abbia con sue fiere arme perturbato.
E per te assai mi doglio e maraviglio, che in questa etate tua grave e modesta di Citerea il suo lascivo figlio abbia in te acceso fiamma sì molesta.
Io so che a te non manca già consiglio, né medicina a la tua pena infesta; e questo duol che la ragione eccede, donque dimme, ti prego, onde procede –.
Chinato Apuano a terra gli occhi un poco, e poi alzati a guisa di ridente, rispose a me: – Non ha saper da gioco chi intende quanto Amor sia dio potente
e la virtù del suo celeste foco. Però s'el ti par forse inconveniente che arda in questi anni, già non è error mio, forse è che non cognosci questo dio.
Omo non è se non frutto de Amore, nato da caldo e amoroso affetto, e quando manca in noi questo calore, l'anima parte fuor del vivo petto,
e morte, de gli uman sì gran terrore, questo partir da poi da ognuno è detto. Donque de vita Amore è la cagione e la morte de Amor resoluzione.
Essendo io vivo, ancora vivo dura de i genitori mei l'atto amoroso, qual conservar con diligente cura indissoluto, o caro mio Fregoso,
insignato ha la provida Natura a ogni animale, e aver l'opposto esoso. Creato essendo donque ognun de Amore, chi sente amor, già non commette errore.
Anzi abitando in me così gran dio, dal quale a noi un tanto ben procede, dal quale io recognosco lo esser mio, ben sarei omo ingrato e senza fede,
profano, senza legge, impio e rio, scacciarlo fuor de la sua propria sede, del fidel core mio, di questo petto, come ribello e traditor soggetto.
E quanto è più in antiqua possessione, tanto manco io a discacciarlo fuora deggio prendere ardire e presunzione; e però, Filerèmo, se amo ancora,
deh non aver di me mala opinione, ché non fa error chi il suo signore onora. E di quel che laudato esser dovrei, biasmo arò donque da gli amici mei?
E questo è quel che più ch'altro mi spiace, che tutti siam soggetti al vulgo ignaro, qual sindica ciascun come gli piace, quantunque fusse uno om degno e preclaro,
con il giudizio suo torto e fallace. Questo rispetto pur me è troppo amaro, che da privati del giudizio vero io sia stimato uno om vano e leggero.
Ma, car Fregoso, bastimi sol questo, che se avesti di me alcun rio concetto, ora ti faccia il vero manifesto: che se ascritto me è pur questo diffetto,
nasce dal sindicar dil vulgo infesto, al quale usanza ha fatto ognun soggetto. Ma il vero certo è poi pur altramente che quel che è giudicato da tal gente.
Quel signor che in man tien la sacra face, chi 'l biasma, quanto fa profano errore! Però che questo è dio sol de la pace, né seco ha misto affanno o alcun dolore,
come del vulgo è la opinion fallace, anzi dice ogni ben chi dice Amore; e se par che abbia seco alcun diffetto, non è colpa de Amor, ma del subietto.
Ogni amara passion che in Amor viene, già non si chiama Amor, ma turbazione de Amor mi pare; e a chi considra bene, che altro è la gelosia, che opinione
priva di vera fé, piena di pene, nata da mal pensiero e suspizione? Ma chi nel petto porta Amor sincero, offeso non è mai da tal pensiero.
Se ami con puro cor dama gentile, come potrai pensar che tradimenti ti possa far costei né cosa vile? E così se ella te ama parimenti,
crede sia cor in te degno e virile, sì che ardeti in tal fiamma ambi contenti; e se vedi in alcun bestial furore, nasce da sua natura e non da Amore.
Vedèstu mai dentro una forte rocca torre di polver di bombarda piena? Che se l'avvien che foco alcun la tocca, tanto fetore e tanta furia mena
che arde ogni cosa e il mur crepa e trabocca, né tal furor remedio alcun raffrena. Così de Amore un cor bestiale acceso resta da la sua fiamma sempre offeso;
ma se dentro una ornata cameretta de odorifer genebro accendi foco, questa fiamma gentil giova e diletta, accesa nel suo tempo e nel suo loco;
e se fumo e odor da poi fuor getta, piace poi molto a chi lo odora un poco. Così la fiamma del gentile Amore se esala, manda fuor più grato odore.
E come un foco fa diversi effetti, sì come chiaro puoi veder per prova, secondo l'esca dove dentro il getti, così Amor par che offenda e par che giova;
non è varïo lui, ma i soi subietti varia, come disposti gli retrova. Io per me già de Amor non mi lamento, ché crudeltà è cagion del mio tormento.
Anzi avendo ora più il giudizio intero che in la età giovenil, sento dolcezza più assai che prima dil mio amor sincero. Or cognosco i costumi e la bellezza,
ché gioventù più non mi cela il vero, e amo con più fede e più fermezza, e come veterano usato in guerra serberò fede fin ch'io torni terra.
Non farò come il giovene soldato che in la sua gioventù si fida tanto, che è da ogni poco sdegno sollevato; posto ogni amore e servitù da canto,
spesso il caro signore ha abandonato, e pensa in le arme aver tal preggio e vanto che per valente sia mostrato a dito, né che mancar gli debbia mai partito.
E ben che amante io non ti para idonio, pur, così cerva, ancora amo Mirina quanto me stesso, e Dio me è testimonio che se avessi riparo a sua ruina,
(forse nol credi e pareratte erronio) l'andrei cercando fin ove el sol declina, e per aitarla con il sangue mio farei qual pelicano a i figli pio –.
E io a lui: – Non è gran maraviglia, Apuano, se ami ancor, ché in nobil core uno amoroso ardor presto se appiglia, e tardi o veramente mai non more.
Dil tuo caso mi duol, che a un mio simiglia, e quasi pari siam di pene e amore: certo amici esser dovevamo insieme, poi che quasi una sorte ambidoi preme.
Un dubio ho nel mio cor, né so se io il dica, ch'io dubito il mio dir non ti dispiaccia. Pur il dirò: se alla tua bella amica piacevi dimmi, come a te sua faccia,
ché a una persona qual sia alquanto antica simil fanciulla par non si confaccia, ché gionta ad olmo vecchio vite nova mai non può crescer, né far bona prova –.
Aveva Apuano aperto già la bocca per far risposta, quando Filareto disse: – Compagni, ora a parlar mi tocca, perché fin qui son sempre stato queto:
io parerei fra voi persona sciocca non dicendo mia parte –, e in viso lieto venne mostrando quasi il bel concetto, che esprimer fuor dovea del dotto petto.
E il pollice con l'indice congionto e alargato il resto de la mano, come chi tallor dir vuol sottil ponto, incominciò il compagno di Apuano:
– Non era ancora il mio patre defonto, qual già fu grato al Principe in Milano, allor ch'io stetti assai con ample spese in la dotta Academia Ticinese.
Guardava il gran castel de la cittate un gentil castellan, mio amico tanto che a mangiar mi teneva molte fiate come germano e a dormir seco a canto;
e in quel castel (se ben vi ricordate) avea già posto il primo Duca santo una copiosa e gran biblïoteca di ebrea dottrina e di latina e greca.
In questo sacro erario di sapienza me era licito intrare a mio piacere, e se libro alcun gli era di eccellenza, io poteva studiarlo e ritenere
a mio bell'agio senza resistenza. E come volser le celesti sfere, io ne trovai fra tanti volumi uno che certo intender nol sapeva alcuno.
E perché naturalmente desia ogni cosa vetata l'uman core, con ogni senso mio e fantasia io lo studiava e con tanto fervore
che questo era mia sola compagnia per tutto dove io andava e a tutte le ore. E passeggiando un dì col libro in mano, trovai quel che cercato avea già in vano.
Me avea de i studi già la vacazione data la rusticana libertate, e era in villa per recreazione dil dolce affanno che a studiar si pate,
quando vidi venire un bel vecchione di grato aspetto in quella antiqua etate, essendo a passeggiar nel mio giardino, a la publica strada assai vicino.
Approssimato, adimandai chi gli era, e ei respose a me: – Sono egiziano –, ben ch'io il cognobbi al viso e a la maniera e al favellare e a l'abito suo strano.
E perché gionta ormai era la sera, e vedendo suo aspetto grave e umano, io lo invitai, e al fin lo invito tenne di alloggiar meco e dove io era venne.
Poi lo introdussi ne la stanza cara, dimandando il suo nome e molte cose, per qual cognobbi esser persona rara; – Nilotico mi chiamo –, mi respose.
E avendo mia mente assai ben chiara de le molte virtuti in lui nascose, intrassemo in l'ornato mio studietto; poi gli mostrai l'oscuro e bel libretto.
Legendolo, restò tutto suspeso, e stupefatto a me così diceva: – Dimme se hai questo dotto libro inteso –. Io glie resposi ch'io non lo intendeva,
ma che in studiarlo avea gran tempo speso; e poi suggionsi, come ben sapeva, che questa era dottrina egizïana, qual forse potea farmi chiara e piana.
E ello a me: – Figliolo, un bel tesoro hai teco qui; se 'l cognoscesti bene, più il prezzaresti che gran peso d'oro. E veramente a te così interviene,
sì come intervenir suole a coloro che van pel mondo errando con gran pene cercando la ricchezza, e in casa l'hanno sotterata e occulta, e non lo sanno.
De divini secreti è il libro pieno, magia a questa ciascadun gli dice. Se intenderlo sapessi tutto a pieno, troppo saresti infra gli uman felice.
Ma da me voglio che abbi questo almeno, che ti farò gustar de la radice di questa gentil erba che hai ne l'orto, ch'io so ti sarà grata e gran conforto.
Tre magie sono, e prima è la divina, la seconda è venefica e profana, la terzia è natural vera dottrina. Ma perché giova a la natura umana
la natural, che a noi è più vicina, cercarò farte questa alquanto piana, ché quella che è divina e a Dio amica, raro se acquista e al fin con gran fatica.
Però che essendo sopranaturale questa santa arte, l'anima conviene a gli angelici spirti fare eguale e de le sordi e macule terrene
purgarla in tutto e d'ogni mondan male con rigide astinenze e austere pene. E però rare volte si ritrova chi esponere se voglia a tanta prova.
L'altra de malefici piena è tutta, piena de orrore e spiriti infernali: non ti saprei narrar quanto sia brutta. Qui teschi sono e membra de mortali,
né de cruore uman la vedi sciutta. Cadaveri de occisi e mille mali son gl'istrumenti propri di questa arte, però non voglio più di lei parlarte –.
Voltato lo egizian poi alcun foglio dil bel libretto, disse: – Questa è quella scïenza, de la qual parlar ti voglio. E vederai se a noi tallor ribella
è la Fortuna e mostra il fiero orgoglio: spesso non è cagion la nostra stella, ma che sol da noi stessi quel procede e da ignoranza, come ognor si vede.
Dicon gli Egizi nostri che Dio eterno, creato che ebbe il mondo, creò poi gli officiali che avessero il governo dei corpi inferïori e ancor di noi.
E angeli a lor chiostro sempiterno ha dedicato per ministri soi, i quali hanno in custodia il seme umano più che altro seme di animal mondano.
Démoni alcuni, alcun geni gli dice a questi spirti, e angelica natura hanno, se a' magi antiqui creder lice, avendo de la nostra vita cura.
Quando si vede alcun che sia infelice, spesso interviene per la nutritura, per nutrito esser forse fanciulletto in esercizio al genio non acetto.
Unde han gli Ebrei proverbio peculiare: quando vedeno alcun ben fortunato e molto nel mestier suo prosperare, dicono: – L'arte sua questo ha trovato –.
Poi vederassi alcuno a questo pare, e forse ancor de ingegno più elevato, che d'ogni impresa sua mal gli interviene perché il suo genio non cognosce bene.
Legesi ne lo Antiquo Testamento che non potendo Abram aver figlioli, pien di disgrazie e pieno di tormento, con lacrime, suspiri e amari duoli,
ardente orazïon fece e lamento al gran Motore de i celesti poli, che 'l liberasse di sì iniqua sorte, ché la sua vita peggio era che morte.
Era cultor de Dio probo e sincero, però angelica voce gli respose: – Cangia il tuo nome, patrïa e mestero –; e obedito quel che 'l ciel gli impose,
adimpì poi ogni suo desidero e fin pose a le pene aspre e noiose. Or la cagione intendo dichiararte, perché il nome cangiò, la patria e l'arte.
Quei démoni ch'io dissi abitatori, anzi ministri de le dive stelle, qual regon questi corpi inferïori, di natura son quasi pari a quelle,
ché i servi, se piacer denno a' signori, aver non den sue voglie a lor ribelle: fan qual camaleon, che 'l color piglia del loco dove alberga e a quel simiglia.
Chi Saturnini sono, e chi Ioviali chi Venerei, o del Sole, e chi di Marte, e chi di Luna, e chi Mercurïali, o ver di stelle site in altra parte
incognite a noi miseri mortali. E però astronomia è dubiosa arte, ché noi umani non posiam sapere tutte le stelle in le celesti sfere.
Sono gradi fra lor di perfezione col suo pianeta, come veggiam spesso ne le gran corti aver reputazione l'un più di l'altro e più al signor star presso;
però quando in custodia il cielo un pone di questi geni a l'om che nasca adesso, tanto questo è a quel genio più soggetto, quanto è ne la sua stella più perfetto.
Tallor Saturno un demone custode suol dare a l'om che nasce, al qual fia grato nel sacro tempio a Dio cantar le lode e a la relligione in tutto è dato;
il patre poi che in la milizia gode, gli pone un fero nome di soldato, unde tal nome inconveniente parme, ché non convien la relligione e l'arme.
Gli Ebrei e' Greci antiqui ebber gran cura ad imponere il nome a i figli soi, però che spesse volte lor ventura secondo il nome gli seguiva poi,
ben che altramente a le troiane mura Protesilao in essemplo prender puoi, al qual dié nome il Fato in quella guerra, ché primo sanguinò la frigia terra.
Geni son poi, i quali in custodia hanno le ville, le provinzie e le cittate, e se al genio tuo non si confanno, ivi mai non arai felicitate;
anzi per questi lochi abitaranno genti a cui non arai conformitate, la qual – Sympathia – i dotti greci chiamano, però né te né l'arte tua mai amano.
E poi chi una arte fa, la qual non sia grata al genio suo, mai non fa bene e il tempo e la fatica butta via; se pur la fa, la fa male e con pene.
E però disse quella voce pia: – O amico acetto, a te cangiar conviene tuo nome, la tua patria e il tuo mestero –, ché 'l genio suo non cognosceva vero.
Legesi di Saùl persecutore di la cristiana fé, la voce udita, mutò Saùlo in Paulo e in poche ore cangiò col nome suo costumi e vita,
e vaso eletto fu dal Redentore, quale impì di sapienza che è infinita. E vederai, se tu considri un poco, che ognuno ha sua ventura in qualche loco.
Quanti infelici cortegian si vedeno suo tempo consumar con un signore, perché la grazia sua acquistar si credeno, né mai scintilla aran dil suo favore;
così questi infelici non si avedeno che 'l demon suo non era abitatore di quella stella, quale ha il genio dato a quel signor, che a lor fu così ingrato.
E se musica è in ciel, come si dice, e armonia infra le eterne sfere, musica e armonia creder ne lice sopra a questi inferiori abbian potere,
però fra lor mai non saranno amice due menti discordanti, al mio parere, come di quel signore il servo bono non fu sua consonanza né suo tono.
Cortegiani che sorte avversa avete, cangiate loco per cangiar Fortuna; non di lei, di voi stessi vi dolete, se poi vi mira con sua faccia bruna.
Troverassi da voi, se cercarete, vostra bona ventura in parte alcuna, né ve crediate che impossibil sia sì la bona trovar come la ria.
Infra gli amici consonanza eguale debbe esser de lor menti e intelletto. Se questi doi sono accordati male, esser non può fra lor amor perfetto,
e se pur par gli sia, nulla al fin vale, ché se musica è in ciel come te ho detto, lo accordo prima in ciel esser conviene ad accordar le nostre menti bene.
In te allor sonaran ben le parole dil tuo amico, e costumi e ogni suo gesto ti piaceran, ché amor ver così vuole, né mai sarà fra voi parlar molesto
come fra i fitti amici avvenir suole. Se un motto un dir vorrà, l'altro più presto a caso quel medesmo averà detto, perché conforme è l'uno e l'altro petto.
E se amoroso foco vedi acceso, dui cori ardendo smisuratamente, sappi che quel ardore è dal ciel sceso; e quel che ha il genio suo più in ciel potente,
più incende l'altro e il tien sogetto e preso, ma se doi vedi amarse parimente, in la sua stella son perfetti a un modo i geni, causa di quel stretto nodo.
E se Amor di bellezza è desidero, sì come il divin Plato afferma e crede, qual causa fa che un om deforme e austero da una femina è amato e la possede?
E femina con volto strano e fiero ardentemente amarla alcun si vede? Questo è che al suo giudizio gli par bella per i geni conformi in la sua stella.
Se tu sapessi ben la convenienza de le cose del mondo, o figliol mio, aresti infra gli uman tanta potenza, che certo ognuno ti terrebbe un dio.
E se vedi in alcun qualche eccellenza, è magia, e lui nol sa, perché il ciel pio l'arte sua gli ha concesso per ventura e trovar dil suo genio la natura.
Gioveni eletti, quando aver volete prole che a voi sia simigliante in tutto, femina a voi conforme prenderete: pigliate essemplo da chi insere il frutto,
che sempre pianta eleggere il vedete conforme al ramo, se cavar costrutto die' di quel surculo e aver frutto vero, ché non se inesta su la quercia il pero.
Femina prenderete di natura conforme a voi e de la vostra stella; in gran ricchezza non ponete cura; più che di corpo, de animo sia bella,
ché amor conforme longamente dura, né stirpe farà mai a voi ribella. Così sarete in una carne doi, E de ambi cori un sol voler fra voi –.
Queste e molte altre cose lo egiziano disse di questa magia naturale, quale a narrare fora assai lontano dal proposito nostro principale.
Dico che se Mirina amava Apuano, e ello lei, e lor fiamma era eguale, da i geni lor nasceva questo affetto, che eran conformi e unisuon perfetto.
Assai più che vecchiezza puote il cielo tra Apuano e Mirina a fare il nodo ché non gli valse aver canuto il pelo, ché congiongerli Amor ben trovò il modo.
Però più chiaro che 'l signor di Delo cognoscer puoi che lo amoroso chiodo, prima che ad Apuan passasse il core, fabricato in la sfera fu de Amore –.
Io sarei stato ad ascoltare intento il favellar di Filareto un mese, se stato fusse di parlar contento. E d'un desio il cor così mi accese
come stoppia se accende per gran vento, e sol di brevità suo dir mi offese, ché chiaramente arei voluto intendere come il suo genio alcun possa comprendere.
Però gli dissi per farme più chiaro: – Da poi che fatto m'hai mio dubio piano col dotto ragionar sublime e raro come amata Mirina fu da Apuano
e come ella fanciulla ebbe lui caro, ben che il crin gli vedesse in capo cano, ché era de i geni lor la convenienza, quale ha nei petti uman tanta potenza,
dimmi: chi 'l demon suo ben cognoscesse, credi tu che costui mirande cose per questo più che uno altro far potesse? –. E brevemente a me così respose:
– Restarebbe ammirato chi sapesse le virtuti che reston dentro ascose ne i petti umani e non han fatto frutto, ché 'l genio non cognobber suo da putto.
Dissemi questo ancora lo egiziano, ch'ognuno a qualche effetto al mondo è nato massime quando è de intelletto sano; e se a qual arte il genio suo inclinato
sia più, cognoscer vuole alcuno umano, guardi quale esercizio è a lui più grato e quel che imparar suol più facilmente e portal sempre impresso ne la mente;
e dormendo e vegliando da garzone sempre disposto gli abbia avuto il core; e in la sua casa per ogni cantone abbia qualche signal di questo amore.
E se ad altro esercizio alcuno il pone, di lassar questo mostri gran dolore: si cognoscerà allora il fanciul certo a quella arte dal cielo essere offerto.
E se ad altro mestero alcun lo induce, non è possibil mai che faccia bene, ché il genio il quale è di sua vita duce, col suo esercizio in nulla si conviene.
E però fine a morte si conduce come om che 'l camin suo dritto non tiene per il peregrinar di questa vita, perché ha la strada al principiar fallita.
Per questo alcuni vederai, che vanno pel mondo errando qual gente smarrita, né quel che far de la sua vita sanno, quali han dal petto ogni virtù bandita;
e come fuci al mondo son per danno, gente che staria meglio sepelita, ché non consumarebbe almanco il vitto ad altri che hanno preso il camin dritto.
E così se alcun loco conveniente elegere al tuo genio tu vorrai, guarda dove serena hai più la mente, dove rïesce meglio quel che fai,
dove più sano stai continuamente, dove più veri amici acquistarai, dove prosperi più che 'l consüeto, dove manco te incresce e stai più lieto:
questo sarà conforme loco e acetto a te, e ivi mai non farai male. E però alcuno mago antiquo ha detto che un pazzo, qual sia pazzo naturale,
meglio che 'l saggio spesso è dal ciel retto, chi a ragion rotto abiando il barbozzale, si lassa dal suo genio trasportare dove gli piace e sta dove gli pare.
L'altro che da se stesso si consiglia con ragion, fa al suo genio resistenza e spesse volte al suo peggior s'appiglia, ché può più il cielo che la sua sapienza.
Il pazzo ad un magnate che 'l simiglia andarà, a cui fia grata sua presenza, e piacerangli soi costumi e gesti, e ogni giorno daragli argento e vesti.
Quell'altro, se gli stesse poi mille anni a la sua porta a dimandare il pane, perderà il tempo e arà stracciati i panni e parerangli sue parole vane.
E però cognoscete i vostri danni, o virtüosi, e se virtute inane vi pare, avvien che la virtute è rara, sì che raro si trova a cui sia cara.
Démoni sono ancora di natura mali, che nostre menti impien de vizi, il che solo a pensar mi fa paura; da questi nascon tutti i malefizi:
son Marzïali e crudi oltra misura tutti i peccati seco hanno e flagizi, e come peste si dovrian fuggire color che a questi sogliono obedire.
Chi sta vicino a chi maneggia odori, forza è che senta de l'odore un poco; e così fanno ancora i nostri cori e con soi raggi fan come fa il foco,
che chi propinquo sta a sì intensi ardori, presto se accende, se non muta loco. Fuggiam questi animali tanto brutti, ché un pomo infetto gli altri guasta tutti.
E se quel ch'io te dico ti par vano, gli sian démoni boni e scelerati, come debbe tenere ogni cristiano, vatti consiglia con toi santi frati
che la Sacra Scrittura han sempre in mano, ché Dio in custodia doi angeli ha dati, un bono e un rio a ogni mortal che nasce, che a morte lo accompagnan da le fasce.
E se con diligenza leggerai, Socrate infra sapienti il primo eletto che al demon suo parlò tu troverai, e in la voce il cognobbe e ne lo aspetto;
e quel che disse: – Ancor mi vederai nei Filippici campi al tuo cospetto, o Brutto –, e ivi poi così gli aparve con viso irato e paventose larve –.
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